lunedì 25 aprile 2016

L'insurrezione di aprile


Un articolo del 1948 di Giorgio Amendola tutto la rileggere, perché ci aiuta meglio a capire cosa successe veramente 71 anni fa e quanto sia importante non dimenticare!
(articolo pubblicato in: Rinascita - n. 8 - 1948)

Il governo democristiano e le forze politiche che lo sostengono hanno da tempo iniziato contro il nostro Partito una campagna di calunnie e di menzogne, accusandolo di tramare oscuri complotti contro la legalità repubblicana e di preparare l'attuazione di piani segreti per scatenare nel paese un movimento insurrezionale.
La maggior parte del popolo italiano ha vissuto recentemente, dal 1943 al 1945, da Napoli a Torino, una grande e tragica esperienza insurrezionale, dalla quale esso ha direttamente imparato che l'insurrezione non e un giuoco di pochi cospiratori; l'insurrezione per noi è cosa molto seria, è mobilitazione e lotta di milioni e milioni di cittadini, è anzitutto un grande movimento politico di masse che trascina la maggioranza dei lavoratori in una lotta alle sorti della quale è affidato l'avvenire del paese.
Tutti i venti mesi della resistenza furono caratterizzati da una vivacissima lotta politica, che si svolse in seno ai C.L.N. e, in primo tempo, tra i C.L.N. e le forze organizzate attorno al governo Badoglio, per la direzione politica del movimento di liberazione e per la sua piattaforma politica.
Il governo Badoglio, fuggito da Roma il 9 settembre, responsabile del crollo dell'esercito italiano, non poteva dirigere la guerra di liberazione. Una nuova direzione politica, espressione delle forze popolari che avevano scelto da sole nella generale decomposizione del vecchio stato italiano la via della lotta, doveva guidare il movimento popolare. Sorsero i C.L.N., il C.L.N. Centrale a Roma, il C.L.N. alta Italia, i C.L.N. Regionali, provinciali, periferici, tutta una nuova organizzazione politica che aderiva concretamente alle esigenze della lotta e che permetteva la più larga mobilitazione delle masse popolari. La lotta tra la vecchia direzione politica, espressa nel governo Badoglio, e la nuova direzione dei C.L.N. caratterizzò tutto il primo periodo della resistenza; e minacciò, col dualismo di organi direttivi che si verificò nel territorio occupato, di paralizzare lo sviluppo dell'azione, finché, per l'iniziativa del compagno Togliatti, formato il primo governo di Unità Nazionale, la direzione unitaria di tutto il movimento fu realizzata con l'affidare ai C.L.N. nei territori occupati la rappresentanza del governo centrale e l'esercizio della funzione di governo fino all'arrivo delle forze alleate. Ma la lotta politica tra le forze conseguentemente democratiche, e quelle conservatrici, continuò vivace in seno ai C.L.N., dove liberali e democristiani assolsero quasi sempre ad una funzione di freno. Infatti le forze politicamente e socialmente conservatrici, fin dal momento del crollo del regime fascista, non si sono limitate ad agire dal di fuori del nuovo sistema politico di forze democratiche e popolari, fronteggiandolo, e combattendolo, ma hanno sempre combinato assai abilmente questa opposizione esterna con l'azione in seno a questo nuovo sistema, per minarne l'unità, indebolire la saldezza; e rallentarne e ostacolarne i movimenti. È stata questa la funzione dei liberali e dei democristiani in seno ai C.L.N., aiutati in questa opera da quei «socialisti» e azionisti che hanno poi dimostrato il loro asservimento agli interessi di quelle forze che si proponevano, malgrado la caduta del regime fascista, di mantenere in piedi la vecchia struttura reazionaria della società italiana.
La questione centrale attorno alla quale si svilupparono tutte le polemiche e si determinarono i principali dissensi politici fu quella dell'attesismo, affrontata apertamente nelle prime settimane, ma poi ripresa quasi ininterrottamente, ora sotto un aspetto ora sotto un altro, fino agli ultimi giorni, fino agli ultimi tentativi di trascinare il movimento nazionale sulla via della capitolazione e del compromesso col nemico.
Gli attesisti proclamavano l'inutilità della lotta, la necessità di restare tranquilli fino all'arrivo degli alleati, l'opportunità di limitare l'opera della Resistenza a una attività di assistenza agli sbandati e di informazioni agli alleati. La questione, che assumeva a volte un aspetto di tecnica militare, era in realtà schiettamente politica, e investiva direttamente il carattere e la base politica del movimento di liberazione. Infatti gli attendisti temevano la mobilitazione del popolo, necessaria per condurre avanti seriamente la guerra di liberazione, temevano che il popolo risvegliato da questa partecipazione alla grande lotta liberatrice potesse all'indomani della liberazione imporre la sua volontà di rinnovamento politico e sociale del paese. Essi si opponevano perciò allo sviluppo delle azioni di guerra contro i nazi-fascisti. Ora, non soltanto vi era un problema nazionale -assicurare che la liberazione dell'Italia avvenisse col concorso degli italiani, per cui l'Italia potesse risorgere al suo posto di grande Nazione riscattata dal valore e dal sacrificio dei suoi figli migliori- che dettava l'obbligo di sviluppare una lotta a fondo senza quartiere. Non soltanto vi era la necessità di affrettare l'ora della liberazione e di abbreviare la durata delle sofferenze, colpendo il nemico ovunque si trovasse, rendendogli la vita impossibile, immobilizzando ingenti sue forze sul fronte interno, seminando nelle sue file il panico ed affrettandone la resa. Non soltanto bisognava impedire al nemico di portare a compimento i suoi piani di distruzione e bisognava salvare il salvabile dell'apparato industriale, già tanto logorato dai bombardamenti aerei, per assicurare per l'indomani della Liberazione il massimo di occupazione e di pane ai lavoratori italiani. Ma la necessità dell'azione, della lotta senza quartiere, nasceva altresì dal bisogno di difendersi dalle prepotenze nazi-fasciste, di impedire le deportazioni in Germania e gli arruolamenti forzati nelle formazioni fasciste, di opporsi alle razzie di uomini, di viveri, di bestiame, di cose, di mantenere uniti e organizzati gli sbandati della prima ora, trasformandoli in combattenti. Un grande industriale, che si arricchiva nel traffico con i tedeschi, poteva comodamente, praticando con sicurezza il doppio giuoco, aspettare l'arrivo degli alleati. Ma gli operai e i soldati ritiratisi sui monti potevano cercare una possibilità di salvezza anche individuale, soltanto organizzandosi in formazioni disciplinate e combattendo duramente per difendere con le armi strappate ai nemici la vita e la libertà. E fu quello che avvenne. La creazione delle Brigate Garibaldi indicò la via a tutte le forze della Resistenza. Le forze conseguentemente democratiche, gli operai, i soldati, i lavoratori più coscienti, il nostro partito, marciarono sulla via della lotta e impressero, di fatto, a tutto il movimento la loro concreta direzione.
Ma gli attendisti non si diedero per vinti e cercarono in ogni modo di frenare lo sviluppo e l'estensione della lotta, di ostacolare, in particolare, la mobilitazione delle più larghe masse popolari. Uno dei motivi più frequentemente avanzati dagli attendisti per ostacolare lo sviluppo della lotta era l'asserita opportunità di non esporre la popolazione civile alle rappresaglie del nemico. In realtà, dal momento che si era iniziata la guerra partigiana, il problema era stato già risolto nell'unico modo possibile, compatibile con l'osservanza del nostro dovere nazionale, cioè nel rifiuto di sottostare al vigliacco e barbaro ricatto degli invasori tedeschi e dei traditori fascisti. Cedere al ricatto voleva dire arrestare completamente l'attività partigiana, rinunziare alla lotta, consegnare le armi, capitolare di fronte al nemico. Né potevano valere le considerazioni spesso avanzate dagli attendisti, che miravano a attenuare l'intensità della lotta, a escludere certi mezzi di offesa, a evitare che determinate azioni venissero compiute entro le città. Non era problema di mezze misure. La rappresaglia tedesca si abbatteva cieca ed indiscriminata, né mai era possibile prevederne la direzione e la portata. Se vigliaccamente colpiva con la fucilazione dei 320 martiri delle Fosse Ardeatine i patrioti romani dopo l'azione di guerra compiuta dai GAP a Via Rasella, essa si mostrava feroce anche fuori della città, nelle montagne e nelle campagne, arrivando per il taglio dei fili telefonici e per il semplice rifornimento dei viveri ai partigiani a incendiare intieri villaggi e a massacrare la popolazione, uomini e donne, vecchie e bambini, come tragicamente ci ricordano le 2000 vittime di Marzabotto. No, le rappresaglie non si evitavano attenuando la lotta, a meno di non rinunciarvi completamente e di tradire così il proprio dovere. Le rappresaglie si combattevano al contrario intensificando la lotta, reagendo colpo su colpo, provocando nelle file nemiche perdite sempre più grandi, e facendo molti prigionieri. Quando le nostre unità garibaldine hanno incominciato a fare dei prigionieri, allora il nemico, sordo a ogni considerazione umana, ma sensibile al linguaggio della forza, scese a patti e cercò di cambiare gli ostaggi contro i prigionieri.
Questa era l'unica via, via dura e sanguinosa, la via del combattimento a oltranza, quella segnata dalle gesta dei partigiani dell'U.R.S.S. e delle altre nazioni europee, la via del resto che ci era indicata dagli stessi appelli dei comandi alleati e dai proclami del governo italiano.
Contro la minaccia che le rappresaglie costituivano per tutti i cittadini italiani, non restava che un mezzo di difesa; l'unione di tutti gli italiani contro queste iene arrabbiate, l'unione nella lotta comune, nel sempre maggiore allargamento del Fronte della Resistenza. Ogni uomo, ogni donna, ogni ragazzo diventava un combattente della libertà.
