giovedì 22 ottobre 2020

La fine della storia di Roma

Ha fatto scalpore la triste vicenda dell'uccisione di una scrofa con la sua cucciolata. È in tutto e per tutto un atto barbarico, dettato ed ordinato da qualche mente disturbata; se fossimo in un paese normale partirebbe un'indagine, ma come diceva Trilussa "Le guardie chi le guarda?". 
  Il gesto ha anche un nefasto significato simbolico. Ascanio, figlio di Enea sognò una scrofa bianca con trenta cuccioli, i quali rappresentavano i popoli latini che Romolo più tardi riunì facendo diventare Roma la grande città che fu. L'uccisione della scrofa con i cuccioli rappresenta oggi la fine della storia di Roma. Ma come è stato possibile?

  Quando le nostre istituzioni hanno queste improvvise ed inaspettate impennate di attivismo, c'è qualcosa che non va, dal punto di vista del corretto rispetto di leggi e regolamenti.
  Di solito si nota questa mobilitazione solamente perché qualche alto papavero lo ha preteso per motivi personali e nessuno ha avuto il coraggio di dire di no. Probabilmente vicino a quel parco ci abita qualche gran personaggio. Se delle persone "normali" avessero chiesto un intervento per allontanare i cinghiali, non avrebbero fatto nulla, né di legale, né di illegale. Un esempio eclatante di questo andazzo lo vidi personalmente circa una ventina di anni fa al mercato domenicale di Porta Portese.
  Il mercato si era sviluppato nel secondo dopoguerra su delle aree dismesse delle Ferrovie dello Stato. Nato come mercato nero e delle pulci, divenne col tempo un grande mercato dove si trovava di tutto e di più. Col passare degli anni la zona fu in gran parte urbanizzata, ma nessuno fece sloggiare il mercato, il quale si adattava a mano a mano alle nuove strade e piazze. Restando totalmente illegale, i vigili urbani restavano sempre ai margini nel mercato. Li si trovava ai vari ingressi e si limitavano a sorvegliare il traffico automobilistico esterno al mercato, al quale voltavano le spalle; se fossero entrati, in teoria avrebbero dovuto multare tutti quanti e sequestrare la merce, come fanno ogni tanto con gli ambulanti immigrati nelle vie centrali della città.
  L'ordine tra bancarelle, stracciaroli e rigattieri era fatto rispettare da persone non meglio identificate, o meglio, indentificabili perché giravano a coppie con la divisa dei netturbini, che hanno garantito calma e pace meglio dei vigili urbani. I posti venivano assegnati da una mitica vecchietta, alla quale tutti ubbidivano senza tante discussioni. Col tempo in una ampia piazza al centro del mercato si erano stabiliti diversi gruppi di zingari ed anche una sfilata di bancarelle di librai. 
  Una bella mattina di domenica, dopo non esserci più andato per diverso tempo, ebbi la sorpresa di vedere quella piazza in gran parte libera e sgombra, mentre il mercato tutto attorno continuava normalmente, nella sua felice e tranquilla illegalità. Con un po' di fatica riuscii e rintracciare uno dei librai (che erano stati scacciati assieme gli zingari) e gli chiesi cosa fosse successo. Senza mezzi termini mi disse che dato che era venuto ad abitare in uno dei palazzi che si affacciava sulla piazza un alto magistrato, questo aveva fatto sgomberare la piazza, e solo quella e non tutto il mercato. Vorrei tanto che questa storia non fosse vera, perché significa che in Italia un magistrato può richiedere più che il rispetto della legge uguale per tutti, come un signore rinascimentale, di far fare ordine solamente davanti alla sua porta di casa. Se non fosse ancora chiaro il problema aggiungo che la cosa è più che scandalosa, perché nessuno dei famosi organi preposti e delle autorità competenti per oltre cinquanta anni non solo hanno ignorato, ma addirittura hanno fatto finta di non vedere il mercato di Porta Portese. L'unico intervento, ma solamente parziale (che è un assurdo incredibile!) lo fanno su ordine di una persona che invece di far rispettare la legge in modo corretto, la invoca solo se gli fa comodo e la fa rispettare solo per quanto gli basta.
 In questi giorni ci si sta stupendo del fatto che nessuno, ma dico nessuno, si era accorto delle case abusive dei Casamonica. A me la cosa non mi pare poi tanto strana. Ci si mette la coscienza a posto di fronte alla famosa pubblica opinione abbattendo una manciata di case palesemente abusive, utilizzando ed applicando leggi e regolamenti esistenti. Se queste stesse leggi si applicassero in modo corretto, il comune dovrebbe far abbattere gran parte delle borgate abusive di Roma. Migliaia e migliaia di case.

martedì 14 luglio 2020

Per un Premio Göbbels

Sento da un paio di giorni ripetere con sospetta insistenza che, in un periodo non meglio specificato "migliaia di italiani" sarebbero stati uccisi dai "partigiani comunisti di Tito". Il linguaggio, ma oggi non se ne accorge più nessuno, è tipico delle peggiori osterie di una periferia degradata e non dovrebbe appartenere ad un servizio d'informazione pubblico. Comunque sia, ci sarebbero da chiarire alcuni punti.

