venerdì 24 giugno 2016

Nuove prospettive per l'Europa

  La notizia del giorno, toppata da tutte le prime pagine dei quotidiani a stampa, è l'uscita della Gran Bretagna, o Regno Unito che dir si voglia, dalla sedicente Unione Europea. Ora che la novella, quella vera, si è diffusa tramite etere e rete, molti tendono a convincersi che è una brutta notizia. Questa opinione basa sulla reazione delle borse, apparentemente negativa. Nessuno riflette sul fatto che queste ipercelebrate borse hanno un andamento umorale ed occasionale, alla breve o alla lunga si riaggiusteranno, dopo che qualcuno ci ha rimesso e qualcun altro ci ha guadagnato.
  C'è poi un preoccupato bisbiglio sulle future sorti dell'Europa Unita, una crescente angoscia per la fine di un sogno che i popoli del nostro continente avrebbero condiviso sino ad ora. Ci sono principianti dell'informazione che paventano disastri economici di portata biblica con miliardi di scambi commerciali che andrebbero a scomparire per sempre. Ci si offre insomma una ampia scelta di cavolate, nessuna delle quali è in grado di farci capire veramente cosa stia succedendo.

La notizia vera è un'altra

Innanzitutto un paio di elementi che vengono sottovalutati. Il referendum è stato possibile, perché un certo strato politico inglese ha pensato che sarebbe stato utile per distrarre la popolazione da altri fatti e potesse coprire diatribe interne; evidentemente erano convinti che gli inglesi difficilmente avrebbero scelto l'uscita dall'Unione e tanto valeva rischiare una mossa potenzialmente suicida. Non si dimentichi qui che gli inglesi si erano ritagliati una posizione privilegiata all'interno dell'Unione, tanto da mantenere la sterlina e tanti altri ingiustificabili privilegi. Poi ci sta il fatto che da almeno due decenni da parte degli Stati Uniti, intesi in modo generico, per non ripetere sempre "multinazionali" e "poteri finanziari", premono per far saltare l'Europa. In particolare vorrebbero far zompare l'Euro, che al loro dollaro dà molto fastidio. Se riuscissero nel loro intento, saremmo noi europei a pagare i loro guai finanziari.
  C'è una interessante intervista di qualche anno addietro, nella quale Alan Greenspan ce lo fa candidamente capire. Alla precisa domanda dell'intervistatrice: "Come mai avete permesso la nascita dell'Euro?" né più né meno rispose: "Eravamo convinti che gli europei litigassero subito attorno alla nuova moneta e che dunque sarebbe fallita nel giro di poco tempo". Neanche lo scatenamento di una guerra in Yugoslavia era riuscita a far saltare l'Unione Europea, che avrebbe tolto di mezzo il pericolo di una valuta di riferimento internazionale in concorrenza con quella di Zio Paperone.

Il duello tra Euro e Dollaro

  Nel periodo in cui l'Euro era in gran crescita, tanto che pure io mi potei permettere un viaggio negli Stati Uniti, la preoccupazione per il dollaro era alta. Piano piano in molte aree del mondo iniziava a circolare la valuta europea e qualcuno pensò anche di farsi pagare il petrolio in Euro e non più in dollari. Ci aveva pensato anche Saddam in Irak, ma gli fecero capire che non era il caso impiccandolo, col seguito di una messa in scena di ben due guerre per distruggere e devastare l'intera area.
  Il problema che hanno gli americani è facile da capire, anche da parte di chi non ha grande dimestichezza con i misteri dell'alta finanza. Gli americani, o meglio la "Federal Reserve", stampano allegramente biglietti verdi come se fossero coriandoli senza dover temere una crescita incontrollata dell'inflazione. Gran parte del malloppo infatti entra in circolazione all'estero, per la fetta maggiore nel commercio petrolifero, ma anche come "valuta reale" in tanti paesi del terzo e quarto mondo, al fianco delle valute locali delle quali pochi si fidano.
foto di E. Esbardo
  Se, come in effetti sta accadendo, in molti paesi invece che il dollaro iniziasse a circolare l'Euro o i paesi produttori di petrolio l'accettassero in pagamento, per gli USA si metterebbe male. La risacca di dollari avrebbe l'effetto di uno tsunami dalle conseguenze disastrose. Tempo fa anche la Francia pensò di poter pagare in dollari il petrolio, ma gli americani fecero loro capire che avrebbero trovato di sicuro il sistema di impedirglielo non solo con le buone.
  Detto questo, il "brexit" è per certi ambienti una buona notizia, perché sono convinti che l'uscita dall'Unione da parte della Gran Bretagna porterà inevitabilmente alla fine del progetto europeo. Ebbene, io, che non la penso come tutti gli altri, sono convinto che certi americani e certi inglesi si sono dati allegramente la zappa sui propri piedi. Questo episodio infatti in tempi per ora non prevedibili porterà alla fine storica del Regno Unito, indebolirà l'asfissiante controllo amerikano esercitato anche attraverso la NATO ed aprirà nuove prospettive di rinascita europea.