Naturalmente gli attendisti si opponevano a questo allargamento del fronte della Resistenza, che poneva il problema di una mobilitazione e di una organizzazione permanente delle masse popolari. Tutta la polemica sui C.L.N. periferici svelava la preoccupazione retriva che le masse lavoratrici potessero acquistare, attraverso ad una attiva partecipazione a questi organismi popolari di auto-governo, una nuova esperienza politica, schiettamente democratica.
Su tutti questi problemi, i fatti decisero di ogni controversia. La pariteticità dei C.L.N., così strenuamente difesa da liberali e democristiani, non reggeva di fatto di fronte alla capacità creativa delle masse in lotta ed al potente impulso che esse imprimevano allo sviluppo della situazione politica. Le tesi che noi comunisti avevamo per primi sostenute trionfarono di ogni resistenza perché esse interpretavano le necessità più sentite del movimento di liberazione, e perché esse erano suffragate dall'immediata esperienza della lotta. Così le forze di avanguardia della classe operaia impressero a tutto il movimento, concretamente, la loro direzione politica e l'avviarono, malgrado tutte le resistenze, verso la necessaria conclusione: l'insurrezione.
L'insurrezione di Napoli aveva già chiaramente indicato che «la guerra partigiana avrebbe dovuto avere la sua conclusione e il suo sblocco logico in una insurrezione generale armata che precedesse l'arrivo degli alleati, si svolgesse in concomitanza di una offensiva decisiva e sbaragliasse il fronte della ritirata nemica. Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore, e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della resistenza italiana», (LONGO, Un Popolo alla macchia, pag. 102).
Ma come bisognava concepire e preparare questa insurrezione? Alcuni, e erano di fatto sempre gli stessi sostenitori dell'attendismo, la vedevano e la presentavano come un'azione lontana, da scatenare a una misteriosa ora X. Intanto, nell'attesa di questa ora fatale, bisognava non muoversi, «non scoprire le forze», dicevano, preparare bene i piani, ecc. Naturalmente, per questa via, se pure questa ora X avesse dovuto mai scoccare, null'altro sarebbe stato pronto, se non i piani elaborati a tavolino. L'idea dell'insurrezione, sostenevamo noi comunisti, doveva invece significare «rafforzamento permanente, coronamento e sbocco di tutta la lotta di liberazione», «non semplice parola d'ordine, ma un compito concreto e immediato di preparazione politica e di mobilitazione. Si doveva perciò continuare, allargare, generalizzare la lotta di liberazione nazionale già iniziata: quella armata, partigiana in primo luogo, ma anche la resistenza di massa alle ingiunzioni fasciste e il movimento rivendicativo delle masse lavoratrici contro i propri oppressori o sfruttatori» (LONGO, Un Popolo alla Macchia, pag. 131).
E, nello schema del rapporto politico presentato alla Conferenza dei Triumvirati Insurrezionali del Partito comunista italiano, pubblicato nel numero 19-20, 25 Novembre 1944, di «La nostra Lotta», si affermava in esplicita polemica con le posizioni degli attendisti:
«l'insurrezione nazionale per cui noi ci battiamo e che vogliamo potenziare sempre di più non è una misteriosa preparazione per «il momento buono» per una apocalittica ora X, ma è la guerriglia di ogni giorno che deve colpire permanentemente e con tutte le armi il nemico, ovunque si trovi, guerriglia che dobbiamo intensificare e estendere sempre di più, fino a liberare completamente e definitivamente porzioni sempre più grandi del territorio nazionale ».
Durante tutto il 1944, man mano che il movimento partigiano si veniva rafforzando e estendendo si allargava pure in tutto il territorio occupato la lotta delle masse lavoratrici. Non si può comprendere lo sviluppo del movimento partigiano e la sua capacità di resistenza e di attacco davanti alle preponderanti forze nemiche, se lo si isola dall'insieme dei grandiosi movimenti di lotta delle masse popolari italiane che durante tutti i venti mesi non si stancarono di opporsi all'invasore, di attaccarlo in continuazione con una serie di lotte rivendicative, economiche, politiche, di strappargli delle concessioni, di imporgli in ogni momento la prepotente iniziativa popolare. Fu prima la classe operaia a sviluppare l'attacco. Dalla fine del 1943 al grande sciopero generale del marzo 1944 fu un seguirsi di agitazioni, di fermate di lavoro, di scioperi, che ridussero sostanzialmente la produzione, dimostrarono l'impotenza dei barbari occupanti, incoraggiarono i partigiani e diedero l'esempio della resistenza a tutti i lavoratori italiani. Dietro questo esempio altre categorie di lavoratori scesero in lotta. Nell'estate del 1944 furono i contadini che si rifiutarono prima di trebbiare il grano e poi, visto che gli alleati non arrivavano, lo trebbiarono sotto la protezione delle SAP, non lo portarono agli ammassi ma lo nascosero e lo consegnarono ai C.L.N. Furono i contadini a organizzare la difesa armata dei prodotti della terra, a impedire le razzie di bestiame. Furono le donne che manifestarono apertamente davanti ai municipi per richiedere pane per i loro figlioli, l'aumento delle razioni alimentari, la concessione e l'aumento dei sussidi per le famiglie dei caduti e dei prigionieri.
Così veniva attuata la direttiva contenuta nel messaggio inviato ai comunisti della zona occupata dal compagno Togliatti, subito dopo il suo arrivo a Napoli.
«L'insurrezione nazionale non deve essere opera solo di un'avanguardia ma di tutto il popolo. Non è mai ammissibile che esista una situazione in cui solo i piccoli gruppi sono attivi e grandi masse aspettano senza intervenire nella lotta. Combinate insieme i colpi dei piccoli gruppi e le azioni militari più vaste con movimenti e azioni di grandi masse, allo scopo di arrivare all'insurrezione nazionale».
E nel rapporto politico presentato alla riunione allargata della Direzione per l'Italia occupata del Partito comunista italiano (11-12 marzo '45) si poteva affermare che:
«già nei mesi scorsi l'insurrezione nazionale in marcia si è polarizzata da una parte nella lotta armata che ha assunto aspetti sempre più generali e un più deciso vigore e dall'altra nella lotta rivendicativa popolare che si è manifestata in scioperi, in manifestazioni di strada, in sabotaggi collettivi e individuali. Sono queste due forme di lotta, combinate e fuse in un tutto unico, che hanno scardinato lo Stato fascista, infranto i suoi piani, fatto fallire ogni sua iniziativa, scavato un abisso incolmabile tra nazi-fascismo e popolo italiano».
Alla guerriglia partigiana si accompagnava sempre più intensa durante l'ultimo inverno la guerriglia economica contro la fame, il freddo e il terrore nazi-fascista. Alle lotte operaie e contadine, si aggiungeva, nelle grandi città, la lotta delle donne, dei ragazzi e dei vecchi che assalivano treni e depositi di carbone, organizzavano il taglio di alberi nei boschi e nei parchi. Contro la guerriglia economica di massa i nazi-fascisti si rivelarono impotenti. I lavoratori e le loro donne avevano saputo adottare la tattica partigiana del colpo di mano, della sorpresa. Era tutto il popolo che si liberava, con un susseguirsi di scioperi, di manifestazioni di agitazioni, di atti di guerriglia, ininterrottamente, in mille punti del territorio, in modo da non lasciar tregua all'attaccante, di aggredirlo da tutte le parti, di minarne la capacità di resistenza.
In verità, come afferma un titolo de «L'Unità» del settembre 1944, L'insurrezione nazionale è in marcia, titolo che esprime efficacemente tutto lo sviluppo del processo insurrezionale e che diventa una parola d'ordine del Partito, a indicare che l'insurrezione è già in atto, e si realizza nel moltiplicarsi delle brigate e divisioni partigiane, nell'accrescersi della loro aggressività, nell'audacia dei GAP, nell'armamento di tutti i lavoratori inquadrati nelle SAP delle fabbriche dei rioni, dei villaggi nella liberazione di vaste zone di territorio, nell'affermarsi in queste zone di nuovi organi di potere popolare, nel portare la guerriglia nelle città e nelle campagne, nella lotta degli operai contro la produzione bellica per il nemico e contro il collaborazionismo degli industriali traditori, nello sviluppo del movimento popolare contro la fame il freddo e il terrore nazi-fascista, nella lotta contro i nemici e i sabotatori del movimento di liberazione nazionale, contro l'inganno e l'illusione delle pacifiche evacuazioni, contro ogni tendenza al compromesso e alla capitolazione. Nell'autunno del 1944, sei mesi prima dell'assalto finale, l'insurrezione nazionale era già la realtà di un popolo in armi.
E in questa lotta le masse popolari venivano organizzandosi. Nascevano i C.L.N. nelle fabbriche, nei rioni, nei grandi casamenti operai, negli uffici, nelle Università, persino nei Ministeri e nelle Prefetture. Un nuovo potere popolare nasceva nella lotta contro il vecchio potere nazi-fascista sempre più indebolito; un nuovo potere popolare la cui autorità era riconosciuta dal popolo, un nuovo potere che poggiava sulla forza armata del movimento partigiano e sul consenso delle masse lavoratrici.
Quando il mattino del 25 aprile i lavoratori armati scesero nelle strade per l'assalto finale, la vittoria era già sicura, malgrado l'enorme sproporzione dell'armamento che tuttora sussisteva. Non era una piccola avanguardia di combattenti isolati che attaccava, ma tutto un popolo che si rivoltava contro un governo logorato da venti mesi di guerriglia popolare, battuto e demoralizzato, condannato politicamente e moralmente dalla coscienza della nazione.
L'insurrezione dopo la lunga e eroica marcia arrivava vittoriosamente alla sua meta. I C.L.N. assumevano tutti i poteri, che dovevano poi, in base agli accordi internazionali, cedere ai comandi alleati.
Si è aperto con questa vittoria del popolo un nuovo periodo della storia italiana nel quale quegli ideali di libertà e di giustizia per i quali hanno combattuto e sono caduti i migliori figli del nostro popolo dovranno finalmente trionfare.
Nessuno potrà impedire che quelle sacrosante aspirazioni divengano finalmente la realtà della nuova Italia.
GIORGIO AMENDOLA