1. Cosa si intende con la parola "migliaia"? Senza una ulteriore cifra che determini una quantità certa o perlomeno approssimativa, sempre nel semplice linguaggio da osteria, potrebbe essere un sinonimo di "molto" o "tanto". (es. "millenni di anni fa", dove "millenni" ha la funzione di rendere l'idea del gran tempo trascorso). Se però si vuole davvero indicare un numero preciso, la frase è evidentemente monca, dato che il numero delle vittime cui si fa riferimento oscillerebbe tra 999 e 999999, cioè più delle centinaia e meno di un milione. Per indicare un numero relativo a vittime, a quanto sembra di un evento bellico, di certo la cosa è strana, dato che di solito in casi consimili il computo è sempre il più preciso possibile.

2. Anche se, in base al comunicato ripetuto per più volte su di un gran numero di emittenti pubbliche e private, si capisce che il periodo non specificato è appunto bellico, ma non si dice in alcun modo se qui si intendano civili o militari; si indica solamente la nazionalità. Trattandosi di una guerra sarebbe il caso di chiarire quale fosse stata la posizione di queste vittime.

3. Chiarito che stiamo parlando di un conflitto armato tra due nazioni, risulta strano non solo il fatto che non venga indicato un numero quanto possibile esatto, ma non si riesce a reperire da nessuna parte un elenco con nomi e cognomi, se questi fossero noti. L'Ufficio del Ministero della Difesa "Onorcaduti" per anni dopo la fine della seconda guerra mondiale ha compilato lunghe liste di tutti i caduti e dispersi, ma non risulta, almeno a chi scrive, che l'Esercito di Liberazione Jugoslavo abbia fatto molte vittime tra le fila del Regio Esercito, ed anche se fosse si trattava di militari caduti in combattimento. Al contrario dopo l'otto settembre interi reparti italiani e migliaia di soldati ed ufficiali alla spicciolata entrarono tra le fila dell'Esercito di Liberazione e diedero un importante contributo alla liberazione da tedeschi e nazisti della Jugoslavia, cosa per la quale gli jugoslavi ancora oggi sono grati agli italiani. Non si capisce insomma chi, dove, come, quando e perché avrebbe fucilato migliaia di italiani. Se, ma non si dice chiaramente nella velina, si vuole fare riferimento alle cosiddette "foibe", anche le fonti ufficiali italiane (non le scomposte grida di scadenti rappresentanti politici), ci fanno sapere che in tutto nelle cavità carsiche furono recuperati i resti di non più di trecento salme, non tutte risalenti al periodo bellico e di cui diverse sicuramente non taliane; siamo dunque al disotto delle mille unità e non si capisce quali sarebbero queste "migliaia".

4. Visto che non esiste un elenco nominativo di queste migliaia di uccisi, potrebbe almeno esistere un monumento, una lapide, una croce, un qualcosa insomma che ricordi questo immane sacrificio. In tutte le città italiane, persino nei paesini e nelle frazioni più lontane esiste qualche ricordo dei propri caduti, indipendentemente dal fatto se la guerra fu vita o persa. Da nessuna parte si trova il monumento delle migliaia di "Italiani uccisi dai partigiani comunisti di Tito". E qui le cose sono due: o l'erezione è stata impedita da stringenti motivi politici oppure semplicemente il fatto non sussiste. E poi, tutte queste salme dove sono state tumulate? Non si ha notizia di un sacrario realizzato allo scopo. Visto che sarebbero migliaia i caduti, dovrebbe essere anche un impianto di più ettari.

