venerdì 21 agosto 2015

Il problema sono i musei, non gli stranieri

Stiamo guardando la punta del dito che la indica, invece di guardare la luna. La situazione in generale dei beni culturali in Italia è disastrosa, ma si discute solo dei nuovi direttori di una manciata di istituti

 Non ho seguito con attenzione la polemica nata dopo la nomina di alcuni "stranieri" a direttori di importanti e straordinari musei italiani; vorrei prima scrivere quello che penso io, e poi mi leggerò le opinioni di Daverio, Sgarbi e chi altro ancora…
  In linea di principio non sono in nessun modo contrario al fatto che un non italiano -inteso come cittadino italiano per nascita e cultura- possa andare a dirigere un nostro museo. Non è neanche la prima volta, basti pensare, per il settecento, a Johann Joachim Winckelmann, il quale fu nominato prefetto delle antichità di Roma, oppure Jakob Philipp Hackert che fu pittore di corte del re Ferdinando IV di Napoli e partecipò al primo allestimento del Museo di Capodimonte.
Dinu Adameșteanu
(immagine tratta dal sito "Il Lucano Magazine")
  Altri stranieri, e non solo tedeschi, furono chiamati a guidare la un tempo prestigiosissima Accademia di San Luca, e cito giusto a memoria Anton Raphael Mengs, Bertel Thorvaldsen e Charles Le Brun. In tempi più vicini a noi resta indimenticabile il rumeno, naturalizzato italiano, Dinu Adameșteanu, che fu funzionario statale, il quale alla guida delle Soprintendenze di Basilicata e Puglia, difese il patrimonio archeologico da ogni attacco e creò una qualificata rete di musei, di rango nazionale.
  Adameșteanu rappresenta una punta di eccellenza assai rara, ma non si deve credere che basti essere stranieri per fare meglio di qualsiasi italiano. Potrei citare diversi casi, nei quali supertitolati stranieri, chiamati con l'idea che fossero capaci di fare miracoli, hanno fatto cilecca e causato danni al nostro patrimonio culturale. Ma qui stendiamo un pietoso velo.
  Chiarito il primo punto, cioè che mi stanno bene degli stranieri a dirigere i nostri migliori musei, dico subito, con eguale chiarezza, che ritengo l'operazione appena fatta una inutile spacconata che non porterà nulla, anzi, rischia di peggiorare ulteriormente la situazione già spaventosa del patrimonio storico, archeologico ed artistico nazionale.
  L'ho già sentito dire e concordo pienamente, che si tratta solamente di fumo agli occhi, una trovata pubblicitaria senza che vi sia più un prodotto vero da pubblicizzare.
L'umiliata Biblioteca dei Girolamini a Napoli
  Mi chiedo con una certa angoscia cosa succederà ancora. Quello che non si dice è che nel corso degli ultimi 30-40 anni il declino della tutela del patrimonio culturale è stato crescente, spaventoso, barbarico. Il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini a Napoli è solamente la punta di un iceberg. Nel più totale silenzio di giornali e televisione si è messa in atto una devastazione mai vista che sarebbe assai lunga da descrivere minuziosamente.
  Franceschini, che fa il Ministro dei Beni Culturali (dire che sia ministro mi pare esagerato) probabilmente non ha idea di come stiano le cose. Leggendo le sue note biografiche si capisce che durante la sua vita non ha mai avuto contatti con le problematiche legate alla tutela e soprattutto alla gestione del nostro immenso patrimonio culturale, a parte magari la sua partecipazione a qualche comitato o commissione parlamentare. Anzi, fonti ben informate, sostengono che a lui di beni culturali non importa un piffero. Sta lì a fare qualcosa per mettersi in bella vista, facendosi probabilmente mal consigliare da qualcuno che il patrimonio culturale lo odia.

L'abbazia di Montecassino, simbolo delle devastazioni belliche
Il disastro nel settore dei beni culturali non è cosa nuova nel nostro paese. Accenno giusto per gli addetti ai lavori alla polemica ottocentesca sull'editto Pacca oppure la prima legge del 1908. Con il periodo del regime fascista, che solo a parole e per evidenti scopi politico propagandistici si dichiarava protettore dei beni culturali, ci sono rimaste almeno le leggi 1088 e 1089 del 1939, volute da Giuseppe Bottai, che riuscirono a limitare in buona misura i danni. Con la seconda guerra mondiale il nostro patrimonio attraversa il suo periodo più nero, con il saccheggio, la dispersione, la distruzione ed il danneggiamento di archivi, biblioteche, musei, zone archeologiche ed edifici storici.

Per arginare il disastro, con la legge del 26 aprile 1964, n. 310 fu istituita la Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, presieduta da Francesco Franceschini, non solo casualmente omonimo del nostro facente funzione ministro, ma di pasta completamente diversa. I tre volumi degli atti sono ancora oggi di grande interesse, soprattutto per tante soluzioni proposte, delle quali però non si tenne troppo conto in seguito.
Atti della Commissione Franceschini
  Fu comunque importante, soprattutto per l'impulso che seppe dare all'interesse generale per i beni culturali, tanto che nel 1974 si arrivò alla nascita del Ministero per i Beni Culturali per iniziativa, così si racconta, di Giovanni Spadolini. Sembrava che i tempi bui per archeologia, storia ed arte fossero finiti, ma col senno di poi si può dire che non fu proprio così.
  Non passarono neanche 10 anni, ed il frequentatore di discoteche Gianni De Michelis, fido accolito di quel galantuomo di Craxi (il padre putativo di Berlusconi) si inventò e promulgò nel corso di un convegno indetto dal PCI di buona memoria la dottrina dei "giacimenti culturali", dichiarando i beni culturali "il nostro petrolio". Una posizione assurda ed abberrante che ha dato il via allo smantellamento definitivo della cultura italiana.
  L'unicità del patrimonio culturale italiano è data dal fatto che esiste da sempre un intreccio ed un legame profondo tra storia, arte e cultura ed il territorio, comprese le comunità che ci vivono. La storia è talmente lunga, che anche i musei e le raccolte artistiche hanno radici lontane e profonde. Quando in Italia già esistevano musei pubblici, nel resto d'Europa si cominciavano a collezionare, in mancanza d'altro, conchiglie, animali imbalsamati, feti orridi sotto spirito ed altro ciarpame assortito.
  La cultura in Italia, per certi aspetti, non era appannaggio unico dei regnanti o degli aristocratici, ma anche un gran numero di carrettieri, contadini e popolani sapevano a memoria la divina commedia o la Gerusalemme liberata, e chi non la sapeva, se l'ascoltava con attenzione e riverenza, convinto che si trattava di storie che lo riguardavano direttamente, personalmente. Ferdinand Gregorovius un giorno a Trastevere, nella ressa della Festa de' Noantri rimase scioccato quando, dopo aver inavvertitamente pestato un piede ad un popolano si sentì minacciare con la frase: "Bada straniero, che nelle mie vene scorre sangue troiano!"
Edificio storico americano ricostruito in un museo statunitense
  Nei paesi di origine dei nuovi direttori di alcuni dei nostri musei (perché poi solo alcuni? e tutti gli altri?) l'intreccio tra museo, opere d'arte, cultura in genere se c'e, non è certo dello spessore e della portata che a noi pare ovvia. Per non parlare degli Stati Uniti! Non ricordo esattamente dove, ma vidi in un museo una piccola raccoltina di bassorilievi egiziani ed altri reperti archeologici (manco a farlo apposta di provenienza poco chiara, ma comunque italiana) esposti lungo un corridoio, per poi passare in grandi sale nelle quali dietro elefantiache vetrine stavano accatastate valigie, bauli, sedie, canestre, scatole, bambole, vasi, brocche, càntari, lampade a petrolio ed ogni altro bene che i primi immigrati dall'Europa si erano portati appresso. Se il direttore del museo si vendesse un bassorilievo egiziano, gli chiederebbero quanto ci ha ricavato, ma se vendesse anche solo un pitale in ferro smaltato: apriti cielo! Orrore e raccapriccio!
  Comunque sia, il problema non sono i direttori dei musei che vengono dall'estero. Li dovremo giudicare alla prova dei fatti. Il vero problema sono i musei e le condizioni critiche in cui si trovano dopo decenni di assurdità, malversazione, rapina, saccheggio, distruzione e dispersione. Tutta la baracca dei beni culturali è stata sfasciata, e, come si dice a Roma, neanche se scende Cristo in persona ci si riesce a mettere una toppa.