I conti senza l'oste

  Va ricordato che gli americani hanno buoni motivi per temere una reale risorgenza europea. Abbiamo il doppio dei loro abitanti ed una struttura ed un potenziale industriale ben più solido del loro, per non parlare di una popolazione culturalmente un passettino più avanti che potrà fare la differenza in caso di risveglio culturale e morale.
  Senza l'oste pare aver fatto i conti l'Inghilterra anche in fatto di questioni interne. Non è per niente da sottovalutare il fatto che in tutta la Scozia, con oltre il 60% dei NO, di fatto si è lanciato un nuovo referendum per l'indipendenza, che questa volta porterebbe quasi sicuramente ad un SI, con conseguente fine storica della Gran Bretagna, e se così sarà si batteranno con nuovo vigore per la propria indipendenza anche i separatisti dell'Irlanda del Nord, mentre nei loro pub, tra una pinta di birra e l'altra, pure i Gallesi inizieranno a discutere tranquillamente di un loro possibile distacco dalla Corona.
  Digeriti i contraccolpi finanziario-borsistici, per l'Europa Unita si apriranno nuove prospettive. Una fine dell'Unione, che qualcuno oltre oceano in qualche modo pregusta, potrebbe invece essere un handicap per quelle multinazionali che ci vedono come, o vorrebbero che noi fossimo, un facile territorio di conquista. Una porcata come il TTIP la puoi fare solamente se hai come controparte quattro burocrati che non sai da chi hanno avuto deleghe e potere, non controllati da un Parlamento che parla molto, ma senza poteri reali su niente. Se scomparisse l'Unione Europea, anche malconformata come è adesso, scomparirebbero o si trasformerebbero accordi ed imposizioni troppo favorevoli agli "investitori" amerikani ed i filibustieri yankee dovrebbero fare i conti con tanti diversi governi e governicchi con i quali non sarà possibile mettersi d'accordo tanto facilmente.

Il peso della storia

  Questa è una prospettiva molto remota, dato che esiste l'Euro, che nonostante tutto ha fatto comodo e continua a fare comodo a troppi europei per poter essere fatto sparire. Il problema per noi dunque non è quello di mettere fine ad un "sogno", ma di farlo diventare una realtà operante non eterodiretta. Troppo poco ci chiediamo cosa sia stato tutto quello che ha portato all'attuale Unione. Rifare la storia dell'Europa e del suo sviluppo politico dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi ora sarebbe troppo lungo, ma si può almeno riassumere giusto per capire un po'.
  Con la fine del cosiddetto secondo conflitto mondiale -una immane catastrofe per il nostro continente- l'assetto politico ripartì praticamente da zero. Nuove frontiere e linee di demarcazione furono tracciate alla faccia delle sincere aspirazioni di pace ed unità che crescevano potentemente dal basso. Gli strateghi a stelle e strisce pensarono bene di sfruttare questa atmosfera, ma per creare uno strumento utile per la loro personale guerra contro la Russia. La cosiddetta Europa dei 12 doveva fare da cane da guardia in Europa contro "l'impero del male" quale volevano farci credere fosse l'Unione Sovietica. Quando la linea di demarcazione che divideva in due il continente si dissolse, l'Unione Europea fu usata come docile strumento per l'espansione aggressiva della NATO. Non è di certo un caso che NATO ed Unione Europea abbiano entrambe la loro sede a Bruxelles.

Possibili scenari futuri

  Il guaio (per gli amerikani) è che questi europei, pur prendendo, almeno in parte, per buone le tante stupidaggini velenose contro l'Europa che le televisioni sotto controllo diffondono a piene mani, hanno fatto diventare un pezzo di realtà anche un'Unione Europea della gente e delle opportunità, alla quale l'Euro in fondo fa comodo e che oggi difficilmente, anche se lo vorrebbe diverso, non può più istintivamente farne a meno.
  Insomma, l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea apre nuove opportunità per l'Europa e per il processo di integrazione continentale. Finita la Gran Bretagna, saremo ben felici di accogliere Scozzesi e Gallesi quali nuovi membri. Gli Irlandesi già ci stanno e gli inglesi saranno i benvenuti se vorranno.

venerdì 20 maggio 2016

Fuori dal coro

Brevi considerazioni su Marco Pannella

  Mi dispiace, ma non posso associarmi al coro. Che sia morta una persona di 86 anni affetta da due tumori è comunque triste, ma anche ovvio e normale. Oltre a questo non posso nemmeno aggiungere la mia voce al grande mantra collettivo sulle virtù ed i grandi meriti di Marco Pannella.
Da quando ho cominciato a capirci un poco di politica, ho smesso di apprezzare Marco Pannella, di considerarlo un grande personaggio, un benefattore dell'umanità, un eroe dei diritti e delle libertà ecc ecc ecc.
  Nel 1974, la sera della vittoria del NO al referendum sul divorzio, c'ero anche io a festeggiare in via del Tritone sotto la sede del Messaggero, seduto sul tettuccio aperto della 500 di mia sorella e brandendo una copia del Messaggero con il più grande titolo cubitale mai visto:"NO".
Col passare del tempo il bagliore filoradicale, che sembrava andare tanto d'accordo con la mia fondamentale impostazione di sinistra, perse l'effetto di accecamento da flash e tornai a vedere le cose in modo più chiaro. Potrei parlarne per ore, ma cerco di riassumere al massimo: Pannella, in modo crescente, e con lui tutta la sua banda appresso, mi appariva sempre di più un pifferaio magico, capace di imbambolare tanti creduloni per raggiungere obbiettivi non confessati apertamente.
  Il suo battersi scomposto e caciarone per singoli "diritti" o pezzetti di libertà staccati da ogni contesto, fatti passare per temi di sinistra, ha contribuito a confondere le idee in modo definitivo a chi si sentiva di essere di sinistra senza saperne il vero motivo.
  Pannella citava sempre a sproposito Gandhi blaterando di nonviolenza, ma poi era fondamentalmente un violento pure lui. Ma lo avete mai ascoltato coscientemente quando abbaiava le sue pretese (non richieste), quando diceva di essere aperto al dialogo con tutti, ma partendo dalla ferma ed incrollabile idea che solo lui avesse ragione su tutto?
  Questo suo modo di pretendere spazi che andavano molto oltre il suo reale consenso elettorale, che in democrazia dovrebbe valere qualcosa, ha alla lunga convinto molta gente che vince chi urla e strilla di più, non chi ha idee, proposte e motivi concreti, giusti e soprattutto ampiamente condivisi.
Non gli si può nemmeno ascrivere, come molti fanno erroneamente, di aver scoperto lo strumento del referendum abrogativo, ma gli si può solo ascrivere un abuso di tale mezzo, in principio giusto e sacrosanto, tanto da snaturarlo.
  Ultimo fatto cui vorrei accennare al volo, e che ben poco sarà trattato dal coro dei coccodrilli giornalistici e televisivi, è la sua dichiarata appartenenza alla massoneria e la sua provenienza dal Partito Liberale, quello del secondo dopoguerra rimesso in piedi in Italia dagli americani…
Chiudo con una domanda retorica: Perché i radicali in memoria di Pannella non raccoglieranno mai le firme per un referendum contro le leggi che lasciano mano libera alle banche?