5. Nel martellante comunicato si sente ben scandita la sequenza di parole "italiani uccisi dai partigiani comunisti di Tito". Chi ha redatto questo ukaze evidentemente non è una persona serena. Già avevamo visto che la parola "italiani" da sola significa, nel contesto, ben poco, ma quel "partigiani comunisti di Tito" è una frase apparentemente precisa e specificante, ma in realtà, una volta contestualizzata nel periodo storico di cui si tratta, mostra solamente una grave confusione mentale. Genericamente si fa qui riferimento all'Esercito di Liberazione Jugoslavo il cui comandante in capo era Josip Broz, detto Tito. Tale esercito era riconosciuto dagli alleati, cioè Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione Sovietica. Si noti poi che dopo la fine della guerra divenne la forza armata del nuovo Stato Jugoslavo; dunque un esercito regolare. Per quanto appena detto il termine "partigiani", specialmente se usato ai nostri giorni, fa capire che a scrivere questo comunicato (sia ben chiaro che non proviene dalla Presidenza della Repubblica), è un simpatizzante nazista. Per i nazisti infatti il riconoscimento da parte degli alleati non significava nulla ed anche nei loro documenti ufficiali parlavano di banditi o, appunto, partigiani. Poi quello che denota le difficoltà mentali di chi scrive e di chi ripete acriticamente le cose è la specificazione "partigiani comunisti di Tito". Cosa vuole dire veramente? Quali terribili e paurose fantasie gli rimbalzano per la scatola cranica? Se specifica che i "partigiani" erano anche comunisti a cosa si riferisce esattamente? Forse al fatto che nell'Esercito di Liberazione militavano e combattevano anche individui che non erano comunisti? Perché specificare se è noto che non tutti i membri dell'Esercito di Liberazione erano membri del Partito Comunista? Forse intendeva dire che solo i membri comunisti dell'Esercito di Liberazione si sono macchiati di crimini contro degli italiani? Abbiamo visto che nello stesso esercito combattevano degli italiani. Quelli che tra di loro erano comunisti stavano a guardare? Resta anche quel "di Tito", come se l'Esercito di Liberazione jugoslavo fosse una sua proprietà privata; cosa che non ha senso. Forse l'autore del comunicato potrebbe aver sentito dire che in Jugoslavia esistevano anche altri "partigiani", ma non ne deve aver compreso probabilmente la natura. Questi, che si chiamavano per la cronaca Ustascia (filonazisti) o Cetnici (per fortuna pochi) potrebbero aver arbitrariamente giustiziato qualche italiano, ma di solito preferivano massacrare o antifascisti o appartenenti ad altre minoranze balcaniche. Si può dire serenamente che questi "partigiani comunisti di Tito" potranno anche aver fatto qualche sbaglio, ma di sicuro non hanno "ucciso migliaia di Italiani". Evidentemente chi ha redatto questo straccio di comunicato è anche un bell'ignorante, perché non sa (o forse non vuole dire?) che negli ultimi giorni della guerra di Liberazione in Jugoslavia apparvero anche bande irregolari, spesso e volentieri di civili, che colsero l'occasione del momento per vendette private, a volte pseudopolitiche, o comunque crimini per i quali erano certi di farla franca. Si tratta di un fenomeno avvenuto anche in Italia.

  Su questa storia triste vorrei fare anche una mia riflessione da giornalista. L'informazione relativa all'evento di Trieste diffusa dalla quasi totalità dei mezzi di comunicazione è degna del "Premio Göbbels". Sembra che esista una invisibile agenzia di stampa che riesce a usare, a quanto pare a loro insaputa, tutte le redazioni come un comodo megafono per propalare urbi et orbi qualsiasi falsità. Non sono un complottista, ma qui gatta ci cova.