De Michelis mentre elabora l'idea dei "giacimenti culturali"

 L'idea dei "giacimenti culturali" ha avuto conseguenze di lunga portata e pezzo dopo pezzo, anno per anno l'intero sistema è stato svuotato ed annichilito. Dai tempi di Craxi non è stato più fatto un concorso regolare per assumere il personale, dai custodi ai funzionari dirigenti. Per la struttura del Ministero, dalle Direzioni Generali fino alle Soprintendenze, il personale è stato mano a mano reclutato nei modi più disparati, fino al trionfo delle cooperative per coprire a malapena le falle del sistema, cooperative usate da gestori privati esterni che hanno in mano e controllano i servizi di musei, biblioteche, scavi archeologici, archivi e monumenti. Queste società invece di apportare, naturalmente tolgono. Non danno alcun servizio culturale o scientifico, ma producono gadgets. I direttori dei musei oramai, prima di decidere di fare qualche iniziativa, mostra o altro nel proprio istituto, devono chiedere lumi non al Soprintendente, ma all'amministratore delegato di turno di questi servizi, servizi che hanno quasi sempre bellissime sedi, dove mancano solamente le poltrone in pelle umana.
  Invece di servizi che dovrebbero fornire producono invece feste, cene, pranzi, sfilate di moda, eventi mondani ed altre cazzate di pessimo gusto che non portano niente ai musei, se non danni d'immagine ed anche materiali. A proposito! Franceschini, il sedicente ministro, pare abbia detto che i direttori stranieri dovranno aumentare i visitatori ed accorciare le file alle casse. Ma come potranno farlo? Qualcuno dovrebbe dire a Franceschini che le biglietterie sono strettamente in mano alle società "di servizi", che le gestiscono con personale avventizio supersfuttato e che hanno come unico obbiettivo il proprio profitto. Mi chiedo in che lingua i direttori stranieri parleranno con quella gente; il loro italiano accademico, tutto precisino, non basterà di certo.

mercoledì 12 agosto 2015

La mia piccola compostela



  Oramai è talmente di moda fare il cammino di Santiago di Compostela, la "via francigena" per intenderci, che a me personalmente quasi non attira più per niente, a parte il fatto che non ne avrei il tempo e le risorse, almeno per adesso.
  Ora, visto che da circa 30 anni regolarmente ogni 10 agosto vado ad Amaseno, nel cuore dei Monti Lepini, per vedere il prodigio del sangue di San Lorenzo, ma sempre e solo comodamente in automobile, ho pensato che una volta tanto sarebbe stato il caso di provare a fare almeno un pezzo a piedi per arrivarci.
  Così sono arrivato col treno alla Stazione di Priverno-Fossanova, da dove, zaino in spalla, senza sapere quanto fosse lungo il tragitto e senza cartina alla mano ho cominciato a camminare. Lungo una trafficata strada provinciale, provvista di regolamentare guard-rail, non è sempre consigliabile, ma di certo si offre l'occasione di fare una prima quasi sorprendente scoperta: dietro al guard-rail esiste un mondo sconosciuto. Sappiamo quanta monnezza si possa scoprire lungo le strade di campagna, come vedremo anche in seguito, ma delle schifezze che si nascondono ai bordi delle strade provinciali, regionali e statali possiamo renderci conto solamente muovendoci col cavallo di San Francesco.
Lo splendido portale della chiesa abbaziale
di Fossanova. Siamo nei primi decenni
del medioevo, quello vero.
  Appena superati i primi due chilometri colgo l'occasione di una prima tappa tutta in tema, l'abbazia di Fossanova. Anche questo è un luogo ben conosciuto e ci sono stato tante volte, ma non ero mai passato sotto l'arco d'ingresso a piedi; una sensazione del tutto nuova, così come si prova un certo piacere a non perdere tempo per trovare un parcheggio per la macchina, possibilmente all'ombra. Bella di fuori e di dentro, pensando a tutto quello che ha passato durante la sua storia, è quasi un miracolo che si sia salvata. Un attimo di raccoglimento nella chiesa deserta e poi due passi nel chiostro. Per puro caso scopro che una signora sta aprendo una porta che avevo sempre trovato chiusa: l'antica cucina dei cistercensi. Speravo di vedere antichi fornelli, ma anche qui moderni architetti avevano rimodernato, e delle antiche strutture non restava traccia. Ora il locale viene usato come refettorio dai dieci francescani che popolano discretamente quel che resta della dimora cistercense.

  Riprendendo il mio cammino, mi accorgo di un fervore attorno a delle spoglie strutture di legno e balle di fieno buttate un po' dappertutto. Chiedo a due giovanotti se fosse in preparazione una fiera e la sorridente risposta è: "No, stiamo preparando la festa medioevale!". Avrei voluto spiegare ai ragazzotti che la roba che stavano mettendo in scena col medioevo avrebbe avuto molto poco a che fare; semmai sarebbe stato qualche cosa di rinascimentale condito con figuranti da tardo barocco campestre. Comunque non avrebbe avuto senso parlarci. Prima o poi saremmo arrivati alla "spada celtica" ed avrei sicuramente perso la pazienza.
  Tornato a sgambettare sulla provinciale, dallo strano nome "Marittima II", vado verso Priverno, la vecchia Piperno nonché antichissima Privernum, consapevole del fatto che prima o poi avrei dovuto svoltare a destra per trovare una strada che seguisse il piede della montagna e tagliasse verso Amaseno. Con la macchina sarei andato direttamente sulla superstrada ed in cinque minuti, o forse meno, sarei arrivato allo svincolo. Senza cartina era un po' un terno al lotto, ma andavo avanti fiducioso, sperando di incontrare qualcuno sul mio cammino, una pia illusione.
  Ad un certo punto, dopo varie curve, avvisto ed identifico il fiume Amaseno e poco prima di Priverno un ponte nuovo di zecca, non ancora aperto al traffico automobilistico ma transitabile dai pedoni mi permette di raggiungere l'altra sponda. Dall'altra parte trovo una strada, apparentemente asfaltata, che secondo me, ma non ci avrei messo la mano sul fuoco, andava dritta verso la mia meta.
  Neanche cento passi ed il manto d'asfalto scompare, ma non del tutto. Ne restano lacerti qua e la e dove i lacerti sono un po' più ampi, contengono immancabilmente delle buche che vanno dal fastidioso al tattico; a causa di un potente temporale di due giorni prima i danni all'ex manto stradale si dividevano in "buca" e "buca con acqua". (verifica questa citazione)
Una delle buche meno peggio
    Un manto stradale così assurdo, praticamente due dita di catrame e brecciolino spalmato frettolosamente su di una normale strada campestre spianata con due botte di ruspa e cosparsa di qualche camionata di sassi o vecchi calcinacci, è un tipico esempio di asfaltatura preelettorale, che solitamente regge fino al primo giorno dopo le elezioni. Ha comunque i suoi effetti: il sindaco uscente può dire nel comizio di chiusura che non si è dimenticato degli agricoltori ed è quasi sempre a costo zero: in vista di sostanziosi appalti la locale ditta di movimento terra ha mandato la ruspa ed il camion, l'ingrosso di materiali per l'edilizia il brecciolino, l'imprenditore edilizio i calcinacci e la ditta di costruzioni stradali ha fornito l'asfalto economizzato usandone di meno rispetto al capitolato in un'altra strada pagata fior di soldi dalla Regione o dalla Provincia.
  Io a mia volta penso però che la breve durata di queste asfaltature ci conserva la visione di strade di campagna sterrate che hanno un loro indubbio fascino. Seguono l'andamento dolce del terreno, disegnano lievi curve, girano rispettosamente attorno a degli alberi della cui ombra si può godere, specialmente in giornate fin troppo soleggiate. Ai lati di queste strade poi crescono e prosperano piante selvatiche di ogni genere, capaci di dispensare ristoro al viandante. Ho potuto assaggiare more di ogni tipo. Pensavo che le more fossero di un tipo solo, ma mi sbagliavo alla grande! Possono variare non solo nelle dimensioni, ma anche nel sapore, nell'aroma, nel retrogusto. Dopo almeno sei chilometri di more diverse devo dire che se un sommelier mi dicesse che un tal vino ha sentore di more selvatiche, gli chiederei subito di quali more selvatiche sta parlando e pretenderei che fosse un poco più preciso.
  Oltre alle more abbondano i fichi ed ora è il momento di particolari fichi settembrini che sono maturi già ad agosto, Alcuni sono di una dolcezza straordinaria ed è un vero piacere mangiarne. Un po' meno gradevoli al primo impatto sono le prugne selvatiche, belle a vedersi, ma ancora allappano da morire. Più buone saranno alla fine di settembre. Ottime sin da ora sono comunque le pere. Ne ho assaggiata una che mi ha letteralmente inebriato di profumi e dolcezza. Credo che neanche da ragazzino ne mangiai una del genere.
Blocchi squadrati provenienti da qualche edificio antico distrutto
  Comunque di mora in prugna ad un certo punto sentivo i piedi che iniziavano ad appesantirsi. Rallentando comunque iniziavo anche ad osservare con maggiore attenzione i particolari cui passavo accanto. Anche qui, come già accennato, monnezza di ogni tipo, anche se distribuita diversamente rispetto alle strade provinciali e regionali. In molti casi si trattava di rifiuti vecchi, come dei copertoni d'automobile pietosamente coperti da un velo di terra. In altri casi resti metallici ormai arrugginiti che spuntano da piccoli montarozzi sotto ai quali forse si nascondono le spoglie di elettrodomestici arcaici ed altre suppellettili dalle fattezze irriconoscibili. Comunque l'Italia è un paese classico, antico, e non ci facciamo mancare niente. Sul bordo della strada ho infatti avuto occasione di ammirare alcuni blocchi di calcare ben squadrati, chiaramente antichi, appartenenti a qualche fastidioso rudere che intralciava la costruzione di una bella casa abusiva moderna…
  Ma non tutto è bruttezza, ed a un certo punto mi sono goduto un colpo d'occhio che mi ha fatto capire perché i viaggiatori del Grand Tour parlavano di paesaggi italiani romanticamente belli. Guardando verso Maenza me ne sono reso conto: se non fosse stato per i tralicci di una linea elettrica, quello che avevo di fronte poteva anche essere l'acquerello di un viaggiatore anglosassone del primo ottocento.
Grazie ai filtri di Photoshop posso qui presentare un falso acquerello con la veduta di Maenza.
  Talmente preso da questa sconvolgente bellezza, mi ero totalmente dimenticato di verificare se stavo sulla strada giusta e se i miei piedi, alle prese con i primi doloretti, mi stavano portando nella direzione corretta. Come d'incanto incrocio un signore, ad occhio e croce settanta anni, maglietta arancione e cappelletto colla visiera. Alla mia timida domanda dove andasse la strada mi fà: "Ad Amaseno". È stato un vero sollievo, ma poi ho chiesto se mi potesse dire quanto ad occhio e croce mancasse all'arrivo; "Dodici chilometri" la pronta risposta. "Grazie arrivederci…" e già mi facevo qualche calcolo su quanto fossi in ritardo. Completamente a piedi non ce l'avrei più fatta. Realisticamente sarei arrivato verso le due, ma su quella strada l'unico incontro era stato sino a quel momento solo il passeggiatore arancione. Di macchine neanche l'ombra. Avevo però qualche speranza, visto che mi aveva detto che dopo essere passato sotto la superstrada, avrei dovuto prendere un'altra strada provinciale che mi avrebbe portato alla meta.
  Arrivato su questa agognata provinciale, proprio davanti alla suggestiva cappella di Santa Maria della Pace, potevo sperare ti trovare qualche passaggio, ma c'erano solamente un paio di automobili ed un maestoso trattore che andavano nella direzione opposta. Così ho superato anche una enorme cava di calcare che a grandi mozzichi si sta mangiando il monte sulla cui cima si trova Roccasecca dei Volsci.
Un campo di mais da foraggio abbattuto dalla tempesta
  Ad un certo punto sento alle mie spalle il rumore di un'automobile. Mi giro, vedo la macchina, tiro fuori il pollice a mo' di "like" di facebook. La macchina si ferma e posso salire. Al volante un mio coetaneo che mi dice che anche lui stava giusto andando verso Amaseno, un sollievo indescrivibile. Cerco subito di attaccare bottone, ma squilla il suo telefono. Il dialogo era in stretto idioma locale, e nonostante la mia discreta conoscenza di diverse varianti laziali dell'italiano, di fronte al dialetto vero riuscivo a captare solamente qualche parola qua e là. Si trattava comunque di vacche, di terra, di piante, di tempeste ed altri accidenti. Finita la telefonata, ebbe la cortesia di spiegarmi che tre giorni prima c'era stata una vera e propria bufera, che gli aveva buttato giù il granturco da foraggio per le vacche e le bufale e che ora si trovava nei guai. Aggiunse che ci si metteva anche il governo, che invece di aiutare, gli aveva non solo messo nuove tasse, ma gli aveva anche tolto la nafta per il trattore.
La diga medioevale deturpata
  Veramente per quando riguarda il governo aveva usato un tono molto deciso, infiorettato da espressioni che non sto qui a ridire, sia perché dialettali, sia perché non mi pare opportuno ripeterle. Comunque tra un delinquenti di qua ed un mascalzoni di là arriviamo ad un bivio al quale mi comunica che le nostre strade si dividevano. Un caloroso ringraziamento ed un cordiale saluto, e di nuovo me ne vado avanti a piedi.  Ero sceso in un punto che mi era sempre piaciuto, nel quale il corso dell'Amaseno deve superare una piccola diga risalente al medioevo, che convogliava parte delle acque verso un mulino abbandonato ormai da tempi immemorabili. Con mia sorpresa vedo ad un lato della diga un cazzotto a un occhio in cemento, oltre a lavori e movimenti che hanno stravolto un colpo d'occhio che era rimasto immutato da tempi remoti. Dopo mi sono informato, per scoprire una cosa che per ora vorrei definire "curiosa". Qualcuno, ma non si riesce a sapere chi, ha avuto la bella idea di costruire sulla diga alta circa un metro una centrale idroelettrica. Se l'Italia fosse un paese normale, avrebbero forse restaurato e ricostruito l'antico mulino, ma come al solito c'é di mezzo qualche geniale geometra e qualche originale architetto, in combutta col solito assessore o sindaco di turno che deve per forza fare qualcosa di "nuovo", senza porsi il problema che forse va a causare danni irreversibili.
Due strisciate di fertilizzante naturale, dal caratteristico odore
  A parte i danni causati dall'uomo, ho potuto rendermi conto anche di cosa parlava così animatamente il brav'uomo che mi aveva dato il passaggio. Lungo la strada c'erano diversi campi coltivati a mais da foraggio allettati dalla forza dell'uragano, uno spettacolo desolante, che fa capire quanti guai possono capitare in agricoltura, non solo a causa del governo. A proposito di agricoltura! Andando a piedi per le campagne si ha la straordinaria occasione di percepire odori che altrimenti restano confinati fuori dai finestrini ben chiusi delle automobili. Di solito sono profumi di fiori o erbe aromatiche, ma si incontrano anche veri e propri muri di odori forti, per i quali si ha bisogno di farci l'abitudine, causati dalla concimazione naturale con lo stallatico di vacche e bufale. Che da quelle parti si usi poca chimica me lo hanno dimostrato le tante trote che vivono nel fiume Amaseno, uno spettacolo che non vedevo più da anni.