giovedì 24 marzo 2016

23 marzo 2016: Appello alla città

(durante la lettura di questo appello è consigliato l'ascolto in sottofondo di questo brano musicale)

Romane e Romani!
  Cade oggi il 72° anniversario del sacrificio di 335 martiri per la libertà, assassinati dalla teppa nazista. Erano uomini tutti diversi, per censo, professione, convinzioni politiche o filosofiche e religiose, ma tutti insieme si erano finalmente sollevati uniti contro l'occupante portatore di morte, terrore, fame e disperazione.
  La risposta della città fu corale, ed anche chi non era abbastanza coraggioso fece la sua piccola parte, contribuendo a ridare alla propria città dignità e rispetto.
  Oggi grazie a Dio non abbiamo più a che fare con bande di criminali sadici sanguinari, ma egualmente la città deve sollevarsi come un sol uomo, per espellere dalle proprie fila ladri, corrotti e mascalzoni di ogni risma. Se prima erano i feroci nazisti, questa volta dobbiamo cacciare una banda di straccioni forse più pericolosi, perché non portano la divisa e non si dichiarano pubblicamente, fanno i santarelli appiccicati al muro e fanno marcire la città come fossero tante metastasi.
  Roma ha bisogno di un'operazione chirurgica radicale e di cinque anni di chemioterapia politica e morale.
  Dopo potrà ricostruire i propri meccanismi politico-sociali, ma questa volta immuni da corruttori e rubagalline. Roma è riuscita altre volte a rinascere dalle proprie ceneri, ci riuscirà di nuovo!

  Faccio dunque appello al cuore ed all'anima dell'Urbe ed alle donne e uomini che la popolano e che la possono fare di nuovo grande, quasi a voler realizzare la profezia di Davide Lazzaretti:

         Oh! Roma eterna tu Regina ai Regi
         È presso il dì che tutto l'universo
         Sarà riunito in te, sotto il tuo manto
         Tutti verranno i popoli del mondo,
         E ad onta degli spiriti d'Averno
         Ti chiameranno Madre.

  Dunque scrolliamoci di dosso paura, angoscia, timore, apatia e depressione e afferriamo con entrambe le mani coraggio e determinazione, diamo un calcio alle tante piccole e vane ambizioni e realizziamone una grande: facciamo rinascere la nostra città! Cacciamo a calci nel sedere dalle porte cittadine ladri ed usurpatori, meretrici e ruffiani, falsi profeti e cialtroni, corrotti e corruttori e tutti i mangiapane a tradimento!
  Donne e uomini di questa città martoriata, in borghese o in divisa, giovani ed anziani, studenti, lavoratori, disoccupati e pensionati formate una legione invincibile come solo i romani sanno fare!
  Dalle bocciofile alle fondazioni culturali, dai consessi artistici alle associazioni professionali, tutte le organizzazioni portino in ebollizione la città! Formate ovunque comitati che aderiscono al "TRIBUNATO POPOLARE"


  Volgiamo al serio una frase che un tempo ci fece ridere: "Roma rinascerà più bella e superba che pria!"

sabato 5 marzo 2016

Bozza di statuto dell'associazione denominata "Tribunato popolare"

PREAMBOLO

"Tribunato Popolare" è una libera riunione di cittadini e/o associazioni di vario e diverso genere che stipulano un patto di collaborazione col fine di riportare la Città di Roma in un quadro costituzionale di Onestà, Legalità, Giustizia, Solidarietà e Buonsenso. Fonda la propria forza sulle migliori tradizioni cittadine e punta alla più alta unità possibile, di cui si mostrò capace il popolo di Roma durante i sanguinosi nove mesi di occupazione nazifascista. Il Tribunato si riconosce pienamente nella Costituzione Repubblicana del 1946, escluse le fraudolente manomissioni operate nell'arco degli ultimi 20 anni, a causa dei dubbi non ancora chiariti in merito alla loro legalità.

TITOLO I: DENOMINAZIONE E SEDE
Art. 1
L'Associazione denominata "TRIBUNATO POPOLARE", in seguito semplicemente TRIBUNATO, avente funzione di partito politico ai sensi delle vigenti leggi, ha sede in Roma, domicilata presso (*da stabilire)

TITOLO II: FINALITÀ
Art. 2
La principale finalità del Tribunato è quella di eleggere per la prossima legislatura un sindaco e relativa giunta per Roma che rimetta a posto amministrazione e città, riportando Roma all'altezza delle altre capitali europee, senza escludere eventuali coalizioni o patti con altre formazioni politiche affini, che abbiano obbiettivi simili.
Art. 3
Il Tribunato non intende sostituirsi a partiti o movimenti esistenti, ma creare una nuova situazione di normalità ed agibilità politico/amministrativa per l'Urbe.
Art. 4
Mentre il candidato sindaco sarà il presidente dell'Assemblea di fondazione, gli altri membri della Giunta Comunale e candidati a consigliere saranno designati in una apposita Assemblea Straordinaria precedente la presentazione della lista elettorale.

TITOLO III: SIMBOLI ED INNO
Art. 5
Il simbolo del Tribunato è la riprodizione xilografica di una moneta repubblicana raffigurante il Tribuno Tiberio Gracco.
Sulle bandiere sarà di giallo in campo purpureo.
L'inno è la canzone 'Sta città del maestro Peppe Voltarelli.