domenica 26 aprile 2020

Ciao Bella Ciao

Ieri il canto di "Bella ciao" è risuonato per città, paesi, campagne, valli, montagne e pianure. Una canzone si sostituisce per un giorno all'inno nazionale, cosa neanche tanto grave, perché comunque si tratta di una canzone patriottica ed ha anche un testo più comprensibile dell'inno di Mameli. L'unica vera differenza sta nel fatto che se dell'inno conosciamo autore di testo e musica, di Bella ciao sappiamo poco, o meglio, sappiamo tanto, ma confuso ed anche abbastanza sbagliato.
  Si è detto e si continua a diffondere cose inesatte se non completamente inventate, fatti capiti male e riportati peggio, fanfaronate belle e buone e stupidaggini ridicole tanto per dire qualcosa di nuovo. Personalmente ho fatto ogni sforzo per sorvolare, per non farci caso, sopportando in solidale e complice silenzio le tante cavolate scritte in rete ed anche diffuse a voce. Ma quando ho sentito l'autorevole contributo di un esimio linguista addirittura su Radio 3 della RAI, che ho sempre ritenuto essere una rete seria ed attendibile, mi sono prima cadute le braccia e poi ha iniziato a salirmi dalle viscere una rabbia indomabile. Non so chi sia e non lo voglio nemmeno sapere, ma mi chiedo solo che senso abbia far parlare un, scusate il linguaggio marinaro, cazzaro del genere.
  Prima di fare osservazioni linguistiche totalmente inutili e fuori luogo, ha avuto la faccia di definire "Bella Ciao" un testo non divisivo.
  Si capisce chiaramente che questo chiacchierone, immagino che abbia addirittura una cattedra universitaria, non conosca, se non per informazioni di terza mano, il canzoniere partigiano. Ma andiamo per ordine.
  Innanzitutto oggi è facile spargere sciocchezze e falsare allegramente i fatti di 70/80 anni fa, visto che non c'è più nessun testimone, all'epoca adulto, capace oggi di rispondere per le rime a chi spara giudizi a posteriori. Se un partigiano avesse cantato quella canzone in una piazza dell'Italia occupata, sedicente Repubblica di Salò, durante l'ora dello struscio, come minimo sarebbe stato arrestato e portato nella più vicina caserma per essere pestato a sangue e poi, molto probabilmente, anche fucilato. Oggi la cantano tutti, pure le forze dell'ordine. Se uno invece oggi non la canta o ne parla male in pubblico, al massimo fa una brutta figura e in casi estremi, si becca una salva di pernacchi. Dunque anche Bella ciao, nel suo contesto originario, era altamente "divisiva", nonostante ricordasse più che altro una amorevole serenata o il lamento di una giovane amante tradita.
  Diceva Luigi Longo (personaggio troppo famoso per essere qui biografato), che nelle canzoni dei Partigiani combattenti:
"... non manca mai il ricordo dei caduti e il saluto alla mamma, commosso ed affettuoso, e quello alla fidanzata, allegro e fiducioso."
  Si trattava pur sempre di canzoni in uso in ambiente militare, anche se di una specie nuova. Lo sottolinea in modo molto chiaro l'etnomusicologo Roberto Leydi:
"Se gettiamo uno sguardo anche superficiale sui prodotti passati del nostro canto sociale a livello popolare vediamo che mai la guerra, prima della vicenda partigiana, trova eco positiva nella voce spontanea. Tutta la nostra storia è segnata dal doloroso lamento del soldato che un ordine del sovrano toglie alla casa, alla famiglia e al lavoro e comanda lontano verso un destino che non gli appartiene. Il contadino va a morire ma nessuno gli dice perché e per che cosa deve compiere questo sacrificio supremo. (...) Nelle canzoni del repertorio partigiano si afferma, per la prima volta, un sentimento nuovo, consapevole. È ancora la guerra, ma una guerra liberamente scelta, senza sovrani e senza generali."
  Tra le cose giuste e sensate dette sul nostro canto c'è l'evidente fatto che anche Bella ciao appartiene al filone di canzoni del folklore italiano riunite sotto al nome di "Fiore di tomba" nome ripreso da una diffusissima ballata le cui origini si perdono in tempi assai lontani. La cosa non deve stupire più di tanto, dato che gran parte delle canzoni militari spontanee, si intende qui quelle generate dalla truppa e non imposte dall'alta gerarchia, attingono a piene mani dalla tradizione popolare oppure riveste melodie di canzonette diffuse e famose con testi nuovi adattati alle contingenze della propria esperienza militare.
  Oggi Bella ciao è la più famosa canzone partigiana, diffusa addirittura a livello mondiale. All'estero è stata anche riciclata come canzone di protesta e viene elasticamente adattata ad ogni situazione di attrito sociale o malessere politico. Per un certo tipo di turisti tedeschi sulla Riviera riminese "Bella ciao" è anche la prima espressione messa in campo per tentare di rimorchiare una avvenente romagnola. Questo già si sa. Quello che non si sa è il giornalistico chi, dove e quando.
  Autore unico questa canzone non ne ha e non ne può avere, dato che è il risultato di un lungo processo di rimaneggiamento a cui hanno partecipato mille sconosciuti. Ne è anche prova il fatto che sono note versioni diverse nel testo, anche se di poco o punto conto. Si trova infatti "Una mattina mi son svegliato" oppure "Stamattina mi sono alzato". Un testo condiviso ed universalmente riconosciuto è quello dell'incisione fattane da Ives Montand all'inizio degli anni sessanta che poi diede il nome ad uno spettacolo presentato nel 1964 al Festival di Spoleto.
  Con Spoleto siamo arrivati anche al problema del dove. Ci sono degli estremisti che giurano che la canzone non sarebbe mai stata cantata durante gli anni della lotta, ma questa è un'affermazione che neanche merita una briciola di attenzione. Di certo era già nota e veniva già cantata da singoli gruppi di partigiani, ma non era di certo la canzone più diffusa delle centinaia facenti parte del repertorio partigiano. La canzone, si può dire l'inno, più diffuso era, piaccia o non piaccia, "Fischia il vento".
  Oltre "Fischia il vento", sempre secondo la testimonianza di Roberto Leydi, tra le canzoni più diffuse e cantate nei giorni della Lotta partigiana vi fu "Il partigiano" nel cui testo, con altre parole ed altre imagini, troviamo gli stessi elementi narrativi di Bella Ciao:.

Il bersagliere ha cento penne
e l'alpino ne ha una sola;
il partigiano ne ha nessuna,
e sta sui monti a guerreggiar.

Là sui monti vien giù la neve,
la tormenta dell'inverno,
ma se venisse anche l'inferno
il partigian riman lassù.

Quando scende la notte scura
Tutti dormono laggiù alla pieve,
ma camminando sopra la neve
il partigian scende in azion.

Quando poi ferito cade
non piangetelo dentro al cuore,
perché se libero uno muore
non importa di morir.