Le trote nell'Amaseso, uno spettacolo quasi incredibile
Odori o profumi, ecco che dopo l'ennesima curva mi appare davanti la meta agognata: Amaseno! Guardo l'orologio e scopro che forse faccio a tempo anche per la messa. Gli ultimi metri non sono stati facili, dato che i piedi cominciavano a minacciare scioperi o comunque forme di dolorosa protesta ma mi restava solamente di attraversare il mercatino che viene allestito in occasione della festa di San Lorenzo. Il mercato comunque questa volta non era come al solito. Le bancarelle erano molte di meno rispetto agli anni precedenti e c'era un'atmosfera da apocalisse. In tutta fretta i commercianti stavano ammucchiando la loro roba e si incitavano vicendevolmente a fare più presto. Non mi ero accorto che alle mie spalle, sui bordi della vallata che avevo appena attraversato, si stavano formando minacciosi nuvoloni. Si vedevano i primi lampi che rischiaravano lo scuro crescente.
  Entrando in chiesa ho potuto cogliere le ultime frasi della predica, mentre fuori cadevano i primi goccioloni. Finita la messa come tutti gli anni mi sono messo in fila per vedere da vicino l'ampolla col sangue, che questa volta era molto più limpida e trasparente degli anni passati. Ogni volta me la guardo e ci penso, quanto sia bello osservare una cosa incomprensibile. Viviamo un'epoca con tanti cialtroni che sparano certezze e non si sa dove le vadano a prendere. Tutto, secondo loro, sarebbe spiegabile. Beh, quell'ampollina, il cui contenuto fu analizzato, se non sbaglio nel 1912, da una commissione di medici e chimici, tra i quali anche un bravo ateo a maggiore garanzia di verità, ha rivelato che si tratta effettivamente di materiale ematico. Quello che non riuscirono a spiegare fu il fatto di come questo materiale biologico, tra l'altro conservato in un contenitore non ermeticamente chiuso, non venisse attaccato da muffe o batteri e come facesse a sciogliersi senza alcuna sollecitazione chimica o fisica ogni anno esattamente il 10 agosto, ricorrenza del martirio del Santo.
  Uscendo dalla chiesa, tutto era bagnato, ma aveva appena finito di piovere, così me ne sono potuto andare tranquillo verso il secondo appuntamento ad Amaseno: il ristorante "Da Giotto". Per farla breve: antipasto di montagna, ravioli alla ricotta di bufala, spezzatino di bufalo, torta alla ricotta di bufala con noci fresche. Visto che il tema di questo post è la mia piccola Compostela, del pranzo riferirò dettagliatamente magari su trip-advisor. Comunque la fortuna, o forse proprio San Lorenzo, mi ha assistito anche per il ritorno, ed è stato lo stesso Giotto in persona a presentarmi un suo vecchio compagno di scuola che mi ha riportato in macchina alla stazione da dove ero partito per il mio cammino e dove ho trovato subito un treno che ho preso al volo. Mi sa che l'anno prossimo lo rifaccio, ma in bicicletta.