TITOLO IV: ORGANI E CARICHE
Art. 6 - Organi
Il massimo organo del Tribunato è l'assemblea generale degli iscritti denominata "Concilio Urbicario".
Le assemblee straordinarie tematiche, chiamate Rostri comiziali
Le assemblee di verifica, chiamate Assise Pretorili
Il Collegio saturnale, nella persona dell'Arcario
La Curia dei Tabellioni, nella persona del Cartulario
Art. 7 - Cariche
La carica massima del Tribunato sono i Consoli, un uomo (maschio) ed una donna (femmina)
Gli Edili
I Pretori
I Questori
Art. 8 - Il Concilio Urbicario
Si riunisce il 21 aprile di ogni anno in seduta ordinaria ed in data da fissare per quanto riguarda la seduta finale al termine del lustro di attività del Tribunato.
Art. 9
Nella prima seduta fondante il Concilio Urbicario elegge i Consoli, stabilisce le cariche del Tribunato, approva il programma elettorale, ratifica e nomina i candidati e pubblica una "Tavola dei Principi" alla quale i candidati si dovranno attenere con apposito giuramento da deporre in cima al Monte Testaccio. Le sedute del Concilio Urbicario sono sempre pubbliche.
Art. 10
Nelle sedute ulteriori il Concilio Urbicario verificherà il comportamento degli eletti, approverà i conti sociali e confermerà o sostituirà, a seconda delle necessità, le varie cariche sociali.
Art. 11
Il Concilio Urbicario è presieduto dai Consoli, assistiti da un Edile, un Pretore ed un Questore.
Art. 12
La relazione finanziaria sui conti sociali viene presentata dal Collegio dei Saturnali.
Art. 13
I lavori vengono registrati, verbalizzati e pubblicati dalla curia dei Tabellioni. I Tabellioni hanno funzioni di segreteria, archiviazione, registrazione, pubblicazione e diffusione.
Art. 14
Quella dei Consoli è la carica più alta all'interno del Tribunato. Oltre a presiedere il Concilio Urbicario, hanno la legale rappresentanza e la firma degli atti sociali.
I Consoli dirigeranno il Tribunato in base al mandato ed alle direttive del Concilio Urbicario e tenendo conto dei suggerimenti degli Edili e dei Pretori.
Art. 15
I Rostri, o assemblee tematiche vanno considerate alla stregua di assemblee straordinarie, convocate per discutere singoli problemi relativi all'andamento del lavoro amministrativo o per organizzare grosse iniziative a sostegno o supporto dell'amministrazione comunale o del gruppo consiliare. Organizzazione e gestione dei Rostri spetta agli Edili, i quali saranno in numero uguale a quello degli Assessori Comunali, rispecchiandone le stesse materie o competenze.
I Rostri verranno di volta in volta presieduti da due Edili.
I lavori vengono registrati, verbalizzati e pubblicati dalla curia dei Tabellioni.
Art. 16
Il Concilio Urbicario elegge sei Pretori. Le Assise Pretorili, che hanno anche funzione di collegio arbitrale, verificano periodicamente l'andamento del Tribunato ed il lavoro degli eletti.
Art. 17
L'Assise Pretorile avrà il compito di redigere un regolamento interno del Tribunato da sottoporre all'approvazione del Concilio Urbicario nella sua prima seduta dopo la fondazione.
Art. 18
Nel caso in cui un eletto venisse sospettato in modo stringente di essere venuto meno al proprio giuramento, dovrà comparire dinanzi ad una Assise Pretorile.
Art. 19
Le sedute non sono pubbliche, ma i resoconti possono essere resi pubblici su indicazione dei Questori. Gli atti sono comunque a disposizione delle Autorità Giudiziarie nel caso in cui queste ravvisassero la necessità di prenderne visione.
Art. 20
Il Collegio composto da tre Questori avrà funzione di controllo, supervisione e verifica dell'andamento del Tribunato, facendo relazione informale ai Consoli nel periodo interconciliare e relazione annuale al Concilio Urbicario.
Art. 21
I Questori possono partecipare alle riunioni di Edili o Pretori, con diritto di intervento ma senza diritto di voto.

TITOLO V - DEI SOCI
Art. 22
Tutte le donne e gli uomini, elettori per il Comune di Roma, indipendentemente dalla loro cittadinanza possono diventare soci del Tribunato. Per l'identificazione basta una carta d'identità assieme alla tessera elettorale.
Art. 23
Possono aderire al Tribunato Associazioni e altri gruppi organizzati tramite un atto formale, poi a loro volta fanno iscrivere i propri soci che aderiscono singolarmente al Tribunato. Non possono aderire organizzazioni di stampo fascista, antidemocratico, razzista, avverso alla libertà di coscienza e dichiaratamente schierate contro la Costituzione Repubblicana di cui al Preambolo. Non possono aderire associazioni che hanno carattere dichiaratamente politico ed in contrasto con il Tribunato, ma possono aderire singolarmente anche iscritti a dei partiti, ma solo dopo essersi impegnati a non militare attivamente per il proprio partito nel corso del lustro del Tribunato.
Art. 24
In occasione dei Concilii Urbicari e le maggiori manifestazioni elettorali e post-elettorali le singole organizzazioni potranno portare le proprie insegne, bandiere, gagliardetti, medaglieri, labari, gonfaloni, divise e distintivi, ma in sede di votazione vale il principio di una mano, un voto. Le modalità di voto saranno fissate all'inizio di ogni seduta plenaria, ma dovranno essere tendenzialmente a voto palese e maggioranza relativa. Sono sempre segrete e su scheda apposita le votazioni per le cariche sociali.
Art. 25
L'aspirante socio singolo compilerà un modulo che sarà esaminato dai Pretori i quali, in caso di accettazione, passeranno il fascicolo ai Tabellioni che procederanno alla registrazione ed quanto attiene alla gestione dei soci iscritti, ai quali è comunque garantita la privacy, come da disposizioni legislative vigenti.
Art. 26
In caso di adesione di una associazione, questa compilerà un apposito modulo. Ad accettazione avvenuta, l'associazione aderente, sotto la propria responsabilità inoltrerà direttamente ai Tabellioni i moduli compilati dei propri aderenti che intendono entrare singolarmente nel Tribunato.
Art. 27
In sede di Concilio Urbicario il legale rappresentante di ogni organizzazione aderente può intervenire o sottoporre al concilio proprie proposte che saranno messe al voto dell'intera assemblea secondo quanto stabilito al precedente art. 24.
Art. 28
Proteste, proposte, reclami o segnalazioni possono essere sottoposte ai Questori sia da singoli, sia da organizzazioni aderenti e sia da gruppi spontanei. Segnalazioni o informative anonime saranno immediatamente cestinate. I documenti presentati da gruppi spontanei dovranno essere firmati da tutti coloro i quali aderiscono a tale documento
Art. 29
Chiunque aderisca formalmente al Tribunato, associazione o singolo, si impegna per iscritto a leggere il presente Statuto, ad osservarne le disposizioni in modo rigoroso ed allo stesso tempo si sottopone con valenza giuridica ad un impegno di riservatezza dal quale sarà sciolto solo dopo la la cessazione delle attività del Tribunato.

TITOLO VI - PATRIMONIO
Art. 30
Il patrimonio del Tribunato è formato da:
a) eventuali quote associative versate dai vari aderenti;
b) proventi derivanti dalla prestazione di servizi e dallo svolgimento di attività, anche di tipo commerciale;
c) beni mobili ed immobili, contributi, liberalità, sovvenzioni, finanziamenti, donazioni od elargizioni di qualunque natura comunque pervenuti al Tribunato da parte di soggetti pubblici o privati.
Gli utili, gli avanzi di gestione e le risorse del Tribunato devono essere impiegati esclusivamente per la realizzazione degli scopi di cui al presente Statuto.
È fatto espresso divieto di distribuire, anche in modo indiretto, utili ed avanzi di gestione nonché fondi, riserve o capitale durante il lustro di attività a meno che la destinazione o la distribuzione non siano imposte per legge.
Art. 31
Tutti gli aspetti finanziari sono gestiti dal Collegio dei Saturnali
Art. 32
Tutte la cariche sono gratuite e non sono previsti emolumenti o diarie, fatta eccezione per le spese vive documentate e strettamente necessarie per la funzionalità e le attività del Tribunato, che saranno anticipate o rimborsate a seconda delle disponibilità.

TITOLO: NORME FINALI E TRANSITORIE 
La durata è fissata per un lustro, il quale inizierà con il Concilio straordinario di fondazione e si chiuderà in data ravvicinata posteriore allo scioglimento del Consiglio Comunale eletto nel 2016.
Con lo scioglimento del Tribunato tutti gli eventuali beni rimanenti saranno devoluti per il restauro di un'opera d'arte, manufatto o reperto archeologico di proprietà municipale, da scegliersi in base alla disponibilità su segnalazione delle Sovrintendenze competenti. Beni mobili o immobili saranno ceduti al Comune.
Per quanto non previsto dal presente Statuto valgono le norme del Codice Civile che disciplinano le Associazioni non riconosciute.

L'eventuale sindaco del Tribunato, nel caso che questo nel 2021 fosse ancora vivo, appena rassegnate le dimissioni per fine mandato si recherà a piedi a Santiago De Compostela passando per Loreto.

lunedì 29 febbraio 2016

Il mio decalogo politico


Dieci parole caratterizzeranno la mia azione politica ed amministrativa per restituire a Roma la dignità ed il rispetto che merita:

Onestà
Legalità
Giustizia
Solidarietà
Buonsenso
Rispetto
Prudenza
Temperanza
Coraggio
Fantasia

Onestà
Già l'onestà da sola sanerebbe tanti mali, ma farla tornare in auge non sarà facile. Ormai da generazioni si invoca pubblicamente l'onestà, per poi praticare in segreto l'esatto contrario. Gli stessi genitori parlano ai propri figli di onestà, ma spiegando poi che comunque devono approfittare quando possono e prendersi anche quello che loro non spetterebbe con ogni mezzo, con la scusa che il mondo va così e che non conviene cambiarlo. Comunque la prima cosa da fare sarà una lotta concreta contro la corruzione, a tutti i livelli e sotto ogni forma si manifesti.