Ora ho il piacere di presentare qui una nuova prova incontrovertibile che questa canzone doveva essere per forza già conosciuta dai partigiani, specialmente da quelli che avevano alle spalle anche l'esperienza delle trincee della prima guerra mondiale. In quelle trincee confluì praticamente tutto il vasto repertorio dei canti popolari italiani, allora vivissimo e diffuso, ed avvenne un mirabile rimescolamento generale, un colossale remix, per dirla con una parola moderna. Molte di queste canzoni furono raccolte in un interessantissimo volume intitolato "Ta-Pum, canzoni in grigioverde". A pagina 114 troviamo "Stamattina mi sono alzata" di cui riporto qui la prima e le ultime due strofe:

Stamattina mi sono alzata
Un'ora prima che leva il sol
Che leva il sol
Stamattina mi sono alzata
Un'ora prima che leva il sol
(...)
E la gente che passeranno
dimanderanno cos'è quel fior
cos'è quel fior
tutta la gente che passeranno
dimanderanno cos'è quel fior

Quello è il fiore della Rosina
che l'è morta del troppo amor
del troppo amor
quello è il fiore della Rosina
che l'è morta del troppo amor.



  È evidente che la Bella ciao che oggi conosciamo fu ricalcata durante la Resistenza su questa canzone diffusa durante la prima guerra mondiale. Questo dimostra inequivocabilmente che non solo la canzone già era conosciuta durante la Resistenza, ma affossa anche la fantasiosa ipotesi che sarebbe stata mutuata da un canto di mondine.
  Questo blog qui è solamente uno sfogo e molte altre cose interessanti e poco note ci sarebbero da dire non solo su Bella ciao, ma anche su tante altre canzoni note e meno note.
Ringrazio per ora tutti coloro i quali sono arrivati fino a questa riga e li prego di condividere a più non posso.

venerdì 24 aprile 2020

W il 25 Aprile


Il Generale Nicolò Bozzo
Immagino che ben pochi ricordino più chi sia stato Nicolò Bozzo. Si tratta di un ufficiale dei Carabinieri, per l'esattezza di un Tenente Colonnello in servizio permanente effettivo, che faceva parte nel 1981 dello Stato maggiore della divisione Pastrengo di Milano. Bozzo si presentò spontaneamente ai giudici che stavano portando avanti la famosa inchiesta suSindona, che portò alla scoperta della loggia P2 di Licio Gelli.
  Furono allora momenti tra i più difficili per la nostra Repubblica, un periodo in cui veramente era a rischio la tenuta democratica del nostro paese, anche perché era in atto un tentativo massiccio di infiltrazione degli organi più delicati dello Stato al fine di far saltare le istituzioni repubblicane.
  Il bersaglio non furono solamente i servizi segreti, come molti pensano, ma tutto l'apparato dello stato era sotto attacco. Lo stesso generale Alberto Dalla Chiesa fu chiamato a testimoniare, dato che era stata trovata tra i documenti di Gelli una sua domanda di iscrizione alla loggia P2.
  Dalla Chiesa spiegò molto bene come andò la questione e dimostrò che intendeva scoprire cosa c'era dietro la P2. L'adesione fu sollecitata da parte di un suo collega, ma aveva capito subito che c'era qualche cosa di molto grosso e molto poco chiaro sotto.
  Ma torniamo a Nicolò Bozzo, il quale si presenta dunque spontaneamente e non solo risponde alle domande che gli fanno i giudici, ma dopo il suo interrogatorio consegna a Gherardo Colombo una memoria scritta di suo pugno nella quale spiega meglio perché è venuto. Lo scritto di 15 pagine è diviso in vari capitoli. Al numero quattro troviamo "accertamenti su attività massoniche", che svolse su indicazione del Generale Dalla Chiesa, per scoprire di più su quello che stava avvenendo tra Arma e massoneria. Lo stesso Bozzo, come dichiara, già si era accorto che c'era una specie di combriccola che era parallela alla struttura gerarchica e sembrava aver addirittura più poteri. Bozzo chiaramente mette a rischio non solo la sua carriera ma anche la propria vita, come si è visto in tanti altri casi. 
Queste le sue esatte parole:

  "Ho reso spontaneamente le deposizioni precedenti per i seguenti motivi:

a. scrupolosa osservanza dei doveri connessi alle mie attribuzioni di ufficiale di PG;

b. assoluta fede nella Costituzione della Repubblica e nel conseguente indissolubile sistema democratico, fede che non può coesistere con "consorterie" quali la "massoneria" in generale (che prevede per il "fratello" —fra l'altro— il giuramento di fedeltà al "Gran Maestro" incompatibile con quello prestato alla Costituzione; e la "copertura" di talune "attività") ed in particolare alla sedicente "loggia P2", vera e propria associazione segreta se non addirittura per delinquere;

c. necessità imprescindibile che all'interno delle forze armate della Repubblica in generale, e dell'Arma dei Carabinieri in particolare, i rapporti fra i singoli appartenenti —qualsiasi grado essi rivestano— siano regolati esclusivamente dalla legge e dai conseguenti regolamenti; e non sulla base di vincoli di "fratellanza" o di "camarilla";

d. dovere morale di evitare che la memoria dei caduti in sacrificio tangibile di mutilati e feriti dell'arma dei carabinieri della lotta alla criminalità sia infangata il reso vano dalla sfrenata lezione lo squallido d'appello di arrampicatori sociali, privi di qualsiasi scrupolo, protesi esclusivamente al raggiungimento di comode e sostanziose posizioni di carriera e di potere."