lunedì 22 dicembre 2014

The Carbonara Mistery Case



The Carbonara mistery case

Sulla intricata questione delle vere origini della carbonara Livio Jannattoni aveva tagliato corto: "…io non me la ricordo…", e se era lui a non ricordare di averla mangiata prima della guerra, deve essere vero. Per troppo netta che possa apparire, questa affermazione viene pienamente confermata anche da uno spoglio sistematico di libri di cucina e ricettari vari.
Appare dunque improvvisamente questa carbonara, in un momento imprecisato nel corso del primo decennio dopo la seconda guerra mondiale, al termine del quale a Roma non c'è più trattoria o ristorante che non la offra a voce o bianco su nero, scarabocchiato su di una lavagnetta o nero su bianco, a stampa su di un menù-foglio volante. Che sia una creazione "moderna", lo si vede anche dal fatto che nelle cucine casalinghe la carbonara ha fatto fatica a penetrare, restando a lungo un piatto da andare a gustare in trattoria, come la coda alla vaccinara.
Io stesso ricordo che rimasi sorpreso, era circa il 1966 o giù di lì, quando mangiai per la prima volta una carbonara in una trattoria di Trastevere. Era una pietanza che mia madre non aveva mai fatto in casa, pur essendo cuoca romana sopraffina. Ricordo anche come una volta la carbonara divenne argomento di serene chiacchiere tra mio padre ed alcuni amici tedeschi, ma da giovane e stupido non ascoltai con particolare attenzione, anche se rammento che mio padre scese in particolari relativi alla preparazione e ad una serie di trucchi che aveva visto applicare in più di una occasione.
Passati tanti anni, mi vedo ora preso dalla mania di voler con la massima precisione possibile realizzare le ricette della tradizione romana, e di fronte alla carbonara mi son visto crescere davanti una questione quasi insormontabile, un vero mistero. Anche chiedendo in giro a persone che avrebbero dovuto sapere mi resi conto con stupore che nessuno sapeva dove, come, quando e perché. Storie confuse e contraddittorie, ipotesi azzardate, palesi corbellerie mi fanno summa summarum capire una cosa sola: la carbonara appare a Roma improvvisamente, senza che nessuno si fosse potuto accorgere come e da ove arrivasse. Fu come una improvvisa fioritura nel deserto dopo un temporale che ha interrotto un lungo periodo di siccità; i semi erano nascosti tra i grani di sabbia e nessuno li aveva notati.
Strano anche il fatto, che nonostante il gran successo della ricetta, nessun luogo d'Italia ne reclami né maternità, né paternità; la carbonara viene dal nulla e conquista in un batter d'occhio il gusto dei romani, che in fatto di cucina sono dei tradizionalisti, poco inclini ad accogliere apertamente ardite innovazioni. Almeno così era fino alla fine degli anni '60. Per le generazioni dei nati dopo la guerra invece la carbonara viene vista e vissuta come una tradizione gastronomica romana senza se e senza ma, un salto enorme inspiegabile.
Il mistero delle origini e della nascita del piatto viene progressivamente infittito ed ingarbugliato come un canneto invaso dai rovi a causa delle risposte alla questione propalate da schiere di incompetenti, autonominati esperti, giornalisti e sedicenti tali, chiacchieroni cronici e pallonari incalliti. Se ne sentono e se ne leggono di tutti i colori. La più diffusa stupidaggine vuole che un fantomatico oste romano fosse stato spinto da soldati americani a condire una pasta con del bacon e delle uova in polvere delle razioni militari. Nulla di più improbabile, anzi, impossibile. Questa storia assurda ha girato così tanto, trasformandosi ed evolvendo, che un giorno da un tipetto saccente ed arrogante mi sono sentito dire che la ricetta fu inventata da un ufficiale americano di stanza in Italia durante la prima guerra mondiale. Allo spudorato narratore ho tolto perennemente il saluto. Su certe cose né si scherza, né si possono dire scempiaggini del genere.
Bisogna comunque a questo punto dire, che la seconda guerra mondiale è un netto terminus post quem. La nascita della carbonara è legata in qualche modo agli ultimi anni di guerra a Roma ed i primi anni di pace.. Tra il '43 ed il '48 la ricetta germoglia ed inizia a prendere forma, per poi esplodere ed affermarsi con la rapidità e profondità di una cosa di gran moda.
Ma perché? Così, a prima vista tutta la cosa non trova spiegazione. Non riesce ad offrire al volo una risposta neanche internet, dove sono talmente tante le storie ed ipotesi, contrastanti, confuse, approssimative e noiosamente ripetitive, che si abbandona ben presto la ricerca. Ma in questa melma di ipotesi, fandonie, storie e chiacchiere vanno pescati quegli elementi verosimili che possano aiutare ad avvicinarsi alla verità. Parallelamente bisogna ripassare attentamente al setaccio, per quanto possibile, libri, riviste, periodici ed annuari alla ricerca di utili indizi.
Abbiamo già visto come nei libri di cucina della prima metà del '900 non si trova traccia di carbonare. C'è chi ha passato al vaglio la vastissima letteratura gastronomica ottocentesca, trovando alla fine una vaga traccia, un primo indizio. Il nobile napoletano Ippolito Cavalcanti nel suo famoso libro dedicato alla cucina napoletana, nella seconda parte intitolata "Cusina casarinola co la lengua napolitana" tutta dedicata alla gastronomia popolare, ci fa sapere che il popolo conosce tante maniere per condire la pasta, tra le quali quella dell'aggiunta di uova. Ma il problema resta intatto, visto che tra Napoli e Roma ci sono 200 chilometri, una distanza allora ed anche in seguito difficile da superare, ed in termini temporali 120 anni nel corso dei quali non abbiamo notizie dirette di queste uova crude con le quali condire i maccheroni.
Forse per trovare una pista da seguire, ci si dovrebbe concentrare maggiormente sul nome, il quale ha però dato spesso e volentieri la stura a raffiche di fesserie. Quella che più piace ai creduloni vuole che la forma vagamente tronco-conica presa dagli spaghetti ammonticchiati nel piatto, in virtù di una energica spolverata di pepe, ricordasse i mucchi di carbone che allora si vedevano nei depositi dei carbonai. Bastano pochi secondi di riflessione e sano pensiero, e questa proposta si dissolve come una iridescente bolla di sapone.
C'è anche qualche buontempone amante delle bubbole patriottardo-risorgimentali, il quale facendo perno sul nome, rivendica alle conventicole di agitatori massoni del primo ottocento la paternità del piatto. Una palese panzana, dato che se così fosse, il piatto già da tempo sarebbe stato elevato agli altari della storia patria e Pellegrino Artusi l'avrebbe dichiarato il piatto nazionale per eccellenza, mentre nel suo manuale, a torto considerato il "testo unico" della cucina nazionale italiana, la carbonara la troviamo nominata neanche per sbaglio, così come vi cercheremmo invano la 'matriciana.
Ma il nome di un piatto ha sempre un senso ed una origine concreta e plausibile, dunque ci restano solo da prendere in considerazione i carbonai, quelli, insomma, che nei boschi e nelle macchie d'Italia producevano il carbone di legna necessario per cucinare prima dell'arrivo generalizzato del gas e poi dell'elettricità. Visto che stiamo parlando di una ricetta prettamente romana - se fosse stata, ad esempio, toscana, si sarebbe chiamata "alla carbonaia" - i carbonai li dobbiamo cercare tra Lazio ed Umbria. Del resto che proprio a dei carbonai potesse venire in mente di aggiungere delle uova crude ad una pasta condita con un grasso facilmente reperibile, conservabile e trasportabile ed una bella manciata di pecorino (il pepe o peperoncino veniva da solo dalla pancetta o dal guanciale, che a questi due ingredienti devono la propria conservazione) è quasi ovvio.
Per fare il carbone si sfrattavano le macchie —rifugio da sempre dell'avifauna—, e trovare dei nidi con dentro delle uova era un fatto quotidiano. Mancando a quei tempi ambientalisti e protezionisti, l'uso delle uova non aveva freni o controindicazioni di sorta. Abituatisi a quel gusto, in mancanza di uova di fagiano, anatra o di qualche altro bel volatile in via di estinzione, anche un semplice uovo di gallina dava ottimi risultati.
Se ottimisticamente volessimo accettare che il nome fa riferimento ai carbonai dell'Umbria —alcune ipotesi propendono per questa provenienza— o Lazio, dobbiamo vedere se è possibile scoprire in qualche modo come la ricetta attribuibile ad una specifica e ristretta categoria professionale sia riuscita a fare tanta fortuna a Roma. Senza però testi e documenti concreti l'impresa appare impossibile. Veramente sarebbe anche inutile, dato che scavando sempre più a fondo alla fine la storia vera ha preso forma.
Finalmente un indizio straordinario ci viene da un libro pubblicato negli Stati Uniti nel 1958 e ci apre nuove piste da battere per la nostra indagine. Samuel Chamberlain, raffinato disegnatore ed incisore statunitense, nel suo "Italian bouquet, an epicurean tour of Italy" descrive un viaggio gastronomico attraverso l'Italia, presentandoci i principali ristoranti allora in voga, con relative ricette dei piatti forti. Così, occupandosi di Roma, ci porta a Piazza Navona al Ristorante Tre Scalini, dove si fa dettare dal gestore, Giuseppe Ciampini, la ricetta preferita: "Spaghetti alla Carbonara". Narcissa Chamberlain, la moglie gourmet di Samuel, confessa che il Signor Ciampini diede della ricetta solo una breve descrizione e che la riporta in modo più compiuto, nella speranza di non essersi troppo allontanata dall'originale. Gli ingredienti si affollano un poco e non sapremo mai se si tratta di una variante Ciampiniana o di particolari dovuti ad un colloquio in lingue diverse senza traduttore. Abbiamo dunque burro, olio, prosciutto, pancetta e funghi oltre alle obbligatorie uova battute assieme al pecorino. Si ha l'impressione che l'aver dato da parte del Signor Ciampini la ricetta della carbonara come quella preferita sia quasi una pubblica dichiarazione di sede primatizia della carbonara nel suo rinomato locale.
La ricetta dei Tre Scalini ci appare un poco arzigogolata, ma comunque troviamo, tolte alcune aggiunte, le basi della carbonara così come la immaginiamo, semplice ed essenziale. Ma forse conviene ancora scavare ai Tre Scalini, dove per almeno tutti gli anni '50, come si può supporre tranquillamente, la carbonara era il piatto da parata. Non era un ristorante qualsiasi.