Legalità
Tutti la invocano ma pretendono che si applichi solo per gli altri. Roma è la culla della legalità e dunque qui è un dovere il rispetto di leggi e regolamenti.

Giustizia
La giustizia non deve essere uno strumento di potere e repressione, ma un diritto di tutti quanti, un modo di fare le scelte ed una pratica quotidiana.

Buonsenso
Dove non arrivano legalità e giustizia entra in gioco il buonsenso, una virtù che si basa su cultura, esperienza ed intelligenza.
Solidarietà

Senza solidarietà, comprensione, empatia e spirito di fratellanza ogni società e tessuto sociale è destinato ad una brutta fine.

Rispetto
Il livello di rispetto per persone e cose deve caratterizzare ogni forma di consesso ed organizzazione sociale. Pretendere il rispetto solo per se stessi mina le basi di ogni convivenza sociale. Questa virtù non va confusa con formalità esteriori, ma va praticata con convinzione.

Prudenza
Non essere prudenti significa affidare tutto al caso, senza riflettere su eventuali conseguenze esiziali. La fretta non è mai stata buona consigliera e l'avventatezza di solito porta in vicoli ciechi.

Temperanza
È più che mai giusto porsi grandi obbiettivi, ma sarebbe folle puntare all'impossibile. Un giusto passo porta molto più lontano di una corsa disperata.

Coraggio
L'avventatezza è una cosa, il coraggio invece tutt'altro e cioè quello stato d'animo di fermezza e chiarezza di pensiero che permette di trovare una soluzione anche ai problemi più difficili.

Fantasia
La cosa che forse ci distingue più di tutte dagli animali è la fantasia e per rimettere in carreggiata una città disastrata come Roma ce ne vuole molta.


venerdì 11 settembre 2015

Nihil sub sole novi

Dovremmo accogliere noi i tanti siriani che stanno fuggendo

  
Sarebbero almeno 300.000 i cristiani attualmente in fuga dalla Siria. Forse sono anche di più, ma la cosa, detta così, per gran parte dei giornalisti, o forse meglio, da parte della gente che diffonde notizie a modo suo, il fatto non è rilevante. Se la diffondessero, i razzisti pseudo-cristiani d'Europa, ben istruiti da consiglieri d'oltreoceano, non potrebbero paventare il pericolo di islamizzazione del nostro continente.
  Abbiamo visto tutti come una tipa, appartenente a questa schiera di giornalisti fasulli, prendere a calci famigliole Siriane in cerca di rifugio e soccorso dalle nostre parti. Nella sua confusione mentale magari sarà pure convinta di averlo fatto in difesa dei valori cristiani…
  Molti, persone che tecnicamente possono essere definite "ignoranti", si stupiscono sentendo dire che in un paese arabo possano esistere addirittura dei cristiani. Non rientra nel quadro tanto semplice che si sono fatti del mondo. Ma anche se lo sapessero, sarebbero nella loro ignoranza preoccupati anche solo del fatto stesso che siano in arrivo dei "diversi".
  Ciò che è diverso ed ignoto mette paura agli ignoranti e li fa sembrare dei perfetti idioti. Quando l'idiota vede in televisione i profughi, e glieli fanno vedere sempre in modo tale che percepisca chiaramente la diversità, soprattutto nell'abbigliamento e possibilmente nel colore della pelle, si sente minacciato. Se per sbaglio, invece di fargli vedere un bambino negro dilaniato da una mina (costruita in Italia, ma per fortuna non si vede) oppure dei bambini bianchi annegati, ma vestiti in modo chiaramente diverso dai bambini nostrani, non gli fa alcun effetto, al massimo un po' di schifo. Appena vede però il cadavere di un bambino bianco abbandonato sulla battigia, vestito come i bambini che gli sono familiari, allora il cuore gli si intenerisce e gli scappa la lacrimuccia, almeno fino all'inizio della rubrica sportiva del TG che sta guardando.
Se il nostro perfetto idiota fosse un minimo curioso, verrebbe a sapere di cose strabilianti, incredibili. Per sua fortuna resta lontano dal sapere e dalla conoscenza, altrimenti gli si intreccerebbe in modo pericoloso il cervello. (... come succede agli uomini verdi di "Mars attaks" quando sentono "indian summer love")

La nostra Siria

  La Siria è considerata universalmente la culla del cristianesimo e tanti sono ancora i cristiani che vi vivono, anche se negli attuali frangenti sono i primi a dover fuggire. Solo per questo è ridicolo mettere in collegamento l'arrivo dei siriani con un presunto pericolo di islamizzazione dell'Europa. Forse potrebbe succedere l'esatto contrario, e cioè che grazie ai siriani l'Europa torni ad essere un po' più consapevole delle proprie radici lontane.
  Prima di diventare vescovo di Roma, cioè Papa, San Pietro rimase circa sette anni ad Antiochia, dove diede inizio alla sua opera di evangelizzazione. Si tratta di una città siriana, anche se oggi compresa nello stato turco. Qui va ricordato incidentalmente, che le frontiere che troviamo sulle mappe del cosiddetto "medio oriente" (è questo un nome di fantasia dato dagli inglesi. Per logica il "vicino oriente" allora dovrebbe comprendere l'Italia…) non tengono minimamente conto di storia, popoli, religioni, nazioni, lingue. Furono tracciate a suo tempo solo per servire meglio gli interessi imperialistici britannici.
I santi Cosma e Damiano, protettori
dei medici e dei farmacisti.
Erano siriani
  E poi, a parte San Pietro, abbiamo anche avuto diversi Papi siriani: S. Sisinnio, S. Aniceto, Costantino, Sergio I, Gregorio III.
  Tra il sesto e l'ottavo secolo, per un periodo di almeno 250 anni, in Italia arrivarono incessantemente profughi dalla Siria e si insediarono stabilmente nel nostro paese, lasciando tracce evidenti, che però nessuno oggi percepisce più come provenienti da lontano, da posti sconosciuti e pericolosi. Tra l'altro erano in fuga a causa dell'espansione violenta dell'islam. Si tratta di cose afferenti le radici profonde della nostra cultura (cultura: roba di cui l'idiota non si occupa. Meglio il campionato di calcio).
  In Italia sono innumerevoli le chiese dedicate a santi siriaci e le parrocchie nate qui attorno a comunità provenienti da quella parte del mondo. Intere caterve monastiche si spostarono in Italia, dando vita a cenobi che ebbero una grande influenza, non solo religiosa o spirituale, ma anche politica e culturale.
  Di siriani, non solo cristiani, ma anche musulmani, ne sono approdati ai nostri lidi anche in tempi relativamente recenti. A Livorno ad esempio, la presenza di siriani, arabi, curdi si riscontra sin dal XVII secolo, dove si insediarono stabilmente, mantenendo di solito per generazioni la propria religione, sia cristiana sotto diverse specie, sia anche musulmana. L'importanza di questa variegata comunità crebbe notevolmente tanto che, nell'ottocento, persino il vescovo della città era discendente di una famiglia proveniente da Aleppo.
  Agli albori della diffusione della televisione nel nostro paese Ennio Flaiano disse: "l'Italia tra trent'anni sarà non come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la televisione." Una visione profetica, anche piuttosto ottimistica. Con Berlusconi è successo di peggio, essendo riuscito questo pregiudicato con il suo mix tossico di malgoverno e televisioni-monnezza a trasformare Italia ed italiani in un unico troiaio.
  Forse, invece che andarsene in Germania, dove rischiano di essere sfruttati dagli industriali tedeschi, lupi che perdono il pelo, dovrebbero venire da noi ad aiutarci a ritrovare il bandolo della matassa ingarbugliata che è oggi l'Italia.

venerdì 21 agosto 2015

Il problema sono i musei, non gli stranieri

Stiamo guardando la punta del dito che la indica, invece di guardare la luna. La situazione in generale dei beni culturali in Italia è disastrosa, ma si discute solo dei nuovi direttori di una manciata di istituti