lunedì 25 aprile 2016

L'insurrezione di aprile


Un articolo del 1948 di Giorgio Amendola tutto la rileggere, perché ci aiuta meglio a capire cosa successe veramente 71 anni fa e quanto sia importante non dimenticare!
(articolo pubblicato in: Rinascita - n. 8 - 1948)

Il governo democristiano e le forze politiche che lo sostengono hanno da tempo iniziato contro il nostro Partito una campagna di calunnie e di menzogne, accusandolo di tramare oscuri complotti contro la legalità repubblicana e di preparare l'attuazione di piani segreti per scatenare nel paese un movimento insurrezionale.
La maggior parte del popolo italiano ha vissuto recentemente, dal 1943 al 1945, da Napoli a Torino, una grande e tragica esperienza insurrezionale, dalla quale esso ha direttamente imparato che l'insurrezione non e un giuoco di pochi cospiratori; l'insurrezione per noi è cosa molto seria, è mobilitazione e lotta di milioni e milioni di cittadini, è anzitutto un grande movimento politico di masse che trascina la maggioranza dei lavoratori in una lotta alle sorti della quale è affidato l'avvenire del paese.
Tutti i venti mesi della resistenza furono caratterizzati da una vivacissima lotta politica, che si svolse in seno ai C.L.N. e, in primo tempo, tra i C.L.N. e le forze organizzate attorno al governo Badoglio, per la direzione politica del movimento di liberazione e per la sua piattaforma politica.
Il governo Badoglio, fuggito da Roma il 9 settembre, responsabile del crollo dell'esercito italiano, non poteva dirigere la guerra di liberazione. Una nuova direzione politica, espressione delle forze popolari che avevano scelto da sole nella generale decomposizione del vecchio stato italiano la via della lotta, doveva guidare il movimento popolare. Sorsero i C.L.N., il C.L.N. Centrale a Roma, il C.L.N. alta Italia, i C.L.N. Regionali, provinciali, periferici, tutta una nuova organizzazione politica che aderiva concretamente alle esigenze della lotta e che permetteva la più larga mobilitazione delle masse popolari. La lotta tra la vecchia direzione politica, espressa nel governo Badoglio, e la nuova direzione dei C.L.N. caratterizzò tutto il primo periodo della resistenza; e minacciò, col dualismo di organi direttivi che si verificò nel territorio occupato, di paralizzare lo sviluppo dell'azione, finché, per l'iniziativa del compagno Togliatti, formato il primo governo di Unità Nazionale, la direzione unitaria di tutto il movimento fu realizzata con l'affidare ai C.L.N. nei territori occupati la rappresentanza del governo centrale e l'esercizio della funzione di governo fino all'arrivo delle forze alleate. Ma la lotta politica tra le forze conseguentemente democratiche, e quelle conservatrici, continuò vivace in seno ai C.L.N., dove liberali e democristiani assolsero quasi sempre ad una funzione di freno. Infatti le forze politicamente e socialmente conservatrici, fin dal momento del crollo del regime fascista, non si sono limitate ad agire dal di fuori del nuovo sistema politico di forze democratiche e popolari, fronteggiandolo, e combattendolo, ma hanno sempre combinato assai abilmente questa opposizione esterna con l'azione in seno a questo nuovo sistema, per minarne l'unità, indebolire la saldezza; e rallentarne e ostacolarne i movimenti. È stata questa la funzione dei liberali e dei democristiani in seno ai C.L.N., aiutati in questa opera da quei «socialisti» e azionisti che hanno poi dimostrato il loro asservimento agli interessi di quelle forze che si proponevano, malgrado la caduta del regime fascista, di mantenere in piedi la vecchia struttura reazionaria della società italiana.
La questione centrale attorno alla quale si svilupparono tutte le polemiche e si determinarono i principali dissensi politici fu quella dell'attesismo, affrontata apertamente nelle prime settimane, ma poi ripresa quasi ininterrottamente, ora sotto un aspetto ora sotto un altro, fino agli ultimi giorni, fino agli ultimi tentativi di trascinare il movimento nazionale sulla via della capitolazione e del compromesso col nemico.
Gli attesisti proclamavano l'inutilità della lotta, la necessità di restare tranquilli fino all'arrivo degli alleati, l'opportunità di limitare l'opera della Resistenza a una attività di assistenza agli sbandati e di informazioni agli alleati. La questione, che assumeva a volte un aspetto di tecnica militare, era in realtà schiettamente politica, e investiva direttamente il carattere e la base politica del movimento di liberazione. Infatti gli attendisti temevano la mobilitazione del popolo, necessaria per condurre avanti seriamente la guerra di liberazione, temevano che il popolo risvegliato da questa partecipazione alla grande lotta liberatrice potesse all'indomani della liberazione imporre la sua volontà di rinnovamento politico e sociale del paese. Essi si opponevano perciò allo sviluppo delle azioni di guerra contro i nazi-fascisti. Ora, non soltanto vi era un problema nazionale -assicurare che la liberazione dell'Italia avvenisse col concorso degli italiani, per cui l'Italia potesse risorgere al suo posto di grande Nazione riscattata dal valore e dal sacrificio dei suoi figli migliori- che dettava l'obbligo di sviluppare una lotta a fondo senza quartiere. Non soltanto vi era la necessità di affrettare l'ora della liberazione e di abbreviare la durata delle sofferenze, colpendo il nemico ovunque si trovasse, rendendogli la vita impossibile, immobilizzando ingenti sue forze sul fronte interno, seminando nelle sue file il panico ed affrettandone la resa. Non soltanto bisognava impedire al nemico di portare a compimento i suoi piani di distruzione e bisognava salvare il salvabile dell'apparato industriale, già tanto logorato dai bombardamenti aerei, per assicurare per l'indomani della Liberazione il massimo di occupazione e di pane ai lavoratori italiani. Ma la necessità dell'azione, della lotta senza quartiere, nasceva altresì dal bisogno di difendersi dalle prepotenze nazi-fasciste, di impedire le deportazioni in Germania e gli arruolamenti forzati nelle formazioni fasciste, di opporsi alle razzie di uomini, di viveri, di bestiame, di cose, di mantenere uniti e organizzati gli sbandati della prima ora, trasformandoli in combattenti. Un grande industriale, che si arricchiva nel traffico con i tedeschi, poteva comodamente, praticando con sicurezza il doppio giuoco, aspettare l'arrivo degli alleati. Ma gli operai e i soldati ritiratisi sui monti potevano cercare una possibilità di salvezza anche individuale, soltanto organizzandosi in formazioni disciplinate e combattendo duramente per difendere con le armi strappate ai nemici la vita e la libertà. E fu quello che avvenne. La creazione delle Brigate Garibaldi indicò la via a tutte le forze della Resistenza. Le forze conseguentemente democratiche, gli operai, i soldati, i lavoratori più coscienti, il nostro partito, marciarono sulla via della lotta e impressero, di fatto, a tutto il movimento la loro concreta direzione.