Prima della felliniana "Dolce Vita", il centro e la vetrina della "Hollywood on the Tiber" non era la congestionata e caotica Via Veneto, ma proprio l'ampia e radiosa Piazza Navona che aveva eletto come proprio epicentro cinematografaro il Bar e Ristorante dei tre Scalini. Sarebbe il caso di sfogliare i rotocalchi dell'epoca, ma chissà quale biblioteca li può dare in consultazione? Comunque si trova qualche riferimento letterario, come nel romanzo di Luigi Malerba "Le lettere di Ottavia", ambientato nel mondo del cinema romano dei primi anni cinquanta, nel quale la protagonista dice di aver mangiato una carbonara, oppure nelle guide turistiche come la Fodor's guide to Europe del 1959 che definisce i Tre Scalini "well known" e " rendezvous for the cinema crowd". Ancora più chiaro un passo da "Ten Years of Holiday" pubblicato da Simon and Schuster nel 1956, che riferisce testualmente: "… the Tre Scalini used to be a minor trattoria before the war and has now blossomed out, partly because Rossellini used to take Anna Magnani and Ingrid Bergmann there". Chiunque cercasse il facile ingresso sul grande schermo andava a farsi vedere proprio li, e tutto ciò che si faceva da quelle parti faceva subito trend.
Quanto detto ci spiegherebbe, in modo evidente, come il piatto forte del ristorante delle stelle si potesse in modo tanto veloce e profondo spargere per i ristoranti e le trattorie della città.
Un accanito avvocato potrebbe ora obiettare, che sono solo indizi ed illazioni prive di sostanza, le quali in nessun modo contribuiscono a chiarire il mistero. Anche altre ipotesi hanno eguale dignità e peso. Ah si? E allora andiamo in causa! Voglio dunque difendere la mia tesi secondo la quale la carbonara nasce a Roma durante il periodo dei nove mesi di occupazione nazista e si diffonde ed afferma dopo la Liberazione grazie ai "VIP" del mondo cinematografico romano. Posso presentare talmente tanti indizi e testimonianze, che già si può parlare di vere e proprie prove.
Primo elemento: le uova. Abbiamo visto che nella tradizione centro-meridionale popolare le uova erano tra gli ingredienti occasionalmente usati per condire la pasta. Sappiamo che a cavallo del 1943 e '44, con lo stabilirsi del fronte sulla linea di Cassino, vi furono numerosi sfollati che si accalcarono nei campi profughi attorno a Roma, la quale per il suo status di "città aperta veniva vista come luogo abbastanza sicuro. Questo aumento di popolazione in una situazione di crisi alimentare, con gli approvvigionamenti sconvolti ed a singhiozzo portava necessariamente ad aguzzare l'ingegno, sia per rimediare qualcosa da mettere sotto ai denti, sia per preparare in qualche modo quel poco che si trovava nel quadro di una carenza di elementi fondamentali per la cucina: l'acqua ed il fuoco. L'acqua era una scommessa ed il gas o il carbone, ancora largamente usato per cucinare, c'erano e non c'erano. Curiosamente, per quelle distorsioni tipiche del mercato nero, era abbastanza facile trovare, ad ondate, carni conservate come prosciutto, pancetta e guanciale, a volte carne equina, ovina o bovina fresche, ma raramente. Comunque quello che si trovava più facilmente, anche nei periodi più duri, erano le uova. Nei diari tenuti da mia madre in quel periodo trovo spesso note relativo all'acquisto di uova. In un caso addirittura per poche uova dovette arrivare fino alla Storta in bicicletta, un bel tratto di strada.
Curiosamente questo consumo praticamente obbligatorio di uova non ha dato, come nel caso del castagnaccio —le castagne erano un'altra risorsa alimentare relativamente facile da trovare a Roma— una assuefazione che ha poi portato ad un rifiuto generalizzato. Al contrario sembra che per le uova si sia consolidata una consuetudine che ha lasciato delle evidenti tracce negli usi alimentari del dopoguerra. Ne fa fede in questo senso la stessa Ada Boni, famosa per essere l'autrice del "Talismano della Felicità" il libro di cucina più ristampato e diffuso del novecento ed anche un volume sulla cucina romana, che pubblica sulla sua rivistina "Preziosa" nell'immediato dopoguerra due ricette che contengono come ingrediente per condire una pasta delle uova crude. Nel numero di settembre -ottobre 1948 le "tagliatelle alla crema", che però prevede un breve passaggio in forno per far rapprendere un poco la salsa a base d'uovo.
Nel numero di maggio-giugno 1953 troviamo invece le "Tagliatelle in salsa d'uovo", la cui preparazione si avvicina assai a quella della carbonara, ma vede come ingredienti in più alici e mozzarella ed in meno la pancetta. Visto che Ada Boni aveva un pubblico più che altro borghese, la pancetta poteva magari essere considerata volgare, "roba da carettieri", come direbbe Alberto Sordi americano a Roma. Sempre nel 1953 troviamo un'altra ricetta che si avvicina moltissimo alla carbonara e che potrebbe essere dovuta sempre alla penna di Ada Boni, visto che viene pubblicata sull'agenda per le massaie "Il libro di casa", pubblicata dalla stessa casa editrice del talismano. In questi "Spaghetti all'uovo" troviamo burro, olio, parmigiano, tuorlo d'uovo e noce moscata, una evidente derivazione che punta a rendere la ricetta più leggera ed elegante.
Si può parlare di evidente derivazione, dato che la carbonara già esisteva ed era famosa, addirittura a livello internazionale, se è vero come è vero che in un altro volume pubblicato negli Stati Uniti nel 1952, "Vittles and vice, an extraordinary guide to what's cooking on Chicagos's North Side" di Patricia Bronté, viene data una ricetta della carbonara, preparata con dei taglierini.
Ma rivolgiamo nuovamente l'attenzione alle uova. Avevamo visto che la ricetta potrebbe essere stata originata o almeno suggerito da qualche sfollato di origine campana. Ma l'uso di un battuto di uova e formaggio grattugiato lo troviamo già nella cucina romana ed in una ricetta famosissima che esisteva già prima della guerra: la stracciatella. Immaginiamoci il caso di una persona che riesce a rimediare un poco di grasso, magari della pancetta, del cacio da grattare e qualche uovo. La stracciatella non può farla, per mancanza del brodo, per il quale ci vorrebbe della carne, difficile da reperire, e anche se ci fosse, non finirebbe in brodo, perché richiederebbe troppo gas, carbone o legna. La pasta al contrario si riusciva a trovare, ed usare un elemento della stracciatella per condire la pasta, che in pochi minuti e con poco spreco energetico si cuoceva, era praticamente nelle cose.
Ancora qualcosa sul nome. Sono da escludere tutte le ipotesi che fantasticano su monti di pepe che ricordano il carbone oppure oscuri cospiratori. La relazione col carbone di legna deve essere diretta, ma non si riesce a capire come. Ancora una volta una ipotesi viene dal mondo del cinema romano, ma, come vedremo, è da prendere con le pinze. Sofia Loren ha pubblicato diversi volumi di ricette, nei quali però non dà notizie della carbonara, fino al 1999, quando pubblica con Gremese il volume "Ricordi e ricette", nel quale racconta di aver mangiato i "maccheroni alla carbonara" assieme a Vittorio De Sica durante le riprese de "La Ciociara" dalle parti di Itri in casa di famiglie di carbonai. La storia è bella, anzi, affascinante, ma non si capisce perché la bella Loren se ne esca solo dopo tanti anni. E poi non regge, dato che il film fu girato nel 1960, quando ormai la carbonara il proprio trionfo già lo aveva festeggiato. Più vicina ai fatti e più concreta deve essere la testimonianza riportata da Alessandro Portelli in "Il borgo e la borgata", una storia attraverso testimonianze orali dei ragazzi di Don Bosco nel dopoguerra, dove si narra di una spaghettata del 1948 chiamata e ricordata come "alla carbonara", anche se la ricetta era un'altra. La cosa veramente dice poco, ma ci fa sapere che il nome "spaghetti alla carbonara" nel 1948 già esisteva, ed è il terminus ante quem più vicino al post quem.
Si potrebbe ancora dire delle persone cui viene attribuita o che si vantano di essere gli autori dell'invenzione della carbonara, ma sarebbe una di quegli argomenti che mettono tristezza. Allora tanto vale toccare un argomento che magari fa rabbia. Premesso che l'Associazione europea dei cuochi "Euro-Toque", nata nel 1986 a Bruxelles, ha stabilito che l'Italia, da un punto di vista gastronomico, si identifica, tra gli altri piatti, con la carbonara, ci sarebbe da vergognarsi per quello che da ristoranti italiani all'estero viene venduto col nome di carbonara. La versione più in voga, orrore!, sono degli spaghetti (solitamente scotti), imbrattati di panna e frammenti di prosciutto cotto da due soldi.
Certo, un obbrobrio del genere si trova alla fine di una perversa evoluzione che ha come motivo, o meglio, scusa un "adattamento" al gusto degli stranieri. Quando c'è un crimine —e questo è un palese crimine—, va anche cercato il colpevole. Io penso in questo caso di aver individuato con certezza il mandante ed un complice e mi permetto di denunciarli pubblicamente: Luigi Carnacina in combutta con Luigi Veronelli. Chi non mi crede vada a rileggersi a pag. 92 del secondo volume dell'edizione Garzanti della "Cucina rustica Regionale" dei due. Vi si propone l'aggiunta della panna e la realizzazione, per come viene proposta, è praticamente impossibile.
Restano da spendere ancora due parole sul nome. Nel corso degli anni '30 era in voga, e se ne trova traccia in diversi romanzi e scritti vari coevi, il termine "cena alla carbonara" o simili. Il significato non è altro che: "una cena tra poche persone, fatta in segreto". Durante l'occupazione tedesca di Roma, con la penuria di generi alimentari che c'era e viste le difficoltà tecniche per la cottura, le "cene alla carbonara" erano all'ordine del giorno, soprattutto per evitare di dover dividere il poco che c'era tra troppe persone.
Ce ne sarebbero ancora molte altre da dire, ma concludo con un riassuntino per chi non avesse compreso bene: durante i nove mesi di occupazione di Roma, mancando gran parte delle derrate alimentari, pur rimanendo reperibili pasta, grassi e formaggio secco ed essendo anche scarso e troppo costoso il combustibile, come d'incanto la stracciatella si trasformò in carbonara, assumendo i nomi più fantasiosi. Divenuta questa abitudine alimentare bellica nota agli inizi degli anni cinquanta attraverso "Hollywood on the Tiber" con il nome di "Carbonara", ha conquistato il mondo.