  Ebbene questa bella dichiarazione, che risale a trent'anni fa e non a 75, è in piena e perfetta armonia con lo spirito che ha animato la lotta antifascista e la Resistenza che ha liberato il nostro paese dal nazifascismo, restituendogli allo stesso tempo la dignità e reputazione che il fascismo aveva fatto perdere completamente. 
  Non posso che concludere con "Viva l'Italia!"

PS: Nicolò Bozzo, che fu congedato col Grado di generale, è morto nel 2018. Chi volesse saperne di più su questo interessantissimo personaggio, non deve far altro che ricercare in rete.

sabato 18 aprile 2020

La guerra totale, anzi, virale (VI)

Propaganda (VI - seguito della quinta puntata)
  Guerra o non guerra, vediamo che gli avvenimenti straordinari causati in qualche modo dal virus, questo sconosciuto, sono accompagnati da una tempesta propagandistica. Basta guardarsi attorno, soprattutto attraverso le possibilità informative e comunicative della rete, che non ci si capisce più niente. Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, è peggio delle ordinazioni di una cena al ristorante di una nutrita comitiva di ex compagni di classe.
  Si va dal virus strapotente che fa tutto da solo, ad un organismo che non sarebbe la causa ma solo l'effetto di una malattia misteriosa. È il grande momento dei complottisti, che vedono eventi eterodiretti da parte di alieni, governi ombra, combriccole di avvocati lobbisti delle case farmaceutiche, multimiliardari diabolici che vogliono sottomettere il mondo e l'inquinamento, soprattutto quello elettromagnetico che è comunque causa di tutti i nostri mali.
  Impressionante poi il coro degli esperti veri, sedicenti o presunti tali, i quali con forbito eloquio, montagne di dati venuti da non si sa dove e dotte citazioni non sempre verificabili si mandano accademicamente affanculo uno con l'altro. Un assurdo caos.
  Ma ancora una volta, come dice la Bibbia (Qohelet, 1,9), niente di nuovo sotto il sole. Anche poco più di cento anni fa, a prima guerra iniziata, con l'Italia ancora alla finestra, la Germania scatenò una tempesta propagandistica antiitaliana, la cui eco sembra udibile ancora oggi. Nel settembre del 1914 ne scrisse in merito il Corriere della Sera e l'articolo fu ripreso dalla rivista satirica socialista "L'Asino" sotto il titolo Come i tedeschi credono di influire sull'Italia:

  “È incredibile l'opera di propaganda che svolgono i Tedeschi in Italia. Non bastano le agenzie giornalistiche tedesche impiantate a Roma per inventare e diffondere notizie a vantaggio della Germania; non bastano i fogli, opuscoli, libri che dalla Germania inondano l'Italia. Anche tutti i commercianti e industriali tedeschi si servono dei loro rapporti di affari con ditte italiane per tentare di influire sulla opinione pubblica del nostro paese e di falsare la verità.
  Qualunque ditta italiana, qualsiasi privato cliente che si trovi, o si sia trovato, altra volta in rapporti d'affari con una ditta Tedesca, riceve ogni giorno una circolare nella quale, press'a poco, è detto:
«A causa della guerra abbiamo dovuto sospendere i nostri affari; ma ben presto li riprenderemo poiché la guerra cesserà con la vittoria completa della Germania. Sappiamo che in Italia i nemici della Germania diffondono false notizie sulle vicende della guerra, per far credere che la Germania si trova militarmente ed economicamente in cattiva posizione. Non dovete credere a queste notizie. Invece la Germania ha vinto tutte le battaglie, ed è padrona dei mari e dei suoi commerci, ed infliggerà una terribile sconfitta ai nemici che hanno voluto trascinarla alla guerra mentre essa voleva la pace…»
  Eccetera su questo tono.
  Ma da qualche giorno è cambiato anche il tono delle circolari commerciali-politiche provenienti dalla Tedescheria. Per esempio, la ditta Otto Reinsford di Lipsia, manda al suo rappresentante di Milano, signor Cillario una circolare, nella quale dopo aver parlato della sospensione completa dell'attività nella propria fabbrica, scrive: «… Fa un'impressione di stupore il fatto che l'Italia, malgrado l'alleanza, non conclusa certo per divertimento, ora che si tratta di mantenere la parola d'onore si ritiri vigliaccamente con delle scuse non plausibili. Noi ora ce la caveremo indubbiamente senza l'aiuto di tali spergiuri e vigliacchi, e speriamo, qualora l'Italia non cambi idea a nostro favore, che il Governo saprà fare i conti con voi… Questi sono i sentimenti che troncano ogni simpatia verso la vile e abbietta Italia».”