Ma gli attendisti non si diedero per vinti e cercarono in ogni modo di frenare lo sviluppo e l'estensione della lotta, di ostacolare, in particolare, la mobilitazione delle più larghe masse popolari. Uno dei motivi più frequentemente avanzati dagli attendisti per ostacolare lo sviluppo della lotta era l'asserita opportunità di non esporre la popolazione civile alle rappresaglie del nemico. In realtà, dal momento che si era iniziata la guerra partigiana, il problema era stato già risolto nell'unico modo possibile, compatibile con l'osservanza del nostro dovere nazionale, cioè nel rifiuto di sottostare al vigliacco e barbaro ricatto degli invasori tedeschi e dei traditori fascisti. Cedere al ricatto voleva dire arrestare completamente l'attività partigiana, rinunziare alla lotta, consegnare le armi, capitolare di fronte al nemico. Né potevano valere le considerazioni spesso avanzate dagli attendisti, che miravano a attenuare l'intensità della lotta, a escludere certi mezzi di offesa, a evitare che determinate azioni venissero compiute entro le città. Non era problema di mezze misure. La rappresaglia tedesca si abbatteva cieca ed indiscriminata, né mai era possibile prevederne la direzione e la portata. Se vigliaccamente colpiva con la fucilazione dei 320 martiri delle Fosse Ardeatine i patrioti romani dopo l'azione di guerra compiuta dai GAP a Via Rasella, essa si mostrava feroce anche fuori della città, nelle montagne e nelle campagne, arrivando per il taglio dei fili telefonici e per il semplice rifornimento dei viveri ai partigiani a incendiare intieri villaggi e a massacrare la popolazione, uomini e donne, vecchie e bambini, come tragicamente ci ricordano le 2000 vittime di Marzabotto. No, le rappresaglie non si evitavano attenuando la lotta, a meno di non rinunciarvi completamente e di tradire così il proprio dovere. Le rappresaglie si combattevano al contrario intensificando la lotta, reagendo colpo su colpo, provocando nelle file nemiche perdite sempre più grandi, e facendo molti prigionieri. Quando le nostre unità garibaldine hanno incominciato a fare dei prigionieri, allora il nemico, sordo a ogni considerazione umana, ma sensibile al linguaggio della forza, scese a patti e cercò di cambiare gli ostaggi contro i prigionieri.
Questa era l'unica via, via dura e sanguinosa, la via del combattimento a oltranza, quella segnata dalle gesta dei partigiani dell'U.R.S.S. e delle altre nazioni europee, la via del resto che ci era indicata dagli stessi appelli dei comandi alleati e dai proclami del governo italiano.
Contro la minaccia che le rappresaglie costituivano per tutti i cittadini italiani, non restava che un mezzo di difesa; l'unione di tutti gli italiani contro queste iene arrabbiate, l'unione nella lotta comune, nel sempre maggiore allargamento del Fronte della Resistenza. Ogni uomo, ogni donna, ogni ragazzo diventava un combattente della libertà.
Naturalmente gli attendisti si opponevano a questo allargamento del fronte della Resistenza, che poneva il problema di una mobilitazione e di una organizzazione permanente delle masse popolari. Tutta la polemica sui C.L.N. periferici svelava la preoccupazione retriva che le masse lavoratrici potessero acquistare, attraverso ad una attiva partecipazione a questi organismi popolari di auto-governo, una nuova esperienza politica, schiettamente democratica.
Su tutti questi problemi, i fatti decisero di ogni controversia. La pariteticità dei C.L.N., così strenuamente difesa da liberali e democristiani, non reggeva di fatto di fronte alla capacità creativa delle masse in lotta ed al potente impulso che esse imprimevano allo sviluppo della situazione politica. Le tesi che noi comunisti avevamo per primi sostenute trionfarono di ogni resistenza perché esse interpretavano le necessità più sentite del movimento di liberazione, e perché esse erano suffragate dall'immediata esperienza della lotta. Così le forze di avanguardia della classe operaia impressero a tutto il movimento, concretamente, la loro direzione politica e l'avviarono, malgrado tutte le resistenze, verso la necessaria conclusione: l'insurrezione.
L'insurrezione di Napoli aveva già chiaramente indicato che «la guerra partigiana avrebbe dovuto avere la sua conclusione e il suo sblocco logico in una insurrezione generale armata che precedesse l'arrivo degli alleati, si svolgesse in concomitanza di una offensiva decisiva e sbaragliasse il fronte della ritirata nemica. Dopo Napoli la parola d'ordine dell'insurrezione finale acquistò un senso e un valore, e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della resistenza italiana», (LONGO, Un Popolo alla macchia, pag. 102).
Ma come bisognava concepire e preparare questa insurrezione? Alcuni, e erano di fatto sempre gli stessi sostenitori dell'attendismo, la vedevano e la presentavano come un'azione lontana, da scatenare a una misteriosa ora X. Intanto, nell'attesa di questa ora fatale, bisognava non muoversi, «non scoprire le forze», dicevano, preparare bene i piani, ecc. Naturalmente, per questa via, se pure questa ora X avesse dovuto mai scoccare, null'altro sarebbe stato pronto, se non i piani elaborati a tavolino. L'idea dell'insurrezione, sostenevamo noi comunisti, doveva invece significare «rafforzamento permanente, coronamento e sbocco di tutta la lotta di liberazione», «non semplice parola d'ordine, ma un compito concreto e immediato di preparazione politica e di mobilitazione. Si doveva perciò continuare, allargare, generalizzare la lotta di liberazione nazionale già iniziata: quella armata, partigiana in primo luogo, ma anche la resistenza di massa alle ingiunzioni fasciste e il movimento rivendicativo delle masse lavoratrici contro i propri oppressori o sfruttatori» (LONGO, Un Popolo alla Macchia, pag. 131).
E, nello schema del rapporto politico presentato alla Conferenza dei Triumvirati Insurrezionali del Partito comunista italiano, pubblicato nel numero 19-20, 25 Novembre 1944, di «La nostra Lotta», si affermava in esplicita polemica con le posizioni degli attendisti:
«l'insurrezione nazionale per cui noi ci battiamo e che vogliamo potenziare sempre di più non è una misteriosa preparazione per «il momento buono» per una apocalittica ora X, ma è la guerriglia di ogni giorno che deve colpire permanentemente e con tutte le armi il nemico, ovunque si trovi, guerriglia che dobbiamo intensificare e estendere sempre di più, fino a liberare completamente e definitivamente porzioni sempre più grandi del territorio nazionale ».