lunedì 22 aprile 2013


Roma, via della Bufalotta. Scrivere "sezione" sa troppo di vecchia politica:
"ufficio politico" rende meglio l'idea!

Il tempo dei partiti non è finito, Grillo si illude
Tra le varie cose che ha detto oggi Grillo (pare che stia lentamente passando dalle battute alle dichiarazioni) è definitivamente priva di senso; si basa infatti su di un malinteso: "Il tempo dei partiti è finito". Il problema è che non esistono più i partiti, democraticamente e costituzionalmente intesi. La politica è ormai gestita esclusivamente da fazioni, che di democratico e di costituzionale non hanno nulla. La scomparsa dei partiti è il problema, ed essendo scomparsi, non può essere loro la colpa dell'attuale disastro. Al contrario c'è un urgentissimo bisogno di qualche partito vero, serio e democraticamente affidabile per uscire da questa situazione che si fa sempre più pericolosa di giorno in giorno. Il M5S ha fatto capire che non ha nessuna intenzione di diventare un partito capace di riprendere in mano la situazione, ma vuole restare un generico movimento, il quale fa di tutto per comunicare al mondo il proprio disagio (fatto del tutto legittimo), ma non ha nessuna voglia di prendersi delle responsabilità concrete, di fare scelte programmatiche chiare, dare avvio ad una scalata alle istituzioni per poter iniziare ad operare da posizioni di potere. Io ho il sospetto che a loro ancora non sia chiaro quale sia la vera natura delle istituzioni e quali siano i modi per entrarvi e modificarle in senso positivo. Inoltre basano le proprie posizioni su esiziali malintesi.

1 - La Rete
Si presentano come paladini della rete, ma non hanno capito quale sia il migliore uso della stessa. Quello che loro sembra sfuggire è il fatto che la rete non è altro che un mezzo di comunicazione, molto più veloce di qualsiasi sistema inventato sino ad oggi. La rete in nessun modo supera o sostituisce i partiti. Al massimo può aiutare ad organizzare e far funzionare meglio un partito progressista e riformista in modo efficace, rapido, democratico ed a basso costo. La rete non sostituirà mai le relazioni umane dirette, i rapporti personali, i congressi, gli attivi, le assemblee, i documenti programmatici, gli statuti, gli impegni, i progetti, i regolamenti e tutto quello che serve per coinvolgere il maggior numero di persone possibile in modo diretto, reale e responsabile nelle grandi scelte che coinvolgono tutti quanti. Da quanto si sente dire da rappresentanti del M5S, non hanno una grande cultura politica, nel senso che non sanno esattamente cosa sia uno Stato e quali siano i suoi compiti. Non distinguono ancora in modo netto (forse l'esperienza diretta li aiuterà a comprendere) tra Governo e Parlamento. Parlano di "casta" e di "politici", ma scommetto che se si chiedesse loro di definire precisamente i due vocaboli, se ne sentirebbero delle belle.

2 - Le Riforme
Ma anche qui, lo sanno cosa sono o cosa dovrebbero essere le riforme? Io ho una abbondante ventina di anni in più rispetto all'età media dei "grillini" eletti al Parlamento ed ho non solo una più ampia memoria storica, ma anche una conoscenza buona della storia politica e sociale italiana che mi permette di capire abbastanza bene come vanno le cose e cosa è vecchio e cosa è nuovo in politica. Già nella mia più tenera età sentivo parlare di riforme. Mi sembrava una parola magica, capace di togliere di mezzo gravi problemi e soprattutto immaginavo che le riforme fossero sempre positive, buone, progressiste. Forse anche loro hanno questa visione infantile e sono tanto imprudenti da pensare che le riforme siano buone e da fare anche se le propone un ceffo come Berlusconi. Una riforma non solo voluta, ma anche solo concordata con uno come lui non può che essere cattiva, negativa, tossica e pericolosa. Una delle cose che ho capito della politica, è che i riassunti in una parola sola di cose molto complesse servono solamente a nascondere le vere intenzioni. Ma non ci avete fatto caso che in questi giorni difficili si è di nuovo alzato il coro di quelli che reclamano una "riforma" della Costituzione, come se fosse colpa della Costituzione l'indecoroso andazzo politico; si sono fatti nuovamente vivi anche i fautori della "elezione diretta", da parte del "popolo" del Presidente della Repubblica (una delle proposte preferite da Berlusconi). L'argomento meriterebbe una trattazione approfondita e dettagliata per spiegare per quali motivi è una sciocchezza abissale, ma come fanno tanti bravi "politici" vorrei riassumere la proposta dell'elezione diretta del Presidente della Repubblica in una parola sola: stronzata.

3 - La Fermezza
Anche Grillo, c'è poco da fare, ha subito acquisito un vizio politico diffusissimo e fastidioso per le persone intelligenti che per giunta dispongono anche di un minimo di memoria: smentisce in continuazione se stesso. Mi ricordo benissimo (ed una fulminea ricerca in rete lo conferma) che per le sue "quirinarie", alle quali hanno partecipato esclusivamente gli aderenti al suo movimento, uno dei papabili era Romano Prodi. Giusto un paio di giorni dopo, ad un comizio in Friuli Venezia Giulia urlava in modo deciso e categorico che "a nessun grillino è mai venuto in mente di votare per Prodi". Lo abbiamo sentito tutti. Mi viene il dubbio che Grillo non abbia ancora capito, o magari non lo ha ancora sentito dire, che una persona in una posizione come la sua di rappresentante di un movimento (di certo politico, suo malgrado), non può cambiare continuamente le carte in tavola. Prima o dopo non lo si prende più sul serio (da parte della gente seria; gli elettori di Berlusconi anche qui rappresentano un'eccezione). Dopo aver cambiato la sua opinione su Rodotà ha messo in scena una fermezza d'acciaio ed ha diramato l'ordine ai suoi di rispondere a qualsiasi domanda, come se fosse un mantra: Rodotà. Tanto lo sapeva che non sarebbe stato mai eletto. Spero non sia vero che lo abbia fatto solo per far saltare il PD. Se così fosse, Grillo sarebbe il migliore alleato di Berlusconi. Avrebbe potuto fare subito un accordo di governo con la parte migliore (qualcuno direbbe meno peggio) del PD ed avrebbe messo in moto quella rivoluzione italiana per la quale molte persone speranzose avevano votato il suo movimento. Una buona occasione perduta della quale avrà di che pentirsi. Io per conto mio già in tempi non sospetti avevo espresso gravi dubbi sul PD vai al filmato==>, ma questo non vuol dire che il PD sia un'unica mappata di delinquenti.

4 - Romano Prodi
C'era stato un momento in cui gran parte degli italiani, almeno quelli pensanti, si era illusa che Romano Prodi sarebbe stato eletto alla prima carica della nostra martoriata repubblica. Il cambio improvviso d'idea di Grillo praticamente si è tramutato in un via all'apertura di un pesante fuoco contro Prodi. I nazifascisti di varia risma si sono subito prodotti in ridicole e disgustose piazzate, mentre un altro mantra era subito sulla bocca di tanti personaggi noti o meno noti, misti ed assortiti. Nessuno diceva perché o percome, ma Prodi sarebbe semplicemente "invotabile". Approfittando delle infantili prese di posizione antieuropee grillesche, si è avuto chi ripeteva oltre la nausea: "l'euro è colpa di Prodi". Altri invece hanno preferito lavorare dietro le quinte, come probabilmente ha fatto D'Alema. All'assemblea del Capranica Baffetto ha votato Prodi, ma giusto così, per prendere un poco per il culo Bersani e farlo fuori definitivamente.
Quello che nessuno ha detto è che Prodi rappresenta una ferma e salda posizione europea che piace molto poco a certi potentati statunitensi, che lo avrebbero visto come il fumo agli occhi. Non dimentichiamo che l'apparato militare-industriale americano già ha sentito un forte prurito all'ano per il tentativo (del quale i grillini dovrebbero sapere qualcosa) fatto da Crocetta di impedire la costruzione del MUOS a Niscemi. Certi americani, specialmente se organizzati in agenzia federale, si incazzano subito e non permettono (con ogni mezzo) che gli si tolga di mano qualche giocarello. Per il suo bene, qualcuno avrà pensato, è meglio non votare Prodi.