  Il foglio satirico infine ci mette anche del pepe suo:
“Perché la gente di Tedescheria ci considera come servitori infedeli. Consigliamo ai commercianti che ricevono circolari insolenti come questa, di rispondere come segue:
  «Spettabile Ditta,
A riscontro vostra in data… siamo tenuti a pregarvi che se vorrete mandarci altre circolari del genere, farete bene a stamparle da un solo lato e su carta più consistente, in modo che possano essere utilizzate per l'uso domestico cui evidentemente sono destinate. Quanto alle vostre dichiarazioni minacciose, possiamo assicurarvi che non ce ne importa un Kaiser».”

Le bolle di sapone della propaganda tedesca durante
la prima guerra mondiale; caricatura tratta da l'Asino.

(VI - segue)

giovedì 16 aprile 2020

La guerra totale, anzi, virale (V)

No al Paperonismo! (V - seguito della quarta puntata)
  La questione del momento dunque è: Ma è guerra o non è guerra? Con tante similitudini si è effettivamente portati a rispondere affermativamente, ma tante altre domande resterebbero senza risposta. È il virus il vero nemico o dietro ad esso si cela qualcun altro? Chi sono i veri attori di questo conflitto? Chi sta dalla parte del virus? Per il momento non si capisce proprio.
  Torniamo dunque alle similitudini. Se ci troviamo in una guerra, allora di certo ci sarà un dopoguerra, ed i periodi postbellici sono tutti un programma. Prima constatazione: a pace fatta si rimischieranno le carte e tante cose cambieranno. Ma qua stiamo al primo problema: se una pace viene dopo che la parte vincente ha imposto a quella perdente un "trattato di pace", chi è chi?. Non riesco a vedere un microscopico organismo in grado di pagare i danni di guerra e terminare le proprie attività ostili. Da virus si sottrarrà abilmente dalla scena, scomparendo nel nulla come tanti altri suoi colleghi.
  Però, come mi pare inevitabile, qualcuno dovrà perdere ed altri dovranno vincere, altrimenti che guerra sarebbe? Donald Trump risolve splendidamente il problema e ci fa anche intuire come stiano veramente le cose. Ripete a spron battuto che siamo in guerra contro un nemico invisibile, cosa che gli offre la possibilità di attingere a strumenti politici che la costituzione americana prevede e concede solo, appunto, in guerra. Ma poi se la prende con la Cina e con l'Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbe a dire con le Nazioni Unite, alias ONU. Un fatto enorme, senza precedenti, perché eravamo sempre abituati a percepire l'ONU come un docile strumento degli interessi economico-politico-strategici degli Yankee; basta pensare a quello che è successo, ed ancora è in atto, a Cipro, un fatto tanto grave e vergognoso, che nessuno ne parla per non mettere in imbarazzo USA e NATO. Anche in Europa a chiacchiere c'è il virus da una parte e tutti gli altri paesi dall'altra, ma la difesa viene fatta in ordine sparso e le ipotesi che girano relativamente al dopo, vedono fronti interni contrapposti che ci rimandano a bruttissimi periodi della nostra storia che nessuno ricorda più tanto bene, se non per sentito dire.
  Questi fronti interni bisticciano su come "ricostruire" e tutto ruota attorno a cifre spaventose di denaro, senza che qualcuno neanche accenni a cosa e come si intenda ricostruire. Il problema allora è l'economia ed il potere, inteso nella sua più brutale manifestazione. Anche qui Trump ci indica di cosa si tratta. Come un mantra ripete che gli Stati Uniti rappresentano il più grande sistema economico mai esistito al mondo e che dopo la guerra al virus sarà, per dirla con Petrolini, più bella e più superba che pria (Bravo! Grazie!). Se penso che la grandezza americana si fonda su ogni tipo di feroce sfruttamento e prepotenza, sono un po' preoccupato.
  Il problema dunque è da un'altra parte. Una volta sparito il virus e dunque finita la sedicente guerra, vedremo chiaramente quali erano le parti in campo e quali erano i motivi del contendere. Il virus ha solamente offerto uno scenario, un pretesto, per una resa dei conti che era nell'aria da molto tempo. In gioco non è la vita di "soggetti comunque a rischio" ma la sopravvivenza del genere umano, elemento del quale la terra può fare splendidamente a meno, come abbiamo tutti potuto vedere in questi giorni di pace per la natura, con fiumi e mari limpidi, uccelli che cantano ed ogni tipo e specie di bestie che scorrazzano per le vie e strade un tempo degli esseri umani, ora in ritirata.
  A voler semplificare al massimo, a voler portare tutto questo bailamme all'osso, la guerra è tra chi se ne frega del futuro e dell'umanità e chi vorrebbe che un'umanità veramente libera e capace di vivere in armonia con la natura potesse iniziare un nuovo corso della storia. Se vincono i primi siamo finiti e addio sogni di gloria, se gli altri, allora abbiamo qualche possibilità ed opportunità per un futuro migliore. In fondo di questo si sta parlando quando si parla dei fantastigliardi che servirebbero per "far ripartire l'economia" e "tranquillizzare i mercati".
  Tutti questi soldi servirebbero solo per arricchire ancora di più chi è già troppo ricco e non ha ancora abbastanza. Cambiando sistema economico —qui non è il luogo e non c'è lo spazio per entrare nei particolari— sono fermamente convinto che con molto poco potremmo ripartire con le nostre proprie forze. Mi torna qui alla mente la catastrofe immane dell'alluvione di Firenze. Mentre economistoni ed espertoni favellavano di tanti soldi e tempi lunghi, il piccolo grande sindaco della città del giglio, Giorgio La Pira, fece appello al buonsenso dei Fiorentini e li animò a partecipare tutti coralmente alla ricostruzione e diede un consiglio in particolare: fate girare i soldi. In pratica invitò tutti a spendere quello che potevano, per togliere soldi alle banche e darle ad artigiani e commercianti della città. La città si riprese in tempi da record e sono certo che funzionerebbe anche per l'Italia intera.
(V - segue)