Durante tutto il 1944, man mano che il movimento partigiano si veniva rafforzando e estendendo si allargava pure in tutto il territorio occupato la lotta delle masse lavoratrici. Non si può comprendere lo sviluppo del movimento partigiano e la sua capacità di resistenza e di attacco davanti alle preponderanti forze nemiche, se lo si isola dall'insieme dei grandiosi movimenti di lotta delle masse popolari italiane che durante tutti i venti mesi non si stancarono di opporsi all'invasore, di attaccarlo in continuazione con una serie di lotte rivendicative, economiche, politiche, di strappargli delle concessioni, di imporgli in ogni momento la prepotente iniziativa popolare. Fu prima la classe operaia a sviluppare l'attacco. Dalla fine del 1943 al grande sciopero generale del marzo 1944 fu un seguirsi di agitazioni, di fermate di lavoro, di scioperi, che ridussero sostanzialmente la produzione, dimostrarono l'impotenza dei barbari occupanti, incoraggiarono i partigiani e diedero l'esempio della resistenza a tutti i lavoratori italiani. Dietro questo esempio altre categorie di lavoratori scesero in lotta. Nell'estate del 1944 furono i contadini che si rifiutarono prima di trebbiare il grano e poi, visto che gli alleati non arrivavano, lo trebbiarono sotto la protezione delle SAP, non lo portarono agli ammassi ma lo nascosero e lo consegnarono ai C.L.N. Furono i contadini a organizzare la difesa armata dei prodotti della terra, a impedire le razzie di bestiame. Furono le donne che manifestarono apertamente davanti ai municipi per richiedere pane per i loro figlioli, l'aumento delle razioni alimentari, la concessione e l'aumento dei sussidi per le famiglie dei caduti e dei prigionieri.
Così veniva attuata la direttiva contenuta nel messaggio inviato ai comunisti della zona occupata dal compagno Togliatti, subito dopo il suo arrivo a Napoli.
«L'insurrezione nazionale non deve essere opera solo di un'avanguardia ma di tutto il popolo. Non è mai ammissibile che esista una situazione in cui solo i piccoli gruppi sono attivi e grandi masse aspettano senza intervenire nella lotta. Combinate insieme i colpi dei piccoli gruppi e le azioni militari più vaste con movimenti e azioni di grandi masse, allo scopo di arrivare all'insurrezione nazionale».
E nel rapporto politico presentato alla riunione allargata della Direzione per l'Italia occupata del Partito comunista italiano (11-12 marzo '45) si poteva affermare che:
«già nei mesi scorsi l'insurrezione nazionale in marcia si è polarizzata da una parte nella lotta armata che ha assunto aspetti sempre più generali e un più deciso vigore e dall'altra nella lotta rivendicativa popolare che si è manifestata in scioperi, in manifestazioni di strada, in sabotaggi collettivi e individuali. Sono queste due forme di lotta, combinate e fuse in un tutto unico, che hanno scardinato lo Stato fascista, infranto i suoi piani, fatto fallire ogni sua iniziativa, scavato un abisso incolmabile tra nazi-fascismo e popolo italiano».
Alla guerriglia partigiana si accompagnava sempre più intensa durante l'ultimo inverno la guerriglia economica contro la fame, il freddo e il terrore nazi-fascista. Alle lotte operaie e contadine, si aggiungeva, nelle grandi città, la lotta delle donne, dei ragazzi e dei vecchi che assalivano treni e depositi di carbone, organizzavano il taglio di alberi nei boschi e nei parchi. Contro la guerriglia economica di massa i nazi-fascisti si rivelarono impotenti. I lavoratori e le loro donne avevano saputo adottare la tattica partigiana del colpo di mano, della sorpresa. Era tutto il popolo che si liberava, con un susseguirsi di scioperi, di manifestazioni di agitazioni, di atti di guerriglia, ininterrottamente, in mille punti del territorio, in modo da non lasciar tregua all'attaccante, di aggredirlo da tutte le parti, di minarne la capacità di resistenza.
In verità, come afferma un titolo de «L'Unità» del settembre 1944, L'insurrezione nazionale è in marcia, titolo che esprime efficacemente tutto lo sviluppo del processo insurrezionale e che diventa una parola d'ordine del Partito, a indicare che l'insurrezione è già in atto, e si realizza nel moltiplicarsi delle brigate e divisioni partigiane, nell'accrescersi della loro aggressività, nell'audacia dei GAP, nell'armamento di tutti i lavoratori inquadrati nelle SAP delle fabbriche dei rioni, dei villaggi nella liberazione di vaste zone di territorio, nell'affermarsi in queste zone di nuovi organi di potere popolare, nel portare la guerriglia nelle città e nelle campagne, nella lotta degli operai contro la produzione bellica per il nemico e contro il collaborazionismo degli industriali traditori, nello sviluppo del movimento popolare contro la fame il freddo e il terrore nazi-fascista, nella lotta contro i nemici e i sabotatori del movimento di liberazione nazionale, contro l'inganno e l'illusione delle pacifiche evacuazioni, contro ogni tendenza al compromesso e alla capitolazione. Nell'autunno del 1944, sei mesi prima dell'assalto finale, l'insurrezione nazionale era già la realtà di un popolo in armi.
E in questa lotta le masse popolari venivano organizzandosi. Nascevano i C.L.N. nelle fabbriche, nei rioni, nei grandi casamenti operai, negli uffici, nelle Università, persino nei Ministeri e nelle Prefetture. Un nuovo potere popolare nasceva nella lotta contro il vecchio potere nazi-fascista sempre più indebolito; un nuovo potere popolare la cui autorità era riconosciuta dal popolo, un nuovo potere che poggiava sulla forza armata del movimento partigiano e sul consenso delle masse lavoratrici.
Quando il mattino del 25 aprile i lavoratori armati scesero nelle strade per l'assalto finale, la vittoria era già sicura, malgrado l'enorme sproporzione dell'armamento che tuttora sussisteva. Non era una piccola avanguardia di combattenti isolati che attaccava, ma tutto un popolo che si rivoltava contro un governo logorato da venti mesi di guerriglia popolare, battuto e demoralizzato, condannato politicamente e moralmente dalla coscienza della nazione.
L'insurrezione dopo la lunga e eroica marcia arrivava vittoriosamente alla sua meta. I C.L.N. assumevano tutti i poteri, che dovevano poi, in base agli accordi internazionali, cedere ai comandi alleati.
Si è aperto con questa vittoria del popolo un nuovo periodo della storia italiana nel quale quegli ideali di libertà e di giustizia per i quali hanno combattuto e sono caduti i migliori figli del nostro popolo dovranno finalmente trionfare.
Nessuno potrà impedire che quelle sacrosante aspirazioni divengano finalmente la realtà della nuova Italia.
GIORGIO AMENDOLA