 Non ho seguito con attenzione la polemica nata dopo la nomina di alcuni "stranieri" a direttori di importanti e straordinari musei italiani; vorrei prima scrivere quello che penso io, e poi mi leggerò le opinioni di Daverio, Sgarbi e chi altro ancora…
  In linea di principio non sono in nessun modo contrario al fatto che un non italiano -inteso come cittadino italiano per nascita e cultura- possa andare a dirigere un nostro museo. Non è neanche la prima volta, basti pensare, per il settecento, a Johann Joachim Winckelmann, il quale fu nominato prefetto delle antichità di Roma, oppure Jakob Philipp Hackert che fu pittore di corte del re Ferdinando IV di Napoli e partecipò al primo allestimento del Museo di Capodimonte.
Dinu Adameșteanu
(immagine tratta dal sito "Il Lucano Magazine")
  Altri stranieri, e non solo tedeschi, furono chiamati a guidare la un tempo prestigiosissima Accademia di San Luca, e cito giusto a memoria Anton Raphael Mengs, Bertel Thorvaldsen e Charles Le Brun. In tempi più vicini a noi resta indimenticabile il rumeno, naturalizzato italiano, Dinu Adameșteanu, che fu funzionario statale, il quale alla guida delle Soprintendenze di Basilicata e Puglia, difese il patrimonio archeologico da ogni attacco e creò una qualificata rete di musei, di rango nazionale.
  Adameșteanu rappresenta una punta di eccellenza assai rara, ma non si deve credere che basti essere stranieri per fare meglio di qualsiasi italiano. Potrei citare diversi casi, nei quali supertitolati stranieri, chiamati con l'idea che fossero capaci di fare miracoli, hanno fatto cilecca e causato danni al nostro patrimonio culturale. Ma qui stendiamo un pietoso velo.
  Chiarito il primo punto, cioè che mi stanno bene degli stranieri a dirigere i nostri migliori musei, dico subito, con eguale chiarezza, che ritengo l'operazione appena fatta una inutile spacconata che non porterà nulla, anzi, rischia di peggiorare ulteriormente la situazione già spaventosa del patrimonio storico, archeologico ed artistico nazionale.
  L'ho già sentito dire e concordo pienamente, che si tratta solamente di fumo agli occhi, una trovata pubblicitaria senza che vi sia più un prodotto vero da pubblicizzare.
L'umiliata Biblioteca dei Girolamini a Napoli
  Mi chiedo con una certa angoscia cosa succederà ancora. Quello che non si dice è che nel corso degli ultimi 30-40 anni il declino della tutela del patrimonio culturale è stato crescente, spaventoso, barbarico. Il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini a Napoli è solamente la punta di un iceberg. Nel più totale silenzio di giornali e televisione si è messa in atto una devastazione mai vista che sarebbe assai lunga da descrivere minuziosamente.
  Franceschini, che fa il Ministro dei Beni Culturali (dire che sia ministro mi pare esagerato) probabilmente non ha idea di come stiano le cose. Leggendo le sue note biografiche si capisce che durante la sua vita non ha mai avuto contatti con le problematiche legate alla tutela e soprattutto alla gestione del nostro immenso patrimonio culturale, a parte magari la sua partecipazione a qualche comitato o commissione parlamentare. Anzi, fonti ben informate, sostengono che a lui di beni culturali non importa un piffero. Sta lì a fare qualcosa per mettersi in bella vista, facendosi probabilmente mal consigliare da qualcuno che il patrimonio culturale lo odia.

L'abbazia di Montecassino, simbolo delle devastazioni belliche
Il disastro nel settore dei beni culturali non è cosa nuova nel nostro paese. Accenno giusto per gli addetti ai lavori alla polemica ottocentesca sull'editto Pacca oppure la prima legge del 1908. Con il periodo del regime fascista, che solo a parole e per evidenti scopi politico propagandistici si dichiarava protettore dei beni culturali, ci sono rimaste almeno le leggi 1088 e 1089 del 1939, volute da Giuseppe Bottai, che riuscirono a limitare in buona misura i danni. Con la seconda guerra mondiale il nostro patrimonio attraversa il suo periodo più nero, con il saccheggio, la dispersione, la distruzione ed il danneggiamento di archivi, biblioteche, musei, zone archeologiche ed edifici storici.

Per arginare il disastro, con la legge del 26 aprile 1964, n. 310 fu istituita la Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, presieduta da Francesco Franceschini, non solo casualmente omonimo del nostro facente funzione ministro, ma di pasta completamente diversa. I tre volumi degli atti sono ancora oggi di grande interesse, soprattutto per tante soluzioni proposte, delle quali però non si tenne troppo conto in seguito.
Atti della Commissione Franceschini
  Fu comunque importante, soprattutto per l'impulso che seppe dare all'interesse generale per i beni culturali, tanto che nel 1974 si arrivò alla nascita del Ministero per i Beni Culturali per iniziativa, così si racconta, di Giovanni Spadolini. Sembrava che i tempi bui per archeologia, storia ed arte fossero finiti, ma col senno di poi si può dire che non fu proprio così.
  Non passarono neanche 10 anni, ed il frequentatore di discoteche Gianni De Michelis, fido accolito di quel galantuomo di Craxi (il padre putativo di Berlusconi) si inventò e promulgò nel corso di un convegno indetto dal PCI di buona memoria la dottrina dei "giacimenti culturali", dichiarando i beni culturali "il nostro petrolio". Una posizione assurda ed abberrante che ha dato il via allo smantellamento definitivo della cultura italiana.
  L'unicità del patrimonio culturale italiano è data dal fatto che esiste da sempre un intreccio ed un legame profondo tra storia, arte e cultura ed il territorio, comprese le comunità che ci vivono. La storia è talmente lunga, che anche i musei e le raccolte artistiche hanno radici lontane e profonde. Quando in Italia già esistevano musei pubblici, nel resto d'Europa si cominciavano a collezionare, in mancanza d'altro, conchiglie, animali imbalsamati, feti orridi sotto spirito ed altro ciarpame assortito.
  La cultura in Italia, per certi aspetti, non era appannaggio unico dei regnanti o degli aristocratici, ma anche un gran numero di carrettieri, contadini e popolani sapevano a memoria la divina commedia o la Gerusalemme liberata, e chi non la sapeva, se l'ascoltava con attenzione e riverenza, convinto che si trattava di storie che lo riguardavano direttamente, personalmente. Ferdinand Gregorovius un giorno a Trastevere, nella ressa della Festa de' Noantri rimase scioccato quando, dopo aver inavvertitamente pestato un piede ad un popolano si sentì minacciare con la frase: "Bada straniero, che nelle mie vene scorre sangue troiano!"
Edificio storico americano ricostruito in un museo statunitense
  Nei paesi di origine dei nuovi direttori di alcuni dei nostri musei (perché poi solo alcuni? e tutti gli altri?) l'intreccio tra museo, opere d'arte, cultura in genere se c'e, non è certo dello spessore e della portata che a noi pare ovvia. Per non parlare degli Stati Uniti! Non ricordo esattamente dove, ma vidi in un museo una piccola raccoltina di bassorilievi egiziani ed altri reperti archeologici (manco a farlo apposta di provenienza poco chiara, ma comunque italiana) esposti lungo un corridoio, per poi passare in grandi sale nelle quali dietro elefantiache vetrine stavano accatastate valigie, bauli, sedie, canestre, scatole, bambole, vasi, brocche, càntari, lampade a petrolio ed ogni altro bene che i primi immigrati dall'Europa si erano portati appresso. Se il direttore del museo si vendesse un bassorilievo egiziano, gli chiederebbero quanto ci ha ricavato, ma se vendesse anche solo un pitale in ferro smaltato: apriti cielo! Orrore e raccapriccio!
  Comunque sia, il problema non sono i direttori dei musei che vengono dall'estero. Li dovremo giudicare alla prova dei fatti. Il vero problema sono i musei e le condizioni critiche in cui si trovano dopo decenni di assurdità, malversazione, rapina, saccheggio, distruzione e dispersione. Tutta la baracca dei beni culturali è stata sfasciata, e, come si dice a Roma, neanche se scende Cristo in persona ci si riesce a mettere una toppa.