5 - D'Alema
Grillo fa lo spiritoso, ma a volte mi pare non abbia sempre un quadro molto chiaro e preciso della situazione. Dopo aver squassato il quadro politico italiano, convinto che sia unicamente merito suo, annuncia che D'Alema e Berlusconi sono gli ultimi due rimasti da fare fuori. Si, magari al Bar dello sport di Biandrate la prendono come una cosa vera e ci ridono sopra brindando con le ombrette. Io invece vorrei una spiegazione. Grillo ha testualmente affermato che 5 partiti non ci son più e che sono rimasti solamente Berlusconi e D'Alema. E Casini? Non lo considera? Non è che fratelli e sorelle d'Italia si incavolano? E poi, se il PD lo ha già fatto fuori, D'Alema da dove riciccia? Perché questo trattamento di favore? Avrebbe fatto meglio a far notare, visto che parla tanto di inciuci, che fu D'Alema a sdoganare Berlusconi con la sua "bicamerale". Con la fantasia viva che Grillo si ritrova, si sarebbe magari potuto inventare che D'Alema strinse ai tempi della bicamerale un patto scellerato con Berlusconi, il quale gli ha promesso in cambio che un giorno Massimo sarebbe diventato Presidente della Repubblica. Perché no? Tra il seguito di Berlusconi non manca chi vedrebbe di buon occhio D'Alema al Quirinale, anzi, ora che Napolitano è rimasto in cima al colle per benedire un governo di sfascio nazionale, già si parla di D'Alema agli esteri. No comment.

6 - Napolitano
A proposito! Vogliamo parlare di Napolitano? Nel momento in cui è stata annunciata la sua rielezione, mi trovavo presso il bar di una pompa di benzina. La televisione andava avanti per conto suo, ma tra gli avventori è stato un variegato coro di voci contrarie. Quando poi mi sono infilato in un supermercato anche l'addetta al banco del pesce si esprimeva in modo negativo, trovando l'approvazione di una signora marocchina (all'apparenza ed a giudicare dalla pronuncia) che senza tentennare ha risposto in merito: "Ma che brutta figura ci fanno fare nel mondo…". Ascoltando poi radio e telegiornali sembrava di sentir parlare di un altro paese. Complimenti e congratulazioni da tutte le parti. Non l'ho sentito, ma sono certo che alche il governatore di Tuvalu deve aver mandato un telegramma di congratulazioni a Presidente, Parlamento e popolo italiano. Da quello che dicevano i notiziari, sull'Italia era sceso un delirio collettivo, tutti presi dall'orgasmo per la rielezione di Re Giorgio. La realtà, non lo devo riferire io, è ben diversa. Quello che posso dire è che a me Giorgio Napolitano non è mai stato particolarmente simpatico. La colpa, naturalmente è mia, perché sono comunista, e lo sopportavo solamente perché lui era membro della Segreteria ed io semplice diffusore dell'Unità; questione di ferrea disciplina! Ma avendo lavorato come interprete per la sezione esteri del PCI (di cui Napolitano era il responsabile), qualche chiacchieretta e qualche ammiccamento l'ho sentito pure io, ma non riferisco niente per aver accettato il principio di non dire mai niente di negativo sul PCI o che potesse in qualsiasi modo nuocere al Partito. Andate a vedere cosa dice di Napolitano Padre Amorth, lui se lo può permettere.

Prima di concludere voglio però fare una dichiarazione spontanea, manco fossi Berlusconi. Qui non mi appello al segreto di partito, dato che si tratta di un "traditore": Gianni Cervetti. Nel 1986 lo accompagnai nella veste di interprete a Noriberga per il congresso nazionale del Partito Socialdemocratico Tedesco. Un pomeriggio, non so come venimmo all'argomento, si parlò di libri d'antiquariato, una mia antica passione. Rimasi sorpreso quando Cervetti mi chiese se conoscessi qualche libreria antiquaria a Norimberga. La cosa mi stupì, dato che un bibliofilo di solito, prima di andare in una città, si informa; senza fiatare mi impegnai a trovarne una. Detto, fatto. Ci andammo insieme e rimasi di nuovo di stucco ed ancor più sorpreso, quando mi chiese se lo potevo consigliare in merito all'acquisto. La cosa era veramente strana, dato che il vero bibliofilo non ha bisogno di tanti consigli in merito agli acquisti. Sorvolai. Offerti da parte del libraio alcune vecchie edizioni italiane, di cui per mia fortuna sapevo qualcosa, gli consigliai di decidersi per una bella edizione della storia del regno di Napoli di Pietro Colletta, un'opera famosa uscita dai torchi della tipografia di Capolago. Lo stupore finale doveva ancora venire: al momento di pagare, tirò fuori da una tasca interna del cappotto un portafoglio (diverso da quello che usava solitamente), dal quale estrasse con cautela un mazzetto di dollari, con i quali pagò sorridendo. Questo episodio non l'ho mai scordato, dato che me ne sfuggiva completamente il significato. Passano gli anni e guarda guarda, trovo finalmente in rete un articolo che forse mi mette sulla strada giusta per capire: Vai alla pagina==>
Velletri, 22 Aprile 2013

venerdì 19 aprile 2013


Uno sguardo nello sgabuzzino
Ancora non so come andrà a finire la quarta tornata elettorale presidenziale, ma spero veramente che al termine ultimo venga eletto Romano Prodi. Il motivo per il quale mi piace Prodi, al di la delle cavolate che racconta il comico Guzzanti (padre), è il fatto che in caso di sua nomina a presidente, Berlusconi e tutti i suoi sostenitori (se devo dare retta a quanto il cavaliere stesso ha annunciato pubblicamente) abbandoneranno l'Italia ed anche perché Prodi fu cacciato dal governo con una congiura di palazzo ordita dal perfido D'Alema, il quale mi sta antipatico per principio, oltre che per reali e concreti motivi politici.
Il problema sta ora in Grillo, intendo il comico, il quale ha in mano suo malgrado le attuali sorti del paese. Aveva detto con una sua battuta che "dopo la quarta elezione si vedrà…" che sembrava volesse significare che i suoi avrebbero votato Prodi dopo il quarto scrutinio. La battuta non deve essere piaciuta al suo riccioluto vate, e l'ha cambiata subito in "A nessuno del M5S è mai venuto in mente di votare Prodi". Testuali parole nonostante il fatto che nelle sue "quirinarie" il nome di Prodi sia stato fatto dal suo seguito di cliccatori.
Nel caso in cui ricambiasse idea, cosa che non dovrebbe stupire nessuno, con Prodi Presidente le forze migliori residue avrebbero finalmente una sponda per poter agire proficuamente a favore dell'Italia. Altrimenti il disastro sarebbe apocalittico e definitivo e l'Italia scomparirebbe definitivamente (evento spesso auspicato ed evocato dai tanti all'estero che odiano questo paese per pura invidia).
Ma ci rendiamo conto del punto al quale siamo arrivati? Persone serie, oneste, per bene, corrette, intelligenti, colte, solidali e di buon senso sono ormai una minoranza sfuggente. Non si vede un approdo possibile e più che mai l'Italia è "nave sanza nocchiere in gran tempesta", per dirla con Benigni, pardon, Dante. È impressionante sentire le dichiarazioni degli straccioni rappresentanti della Banda Berlusconi che ora gridano allo scandalo, perché il PD vorrebbe, secondo loro, prendersi tutto e non tenere conto della minoranza. Addirittura Gasparri (ma vi rendete conto che in Italia esistono tantissime persone rappresentate da Gasparri!!) grida allo scandalo e si lancia in una lezione di Democrazia, sostenendo che è antidemocratico il fatto che un partito che ha solo il 35 o non so quanto di voti, in parlamento abbia una rappresentanza che ne vale 51. A bello! Ma è la situazione che tu e Berlusconi avete sfruttato per almeno 15 anni e siete stati voi, assieme alla Lega che a chiacchiere osteggiavate in nome del vostro senso di patria, che avete preso ridendo sarcasticamente le presidenze di Camera e Senato, rompendo una radicata consuetudine democratica che voleva che una delle due presidenze andasse all'opposizione. Il fascistello Gasparri non sa nemmeno lontanamente cosa sia la democrazia, ma nonostante la sua limitata cultura e le sue scarse capacità intellettuali, solo in virtù di una elementare furbizia, deve aver capito che parlando di democrazia si può sempre fare bella figura. Il fatto che si approfitti della scarsa memoria e dei bassi istinti di una gran parte degli italiani non è che un fattore secondario.
Veniamo a Grillo. Mi ricorda un mio amico sfacciatissimo che un giorno, camminando con un amico per le strade di Roma, vide un portone aperto dal quale uscivano suoni e luci che denotavano chiaramente che era in corso qualche festa. Con passo sicuro imboccò il portone e superò anche una guardia forse distratta, sparando una gran cazzata. Una volta dentro riuscì a divertirsi abbastanza, mangiando e bevendo alla grande, fino a quando una gentile signorina gli chiese chi fosse. Lui rispose sicuro, avendo capito che si trattava del compleanno di una giovane fanciulla appena diciottenne, che era amico di vecchia data della festeggiata. La signorina, che era la festeggiata, non fu più particolarmente gentile e lo fece sbattere fuori da un apposito energumeno.
Grillo corre lo stesso rischio. È entrato in un Hollywood-party e prima o poi dovrà scappare a gambe levate. Peccato, mi stava pure simpatico.
Mi piacerebbe poter parlare seriamente della situazione politica italiana, su quali sono le possibili vie di uscita, su che cosa significhi oggi essere di destra o di sinistra, sulla natura dell'entità Berlusconi, sul fatto che Bersani è uno degli ultimi rappresentanti politici per bene (ed è forse per questo che tutti gli danno addosso e perché viene visto come un guastafeste) ecc ecc ecc…
Si fanno sempre più spesso confronti e paralleli col periodo della guerra e del periodo politico forse più felice che seguì la Resistenza. Purtroppo si tratta di un periodo irripetibile. Anche nei momenti più neri e disperati, una lucetta in fondo al tunnel si vedeva. Stiamo guardando non in un promettente tunnel, ma fissiamo ad occhi spalancati l'interno di un disordinato sgabuzzino nella cui penombra intravediamo giusto qualche scopa spennacchiata ed un secchio contenente uno straccio puzzolente.
Anzio, 19 Aprile 2013