giovedì 24 marzo 2016

23 marzo 2016: Appello alla città

(durante la lettura di questo appello è consigliato l'ascolto in sottofondo di questo brano musicale)

Romane e Romani!
  Cade oggi il 72° anniversario del sacrificio di 335 martiri per la libertà, assassinati dalla teppa nazista. Erano uomini tutti diversi, per censo, professione, convinzioni politiche o filosofiche e religiose, ma tutti insieme si erano finalmente sollevati uniti contro l'occupante portatore di morte, terrore, fame e disperazione.
  La risposta della città fu corale, ed anche chi non era abbastanza coraggioso fece la sua piccola parte, contribuendo a ridare alla propria città dignità e rispetto.
  Oggi grazie a Dio non abbiamo più a che fare con bande di criminali sadici sanguinari, ma egualmente la città deve sollevarsi come un sol uomo, per espellere dalle proprie fila ladri, corrotti e mascalzoni di ogni risma. Se prima erano i feroci nazisti, questa volta dobbiamo cacciare una banda di straccioni forse più pericolosi, perché non portano la divisa e non si dichiarano pubblicamente, fanno i santarelli appiccicati al muro e fanno marcire la città come fossero tante metastasi.
  Roma ha bisogno di un'operazione chirurgica radicale e di cinque anni di chemioterapia politica e morale.
  Dopo potrà ricostruire i propri meccanismi politico-sociali, ma questa volta immuni da corruttori e rubagalline. Roma è riuscita altre volte a rinascere dalle proprie ceneri, ci riuscirà di nuovo!