giovedì 9 aprile 2020

La guerra totale, anzi, virale (IV)

I Macchiavellari (IV - seguito della terza puntata)
  Quello che forse più assomiglia ad un periodo bellico è la grande trasformazione nella comunicazione. Diceva Macchiavelli, nel suo trattato della guerra, che chi vuole partecipare da protagonista in guerra: "… non solamente cangia abito, ma ancora ne' costumi, nelle usanze, nella voce e nella presenza da ogni civile uso si disforma."
  A parte i bollettini giornalieri, ai quali a volte si fa un po' di fatica a credere, i quali tendono, forse anche involontariamente, ad indorare pillole amare, ci sono personaggi che improvvisamente cambiano, oltre che abito, tono di voce e ritmo della parlata per sparare a raffica proclami, anatemi, ordini, grida, disposizioni, minacce, incitamenti, parole d'ordine (per riassumere: cazzate) quando non semplicemente sproloqui privi di senso, comunque sbagliati, se non addirittura dannosi e pericolosi.
  Esempio da parata il fenomeno di Rignano, il quale a nome del suo condominio rilascia interviste a raffica sui giornaloni, dipingendo a fosche tinte un futuro terribile per i suoi amici, evitabile solamente seguendo le sue fanfaronate. Giudica e condanna a piene mani e crede di avere davanti un palazzo dello sport stracolmo di uniformati applaudenti.
  Macchiavellico, anzi, macchiavellaro, il povero Salvini, con i suoi irrisolti guai etilici ed gli insolubili problemi di identità, che si esprimono con il continuo e vorticoso mutamento di casacche e divise. Visto che il momento storico che sta passando nella sua mente è molto grave, ora si veste in doppiopetto per dare un segno di serietà ed adeguatezza. Oltre all'abito (quando si metterà un saio?) resta quasi immutato il livello di follia delle sue esternazioni, anche perché aveva raggiunto il top con la sua richiesta di pieni poteri, tanto da far sembrare tutto quello che è andato dicendo dopo solamente un poco distante da una stravagante normalità.
  C'è poi la Meloni, poverina, che deve fare i conti probabilmente con i postumi di una infanzia difficile. Sembrerebbe che da piccola l'abbiano abbandonata davanti ad un televisore e le abbiano fatto vedere tutte le videocassette dei discorsi dei duce. Oramai parla come lui. Stessa cadenza, stesso vocabolario, stesso tono roboante, immarcescibile e vibrante. Ma va detto che riesce a dire cose più assurde di quelle che il figlio del fabbro di Predappio forgiava per le folle deliranti ed i poveri operai comunali che le dovevano scrivere a vernice sulle facciate delle case, palazzine e palazzi di paesi e città del fatidico stivale. La più bella che ho sentito ieri era: "Il governo non collabora con noi!" Ora bisogna spiegarle, che a differenza di quello che lei ha appreso dalle videocassette dell'Istituto Luce, attualmente in Italia esiste anche un'opposizione. Bisogna poi renderla cosciente del fatto, che lei stessa appartiene a tale opposizione. Essendo così, in caso di praticabilità, arrivando ad una collaborazione, sarà l'opposizione che collabora con il governo e non viceversa.
  Il massimo comunque lo ha raggiunto uno scatenato sindaco siciliano, il quale, non ostante la sua evidente dislogia, dovuta a scarsi successi scolastici ed una palese difficoltà a non esprimersi in dialetto, in perfetta posa mussoliniana urla frasi prive di senso, o che forse capisce solamente lui e quella poveraccia della sua segretaria, con sullo sfondo vigili urbani, carabinieri e poliziotti che fanno finta di non conoscerlo. Qualcuno gli avrebbe dovuto dire che prima di rilasciare delle dichiarazioni a qualche organo di stampa o televisione, dovrebbe evitare di pippare.
(IV - segue)