De Michelis mentre elabora l'idea dei "giacimenti culturali"

 L'idea dei "giacimenti culturali" ha avuto conseguenze di lunga portata e pezzo dopo pezzo, anno per anno l'intero sistema è stato svuotato ed annichilito. Dai tempi di Craxi non è stato più fatto un concorso regolare per assumere il personale, dai custodi ai funzionari dirigenti. Per la struttura del Ministero, dalle Direzioni Generali fino alle Soprintendenze, il personale è stato mano a mano reclutato nei modi più disparati, fino al trionfo delle cooperative per coprire a malapena le falle del sistema, cooperative usate da gestori privati esterni che hanno in mano e controllano i servizi di musei, biblioteche, scavi archeologici, archivi e monumenti. Queste società invece di apportare, naturalmente tolgono. Non danno alcun servizio culturale o scientifico, ma producono gadgets. I direttori dei musei oramai, prima di decidere di fare qualche iniziativa, mostra o altro nel proprio istituto, devono chiedere lumi non al Soprintendente, ma all'amministratore delegato di turno di questi servizi, servizi che hanno quasi sempre bellissime sedi, dove mancano solamente le poltrone in pelle umana.
  Invece di servizi che dovrebbero fornire producono invece feste, cene, pranzi, sfilate di moda, eventi mondani ed altre cazzate di pessimo gusto che non portano niente ai musei, se non danni d'immagine ed anche materiali. A proposito! Franceschini, il sedicente ministro, pare abbia detto che i direttori stranieri dovranno aumentare i visitatori ed accorciare le file alle casse. Ma come potranno farlo? Qualcuno dovrebbe dire a Franceschini che le biglietterie sono strettamente in mano alle società "di servizi", che le gestiscono con personale avventizio supersfuttato e che hanno come unico obbiettivo il proprio profitto. Mi chiedo in che lingua i direttori stranieri parleranno con quella gente; il loro italiano accademico, tutto precisino, non basterà di certo.

mercoledì 12 agosto 2015

La mia piccola compostela



  Oramai è talmente di moda fare il cammino di Santiago di Compostela, la "via francigena" per intenderci, che a me personalmente quasi non attira più per niente, a parte il fatto che non ne avrei il tempo e le risorse, almeno per adesso.
  Ora, visto che da circa 30 anni regolarmente ogni 10 agosto vado ad Amaseno, nel cuore dei Monti Lepini, per vedere il prodigio del sangue di San Lorenzo, ma sempre e solo comodamente in automobile, ho pensato che una volta tanto sarebbe stato il caso di provare a fare almeno un pezzo a piedi per arrivarci.
  Così sono arrivato col treno alla Stazione di Priverno-Fossanova, da dove, zaino in spalla, senza sapere quanto fosse lungo il tragitto e senza cartina alla mano ho cominciato a camminare. Lungo una trafficata strada provinciale, provvista di regolamentare guard-rail, non è sempre consigliabile, ma di certo si offre l'occasione di fare una prima quasi sorprendente scoperta: dietro al guard-rail esiste un mondo sconosciuto. Sappiamo quanta monnezza si possa scoprire lungo le strade di campagna, come vedremo anche in seguito, ma delle schifezze che si nascondono ai bordi delle strade provinciali, regionali e statali possiamo renderci conto solamente muovendoci col cavallo di San Francesco.
Lo splendido portale della chiesa abbaziale
di Fossanova. Siamo nei primi decenni
del medioevo, quello vero.
  Appena superati i primi due chilometri colgo l'occasione di una prima tappa tutta in tema, l'abbazia di Fossanova. Anche questo è un luogo ben conosciuto e ci sono stato tante volte, ma non ero mai passato sotto l'arco d'ingresso a piedi; una sensazione del tutto nuova, così come si prova un certo piacere a non perdere tempo per trovare un parcheggio per la macchina, possibilmente all'ombra. Bella di fuori e di dentro, pensando a tutto quello che ha passato durante la sua storia, è quasi un miracolo che si sia salvata. Un attimo di raccoglimento nella chiesa deserta e poi due passi nel chiostro. Per puro caso scopro che una signora sta aprendo una porta che avevo sempre trovato chiusa: l'antica cucina dei cistercensi. Speravo di vedere antichi fornelli, ma anche qui moderni architetti avevano rimodernato, e delle antiche strutture non restava traccia. Ora il locale viene usato come refettorio dai dieci francescani che popolano discretamente quel che resta della dimora cistercense.