  Faccio dunque appello al cuore ed all'anima dell'Urbe ed alle donne e uomini che la popolano e che la possono fare di nuovo grande, quasi a voler realizzare la profezia di Davide Lazzaretti:

         Oh! Roma eterna tu Regina ai Regi
         È presso il dì che tutto l'universo
         Sarà riunito in te, sotto il tuo manto
         Tutti verranno i popoli del mondo,
         E ad onta degli spiriti d'Averno
         Ti chiameranno Madre.

  Dunque scrolliamoci di dosso paura, angoscia, timore, apatia e depressione e afferriamo con entrambe le mani coraggio e determinazione, diamo un calcio alle tante piccole e vane ambizioni e realizziamone una grande: facciamo rinascere la nostra città! Cacciamo a calci nel sedere dalle porte cittadine ladri ed usurpatori, meretrici e ruffiani, falsi profeti e cialtroni, corrotti e corruttori e tutti i mangiapane a tradimento!
  Donne e uomini di questa città martoriata, in borghese o in divisa, giovani ed anziani, studenti, lavoratori, disoccupati e pensionati formate una legione invincibile come solo i romani sanno fare!
  Dalle bocciofile alle fondazioni culturali, dai consessi artistici alle associazioni professionali, tutte le organizzazioni portino in ebollizione la città! Formate ovunque comitati che aderiscono al "TRIBUNATO POPOLARE"


  Volgiamo al serio una frase che un tempo ci fece ridere: "Roma rinascerà più bella e superba che pria!"

sabato 5 marzo 2016

Bozza di statuto dell'associazione denominata "Tribunato popolare"

PREAMBOLO

"Tribunato Popolare" è una libera riunione di cittadini e/o associazioni di vario e diverso genere che stipulano un patto di collaborazione col fine di riportare la Città di Roma in un quadro costituzionale di Onestà, Legalità, Giustizia, Solidarietà e Buonsenso. Fonda la propria forza sulle migliori tradizioni cittadine e punta alla più alta unità possibile, di cui si mostrò capace il popolo di Roma durante i sanguinosi nove mesi di occupazione nazifascista. Il Tribunato si riconosce pienamente nella Costituzione Repubblicana del 1946, escluse le fraudolente manomissioni operate nell'arco degli ultimi 20 anni, a causa dei dubbi non ancora chiariti in merito alla loro legalità.

TITOLO I: DENOMINAZIONE E SEDE
Art. 1
L'Associazione denominata "TRIBUNATO POPOLARE", in seguito semplicemente TRIBUNATO, avente funzione di partito politico ai sensi delle vigenti leggi, ha sede in Roma, domicilata presso (*da stabilire)

TITOLO II: FINALITÀ
Art. 2
La principale finalità del Tribunato è quella di eleggere per la prossima legislatura un sindaco e relativa giunta per Roma che rimetta a posto amministrazione e città, riportando Roma all'altezza delle altre capitali europee, senza escludere eventuali coalizioni o patti con altre formazioni politiche affini, che abbiano obbiettivi simili.
Art. 3
Il Tribunato non intende sostituirsi a partiti o movimenti esistenti, ma creare una nuova situazione di normalità ed agibilità politico/amministrativa per l'Urbe.
Art. 4
Mentre il candidato sindaco sarà il presidente dell'Assemblea di fondazione, gli altri membri della Giunta Comunale e candidati a consigliere saranno designati in una apposita Assemblea Straordinaria precedente la presentazione della lista elettorale.

TITOLO III: SIMBOLI ED INNO
Art. 5
Il simbolo del Tribunato è la riprodizione xilografica di una moneta repubblicana raffigurante il Tribuno Tiberio Gracco.
Sulle bandiere sarà di giallo in campo purpureo.
L'inno è la canzone 'Sta città del maestro Peppe Voltarelli.