lunedì 8 aprile 2013

Tempi duri per le colombe

Che cosa sa Grillo che noi non sappiamo?
O meglio: che cosa ci nasconde? Infatti l'unica cosa certa e chiara delle intenzioni di Grillo è che non vuole in nessun modo andare al governo. Non vuole accordi o alleanze, senza le quali non riuscirebbe mai a fare un governo capace di durare più di 20 minuti. Pretendere il 100% dei parlamentari è solamente una battuta, almeno spero. Dire anche, come fanno i suoi fedelissimi -almeno per adesso- al Parlamento che loro fanno quello che hanno promesso e che sono stati votati "dalla gente" esattamente per non permettere la creazione di un governo che comprenda anche altre forze politiche è una cosa mai sentita (mi verrebbe qualche aggettivo pesante…). Sono giovani e non hanno esperienza, per questo non hanno la più pallida idea per quali motivi tanta gente li ha votati. Poi non hanno una vera e propria struttura organizzativa che permetta loro di sentire il polso "della gente", ed alle prossime elezioni potrebbero restare alquanto sorpresi. La rete, dovrebbero saperlo, a volte è a senso unico: fino a quando sono d'accorto con te ti cliccano "mi piace", quando non ti sopportano più spariscono e non sai nemmeno che fine abbiano fatto.
Ma torniamo a Grillo. Per quale motivo non vuole formare un governo, il che significa che non farà nulla di quello che aveva fatto credere di voler fare? Qualcuno forse gli ha spiegato che prendere una posizione contraria alla NATO nuoce gravemente alla salute? ==> http://youtu.be/LGFEApiJ838.
O non è che Valter Veltroni, che sa di cosa si tratta, gli abbia fatto capire che anche se ci fosse un governo a cinque stelle non sarà mai invitato dal Gruppo Bilderberg in un Hotel a cinque stelle? ==> http://youtu.be/dae_wW9epko
O magari la inaspettata ed anche non richiesta simpatia verso il movimento cinque stelle palesata da parte dell'ambasciatore statunitense nasconde qualche messaggio poco chiaro ma ad ogni modo inquietante? ==> http://youtu.be/H1aChgeEw_o
Qualcuno, magari Casaleggio stesso gli ha passato sotto banco un bigliettino con qualche oscura minaccia della Commissione Trilaterale? ==> http://youtu.be/j2VWVfwzUnc
È rimasto scioccato dalla visione di qualche sensazionale documentario americano pubblicato su youtube che illustra le terrificanti mene degli "illuminati" e ne è rimasto senza parole, cosa grave per un comico della sua fatta? ==>? http://youtu.be/gROTdpI1wW4
Oppure, visto che siamo in Italia, ha ricevuto qualche casereccia telefonata da parte di un membro della P2 che gli ha solo ricordato che conosce il suo indirizzo e sa dove vanno a scuola i suoi figli? ==> P2: http://youtu.be/QPjRBVtMJ88
Se non ce lo dice lui, non lo sapremo mai. Sino a quando Grillo non prenderà qualche decisione che rimetta in moto la situazione, aspetteremo che si elegga il nuovo Presidente della Repubblica e che qualche Tribunale italiano metta fuori gioco Berlusconi (visto che nessun partito italiano, specie se d'opposizione, sembra essere in grado di farlo). A ruota ci saranno le nuove elezioni anticipate che in teoria potrebbero rappresentare la svolta tanto attesa, ma che probabilmente ancora non verrà… fino a quando in Italia si formi, o rinasca, o torni un grande partito, ben organizzato, con dirigenti onesti, trasparenti, corretti, preparati, lungimiranti e soprattuto con le idee tanto chiare, da poter far capire a tutti come stanno le cose e dove vogliamo andare.

Per concludere le parole profetiche di Goffredo, pronunciate circa 10 anni fa a Genzano:


giovedì 4 aprile 2013

Chi sono, o credono di essere?
Uno dei mantra più gettonati e diffusi in rete (ma immagino anche in televisione, radio, giornali, tram, autobus, metropolitana, bar, pianerottoli, cortili e vicoli e piazze) ci ripete che tutti i partiti sono uguali e che tutti i "politici" degli ultimi venti anni sono ladri e colpevoli. Per la truppa degli eletti nelle blindate liste del M5S il solo fatto di essere stati militanti o iscritti a qualche partito è un indelebile marchio di infamia. Questo vecchio blocco indistinto, che sarebbe formato da fascisti, postfascisti, criptofascisti, saragattiani, craxiani, socilalisti, democristiani, liberali, democratici di varia coloratura e comunisti con i loro strascichi politco-organizzativi vanno bruciati in un solo rogo (anche per risparmiare qualche cerino ed un paio di fascine).
Unici esseri splendenti, venuti freschi freschi da Marte (a giudicare da quanto conoscono bene la democrazia, i meccanismi politico-parlamentari, la Costituzione, la vera essenza dell'Italia) sono loro, i "grillini", i quali solo col pensiero sono in grado di risolvere in pochi minuti radicalmente tutti i problemi italiani, senza nemmeno dover ascoltare le inutili e fastidiose parole di qualche vecchio rincoglionito con un po' di senno e tanta inutile esperienza che va cavillando su ogni cosa; basta che qualcuno abbia superato i quarantacinque anni deve finire sul rogo pure lui. Uniche eccezioni ammesse: qualche vate appartenente al loro movimento da prima che fosse fondato e sopratutto il loro capo nella forma visibile (un essere bino, invece che trino), il quale nei duri decenni dell'oppressione partitica fu costretto a nascondersi dietro il mestiere del comico (poteva anche fare il maestro di scuola elementare, il giornalista o magari pittore di cartoline ad acquerello), ed il guru informatico nella sua essenza invisibile (salvo qualche apparizione).
Questi nuovi salvatori della patria hanno anche un'arma straordinaria, che solo loro sanno usare: la rete informatica globale di comunicazione elettronica (gli esperti la chiamano "internet" e sembra che renda inutile una marea di cose alle quali gli antiquati ancora restano morbosamente attaccati, come le relazioni umane, le organizzazioni fatte di gente reale, l'esperienza diretta della realtà, l'uso della lingua italiana standard, la discussione verbale con frasi compiute, il buonsenso ed il buongusto ecc ecc).
Avendo un così grande vantaggio strumentale sul resto del mondo e non dovendo perdere tempo a riflettere troppo a fondo sulle cose, hanno già stabilito in modo categorico che solo loro possono fare un governo, anche perché sono gli unici che hanno la volontà e la capacità di cambiare tutto. Ne hanno anche dato effettiva prova: l'esperta di programmi televisivi Lombardi, capitata per caso su di uno scranno parlamentare ha già cambiato il proprio appellativo di "onorevole" in "cittadina" (strano che non si sia messa anche una coccarda tricolore blu, bianca e rossa).
Il fatto che provengano da Marte rende loro a volte difficile comprendere di che cosa stanno parlando e soprattutto hanno una visione estremamente superficiale e semplicistica delle strutture sociali, politiche (in senso buono, va sempre specificato!) economiche ed organizzative dell'Italia. Loro chiaramente si rifiutano di leggere le stupidaggini di vecchi e superati tromboni della politica come quel Gramsci (che deve essere uno di destra, visto che recentemente è stato citato da Tremonti) il quale sosteneva che in Italia la conquista del potere non può essere realizzata con una "guerra di movimento", la rivoluzione, ma dev'essere preceduta da una "guerra di posizione", espugnando un fortino dopo l'altro; loro no, fanno tutto in un giorno (o forse sei più uno di riposo, se ci mette mano direttamente il capo uno e bino).
Oggi i giornali di regime pagati con i loro soldi (che giustamente si vogliono riprendere, se ho capito bene) hanno dato una delle tante notizie non richieste, secondo la quale il nazifascista francese Le Pen (quello che già si era fatto consigliare dal leghista Borghezio su come si conquista il potere) avrebbe fatto i complimenti a Beppe Grillo. C'è poco da stupirsi! Se Grillo dice, come effettivamente ha detto, che vuole tutto il potere per se ed il 100% del Parlamento, un fascista stagionato come Le Pen pensa subito al suo grande idolo Hitler, che raggiunse l'obbiettivo del monopolio parlamentare. Stare ora qui a discettare sui metodi allora impiegati sarebbe una inutile perdita di tempo.
Io credo che questi marziani dovrebbero scendere un attimo dalla loro astronave e scambiare qualche parola con tutte quelle persone che li hanno "votati per sbaglio" (testuali parole dell'Uno e Bino). Potrebbero sentire e vedere delle cose che loro marziani non possono nemmeno immaginare.

Nella foto: Roma/EUR - una trappola sessuale per astronavi aliene.