  Riprendendo il mio cammino, mi accorgo di un fervore attorno a delle spoglie strutture di legno e balle di fieno buttate un po' dappertutto. Chiedo a due giovanotti se fosse in preparazione una fiera e la sorridente risposta è: "No, stiamo preparando la festa medioevale!". Avrei voluto spiegare ai ragazzotti che la roba che stavano mettendo in scena col medioevo avrebbe avuto molto poco a che fare; semmai sarebbe stato qualche cosa di rinascimentale condito con figuranti da tardo barocco campestre. Comunque non avrebbe avuto senso parlarci. Prima o poi saremmo arrivati alla "spada celtica" ed avrei sicuramente perso la pazienza.
  Tornato a sgambettare sulla provinciale, dallo strano nome "Marittima II", vado verso Priverno, la vecchia Piperno nonché antichissima Privernum, consapevole del fatto che prima o poi avrei dovuto svoltare a destra per trovare una strada che seguisse il piede della montagna e tagliasse verso Amaseno. Con la macchina sarei andato direttamente sulla superstrada ed in cinque minuti, o forse meno, sarei arrivato allo svincolo. Senza cartina era un po' un terno al lotto, ma andavo avanti fiducioso, sperando di incontrare qualcuno sul mio cammino, una pia illusione.
  Ad un certo punto, dopo varie curve, avvisto ed identifico il fiume Amaseno e poco prima di Priverno un ponte nuovo di zecca, non ancora aperto al traffico automobilistico ma transitabile dai pedoni mi permette di raggiungere l'altra sponda. Dall'altra parte trovo una strada, apparentemente asfaltata, che secondo me, ma non ci avrei messo la mano sul fuoco, andava dritta verso la mia meta.
  Neanche cento passi ed il manto d'asfalto scompare, ma non del tutto. Ne restano lacerti qua e la e dove i lacerti sono un po' più ampi, contengono immancabilmente delle buche che vanno dal fastidioso al tattico; a causa di un potente temporale di due giorni prima i danni all'ex manto stradale si dividevano in "buca" e "buca con acqua". (verifica questa citazione)
Una delle buche meno peggio
    Un manto stradale così assurdo, praticamente due dita di catrame e brecciolino spalmato frettolosamente su di una normale strada campestre spianata con due botte di ruspa e cosparsa di qualche camionata di sassi o vecchi calcinacci, è un tipico esempio di asfaltatura preelettorale, che solitamente regge fino al primo giorno dopo le elezioni. Ha comunque i suoi effetti: il sindaco uscente può dire nel comizio di chiusura che non si è dimenticato degli agricoltori ed è quasi sempre a costo zero: in vista di sostanziosi appalti la locale ditta di movimento terra ha mandato la ruspa ed il camion, l'ingrosso di materiali per l'edilizia il brecciolino, l'imprenditore edilizio i calcinacci e la ditta di costruzioni stradali ha fornito l'asfalto economizzato usandone di meno rispetto al capitolato in un'altra strada pagata fior di soldi dalla Regione o dalla Provincia.
  Io a mia volta penso però che la breve durata di queste asfaltature ci conserva la visione di strade di campagna sterrate che hanno un loro indubbio fascino. Seguono l'andamento dolce del terreno, disegnano lievi curve, girano rispettosamente attorno a degli alberi della cui ombra si può godere, specialmente in giornate fin troppo soleggiate. Ai lati di queste strade poi crescono e prosperano piante selvatiche di ogni genere, capaci di dispensare ristoro al viandante. Ho potuto assaggiare more di ogni tipo. Pensavo che le more fossero di un tipo solo, ma mi sbagliavo alla grande! Possono variare non solo nelle dimensioni, ma anche nel sapore, nell'aroma, nel retrogusto. Dopo almeno sei chilometri di more diverse devo dire che se un sommelier mi dicesse che un tal vino ha sentore di more selvatiche, gli chiederei subito di quali more selvatiche sta parlando e pretenderei che fosse un poco più preciso.
  Oltre alle more abbondano i fichi ed ora è il momento di particolari fichi settembrini che sono maturi già ad agosto, Alcuni sono di una dolcezza straordinaria ed è un vero piacere mangiarne. Un po' meno gradevoli al primo impatto sono le prugne selvatiche, belle a vedersi, ma ancora allappano da morire. Più buone saranno alla fine di settembre. Ottime sin da ora sono comunque le pere. Ne ho assaggiata una che mi ha letteralmente inebriato di profumi e dolcezza. Credo che neanche da ragazzino ne mangiai una del genere.
Blocchi squadrati provenienti da qualche edificio antico distrutto
  Comunque di mora in prugna ad un certo punto sentivo i piedi che iniziavano ad appesantirsi. Rallentando comunque iniziavo anche ad osservare con maggiore attenzione i particolari cui passavo accanto. Anche qui, come già accennato, monnezza di ogni tipo, anche se distribuita diversamente rispetto alle strade provinciali e regionali. In molti casi si trattava di rifiuti vecchi, come dei copertoni d'automobile pietosamente coperti da un velo di terra. In altri casi resti metallici ormai arrugginiti che spuntano da piccoli montarozzi sotto ai quali forse si nascondono le spoglie di elettrodomestici arcaici ed altre suppellettili dalle fattezze irriconoscibili. Comunque l'Italia è un paese classico, antico, e non ci facciamo mancare niente. Sul bordo della strada ho infatti avuto occasione di ammirare alcuni blocchi di calcare ben squadrati, chiaramente antichi, appartenenti a qualche fastidioso rudere che intralciava la costruzione di una bella casa abusiva moderna…
  Ma non tutto è bruttezza, ed a un certo punto mi sono goduto un colpo d'occhio che mi ha fatto capire perché i viaggiatori del Grand Tour parlavano di paesaggi italiani romanticamente belli. Guardando verso Maenza me ne sono reso conto: se non fosse stato per i tralicci di una linea elettrica, quello che avevo di fronte poteva anche essere l'acquerello di un viaggiatore anglosassone del primo ottocento.
Grazie ai filtri di Photoshop posso qui presentare un falso acquerello con la veduta di Maenza.
  Talmente preso da questa sconvolgente bellezza, mi ero totalmente dimenticato di verificare se stavo sulla strada giusta e se i miei piedi, alle prese con i primi doloretti, mi stavano portando nella direzione corretta. Come d'incanto incrocio un signore, ad occhio e croce settanta anni, maglietta arancione e cappelletto colla visiera. Alla mia timida domanda dove andasse la strada mi fà: "Ad Amaseno". È stato un vero sollievo, ma poi ho chiesto se mi potesse dire quanto ad occhio e croce mancasse all'arrivo; "Dodici chilometri" la pronta risposta. "Grazie arrivederci…" e già mi facevo qualche calcolo su quanto fossi in ritardo. Completamente a piedi non ce l'avrei più fatta. Realisticamente sarei arrivato verso le due, ma su quella strada l'unico incontro era stato sino a quel momento solo il passeggiatore arancione. Di macchine neanche l'ombra. Avevo però qualche speranza, visto che mi aveva detto che dopo essere passato sotto la superstrada, avrei dovuto prendere un'altra strada provinciale che mi avrebbe portato alla meta.
  Arrivato su questa agognata provinciale, proprio davanti alla suggestiva cappella di Santa Maria della Pace, potevo sperare ti trovare qualche passaggio, ma c'erano solamente un paio di automobili ed un maestoso trattore che andavano nella direzione opposta. Così ho superato anche una enorme cava di calcare che a grandi mozzichi si sta mangiando il monte sulla cui cima si trova Roccasecca dei Volsci.
Un campo di mais da foraggio abbattuto dalla tempesta
  Ad un certo punto sento alle mie spalle il rumore di un'automobile. Mi giro, vedo la macchina, tiro fuori il pollice a mo' di "like" di facebook. La macchina si ferma e posso salire. Al volante un mio coetaneo che mi dice che anche lui stava giusto andando verso Amaseno, un sollievo indescrivibile. Cerco subito di attaccare bottone, ma squilla il suo telefono. Il dialogo era in stretto idioma locale, e nonostante la mia discreta conoscenza di diverse varianti laziali dell'italiano, di fronte al dialetto vero riuscivo a captare solamente qualche parola qua e là. Si trattava comunque di vacche, di terra, di piante, di tempeste ed altri accidenti. Finita la telefonata, ebbe la cortesia di spiegarmi che tre giorni prima c'era stata una vera e propria bufera, che gli aveva buttato giù il granturco da foraggio per le vacche e le bufale e che ora si trovava nei guai. Aggiunse che ci si metteva anche il governo, che invece di aiutare, gli aveva non solo messo nuove tasse, ma gli aveva anche tolto la nafta per il trattore.
La diga medioevale deturpata
  Veramente per quando riguarda il governo aveva usato un tono molto deciso, infiorettato da espressioni che non sto qui a ridire, sia perché dialettali, sia perché non mi pare opportuno ripeterle. Comunque tra un delinquenti di qua ed un mascalzoni di là arriviamo ad un bivio al quale mi comunica che le nostre strade si dividevano. Un caloroso ringraziamento ed un cordiale saluto, e di nuovo me ne vado avanti a piedi.  Ero sceso in un punto che mi era sempre piaciuto, nel quale il corso dell'Amaseno deve superare una piccola diga risalente al medioevo, che convogliava parte delle acque verso un mulino abbandonato ormai da tempi immemorabili. Con mia sorpresa vedo ad un lato della diga un cazzotto a un occhio in cemento, oltre a lavori e movimenti che hanno stravolto un colpo d'occhio che era rimasto immutato da tempi remoti. Dopo mi sono informato, per scoprire una cosa che per ora vorrei definire "curiosa". Qualcuno, ma non si riesce a sapere chi, ha avuto la bella idea di costruire sulla diga alta circa un metro una centrale idroelettrica. Se l'Italia fosse un paese normale, avrebbero forse restaurato e ricostruito l'antico mulino, ma come al solito c'é di mezzo qualche geniale geometra e qualche originale architetto, in combutta col solito assessore o sindaco di turno che deve per forza fare qualcosa di "nuovo", senza porsi il problema che forse va a causare danni irreversibili.
Due strisciate di fertilizzante naturale, dal caratteristico odore
  A parte i danni causati dall'uomo, ho potuto rendermi conto anche di cosa parlava così animatamente il brav'uomo che mi aveva dato il passaggio. Lungo la strada c'erano diversi campi coltivati a mais da foraggio allettati dalla forza dell'uragano, uno spettacolo desolante, che fa capire quanti guai possono capitare in agricoltura, non solo a causa del governo. A proposito di agricoltura! Andando a piedi per le campagne si ha la straordinaria occasione di percepire odori che altrimenti restano confinati fuori dai finestrini ben chiusi delle automobili. Di solito sono profumi di fiori o erbe aromatiche, ma si incontrano anche veri e propri muri di odori forti, per i quali si ha bisogno di farci l'abitudine, causati dalla concimazione naturale con lo stallatico di vacche e bufale. Che da quelle parti si usi poca chimica me lo hanno dimostrato le tante trote che vivono nel fiume Amaseno, uno spettacolo che non vedevo più da anni.

Le trote nell'Amaseso, uno spettacolo quasi incredibile
Odori o profumi, ecco che dopo l'ennesima curva mi appare davanti la meta agognata: Amaseno! Guardo l'orologio e scopro che forse faccio a tempo anche per la messa. Gli ultimi metri non sono stati facili, dato che i piedi cominciavano a minacciare scioperi o comunque forme di dolorosa protesta ma mi restava solamente di attraversare il mercatino che viene allestito in occasione della festa di San Lorenzo. Il mercato comunque questa volta non era come al solito. Le bancarelle erano molte di meno rispetto agli anni precedenti e c'era un'atmosfera da apocalisse. In tutta fretta i commercianti stavano ammucchiando la loro roba e si incitavano vicendevolmente a fare più presto. Non mi ero accorto che alle mie spalle, sui bordi della vallata che avevo appena attraversato, si stavano formando minacciosi nuvoloni. Si vedevano i primi lampi che rischiaravano lo scuro crescente.
  Entrando in chiesa ho potuto cogliere le ultime frasi della predica, mentre fuori cadevano i primi goccioloni. Finita la messa come tutti gli anni mi sono messo in fila per vedere da vicino l'ampolla col sangue, che questa volta era molto più limpida e trasparente degli anni passati. Ogni volta me la guardo e ci penso, quanto sia bello osservare una cosa incomprensibile. Viviamo un'epoca con tanti cialtroni che sparano certezze e non si sa dove le vadano a prendere. Tutto, secondo loro, sarebbe spiegabile. Beh, quell'ampollina, il cui contenuto fu analizzato, se non sbaglio nel 1912, da una commissione di medici e chimici, tra i quali anche un bravo ateo a maggiore garanzia di verità, ha rivelato che si tratta effettivamente di materiale ematico. Quello che non riuscirono a spiegare fu il fatto di come questo materiale biologico, tra l'altro conservato in un contenitore non ermeticamente chiuso, non venisse attaccato da muffe o batteri e come facesse a sciogliersi senza alcuna sollecitazione chimica o fisica ogni anno esattamente il 10 agosto, ricorrenza del martirio del Santo.
  Uscendo dalla chiesa, tutto era bagnato, ma aveva appena finito di piovere, così me ne sono potuto andare tranquillo verso il secondo appuntamento ad Amaseno: il ristorante "Da Giotto". Per farla breve: antipasto di montagna, ravioli alla ricotta di bufala, spezzatino di bufalo, torta alla ricotta di bufala con noci fresche. Visto che il tema di questo post è la mia piccola Compostela, del pranzo riferirò dettagliatamente magari su trip-advisor. Comunque la fortuna, o forse proprio San Lorenzo, mi ha assistito anche per il ritorno, ed è stato lo stesso Giotto in persona a presentarmi un suo vecchio compagno di scuola che mi ha riportato in macchina alla stazione da dove ero partito per il mio cammino e dove ho trovato subito un treno che ho preso al volo. Mi sa che l'anno prossimo lo rifaccio, ma in bicicletta.