TITOLO IV: ORGANI E CARICHE
Art. 6 - Organi
Il massimo organo del Tribunato è l'assemblea generale degli iscritti denominata "Concilio Urbicario".
Le assemblee straordinarie tematiche, chiamate Rostri comiziali
Le assemblee di verifica, chiamate Assise Pretorili
Il Collegio saturnale, nella persona dell'Arcario
La Curia dei Tabellioni, nella persona del Cartulario
Art. 7 - Cariche
La carica massima del Tribunato sono i Consoli, un uomo (maschio) ed una donna (femmina)
Gli Edili
I Pretori
I Questori
Art. 8 - Il Concilio Urbicario
Si riunisce il 21 aprile di ogni anno in seduta ordinaria ed in data da fissare per quanto riguarda la seduta finale al termine del lustro di attività del Tribunato.
Art. 9
Nella prima seduta fondante il Concilio Urbicario elegge i Consoli, stabilisce le cariche del Tribunato, approva il programma elettorale, ratifica e nomina i candidati e pubblica una "Tavola dei Principi" alla quale i candidati si dovranno attenere con apposito giuramento da deporre in cima al Monte Testaccio. Le sedute del Concilio Urbicario sono sempre pubbliche.
Art. 10
Nelle sedute ulteriori il Concilio Urbicario verificherà il comportamento degli eletti, approverà i conti sociali e confermerà o sostituirà, a seconda delle necessità, le varie cariche sociali.
Art. 11
Il Concilio Urbicario è presieduto dai Consoli, assistiti da un Edile, un Pretore ed un Questore.
Art. 12
La relazione finanziaria sui conti sociali viene presentata dal Collegio dei Saturnali.
Art. 13
I lavori vengono registrati, verbalizzati e pubblicati dalla curia dei Tabellioni. I Tabellioni hanno funzioni di segreteria, archiviazione, registrazione, pubblicazione e diffusione.
Art. 14
Quella dei Consoli è la carica più alta all'interno del Tribunato. Oltre a presiedere il Concilio Urbicario, hanno la legale rappresentanza e la firma degli atti sociali.
I Consoli dirigeranno il Tribunato in base al mandato ed alle direttive del Concilio Urbicario e tenendo conto dei suggerimenti degli Edili e dei Pretori.
Art. 15
I Rostri, o assemblee tematiche vanno considerate alla stregua di assemblee straordinarie, convocate per discutere singoli problemi relativi all'andamento del lavoro amministrativo o per organizzare grosse iniziative a sostegno o supporto dell'amministrazione comunale o del gruppo consiliare. Organizzazione e gestione dei Rostri spetta agli Edili, i quali saranno in numero uguale a quello degli Assessori Comunali, rispecchiandone le stesse materie o competenze.
I Rostri verranno di volta in volta presieduti da due Edili.
I lavori vengono registrati, verbalizzati e pubblicati dalla curia dei Tabellioni.
Art. 16
Il Concilio Urbicario elegge sei Pretori. Le Assise Pretorili, che hanno anche funzione di collegio arbitrale, verificano periodicamente l'andamento del Tribunato ed il lavoro degli eletti.
Art. 17
L'Assise Pretorile avrà il compito di redigere un regolamento interno del Tribunato da sottoporre all'approvazione del Concilio Urbicario nella sua prima seduta dopo la fondazione.
Art. 18
Nel caso in cui un eletto venisse sospettato in modo stringente di essere venuto meno al proprio giuramento, dovrà comparire dinanzi ad una Assise Pretorile.
Art. 19
Le sedute non sono pubbliche, ma i resoconti possono essere resi pubblici su indicazione dei Questori. Gli atti sono comunque a disposizione delle Autorità Giudiziarie nel caso in cui queste ravvisassero la necessità di prenderne visione.
Art. 20
Il Collegio composto da tre Questori avrà funzione di controllo, supervisione e verifica dell'andamento del Tribunato, facendo relazione informale ai Consoli nel periodo interconciliare e relazione annuale al Concilio Urbicario.
Art. 21
I Questori possono partecipare alle riunioni di Edili o Pretori, con diritto di intervento ma senza diritto di voto.

TITOLO V - DEI SOCI
Art. 22
Tutte le donne e gli uomini, elettori per il Comune di Roma, indipendentemente dalla loro cittadinanza possono diventare soci del Tribunato. Per l'identificazione basta una carta d'identità assieme alla tessera elettorale.
Art. 23
Possono aderire al Tribunato Associazioni e altri gruppi organizzati tramite un atto formale, poi a loro volta fanno iscrivere i propri soci che aderiscono singolarmente al Tribunato. Non possono aderire organizzazioni di stampo fascista, antidemocratico, razzista, avverso alla libertà di coscienza e dichiaratamente schierate contro la Costituzione Repubblicana di cui al Preambolo. Non possono aderire associazioni che hanno carattere dichiaratamente politico ed in contrasto con il Tribunato, ma possono aderire singolarmente anche iscritti a dei partiti, ma solo dopo essersi impegnati a non militare attivamente per il proprio partito nel corso del lustro del Tribunato.
Art. 24
In occasione dei Concilii Urbicari e le maggiori manifestazioni elettorali e post-elettorali le singole organizzazioni potranno portare le proprie insegne, bandiere, gagliardetti, medaglieri, labari, gonfaloni, divise e distintivi, ma in sede di votazione vale il principio di una mano, un voto. Le modalità di voto saranno fissate all'inizio di ogni seduta plenaria, ma dovranno essere tendenzialmente a voto palese e maggioranza relativa. Sono sempre segrete e su scheda apposita le votazioni per le cariche sociali.
Art. 25
L'aspirante socio singolo compilerà un modulo che sarà esaminato dai Pretori i quali, in caso di accettazione, passeranno il fascicolo ai Tabellioni che procederanno alla registrazione ed quanto attiene alla gestione dei soci iscritti, ai quali è comunque garantita la privacy, come da disposizioni legislative vigenti.
Art. 26
In caso di adesione di una associazione, questa compilerà un apposito modulo. Ad accettazione avvenuta, l'associazione aderente, sotto la propria responsabilità inoltrerà direttamente ai Tabellioni i moduli compilati dei propri aderenti che intendono entrare singolarmente nel Tribunato.
Art. 27
In sede di Concilio Urbicario il legale rappresentante di ogni organizzazione aderente può intervenire o sottoporre al concilio proprie proposte che saranno messe al voto dell'intera assemblea secondo quanto stabilito al precedente art. 24.
Art. 28
Proteste, proposte, reclami o segnalazioni possono essere sottoposte ai Questori sia da singoli, sia da organizzazioni aderenti e sia da gruppi spontanei. Segnalazioni o informative anonime saranno immediatamente cestinate. I documenti presentati da gruppi spontanei dovranno essere firmati da tutti coloro i quali aderiscono a tale documento
Art. 29
Chiunque aderisca formalmente al Tribunato, associazione o singolo, si impegna per iscritto a leggere il presente Statuto, ad osservarne le disposizioni in modo rigoroso ed allo stesso tempo si sottopone con valenza giuridica ad un impegno di riservatezza dal quale sarà sciolto solo dopo la la cessazione delle attività del Tribunato.

TITOLO VI - PATRIMONIO
Art. 30
Il patrimonio del Tribunato è formato da:
a) eventuali quote associative versate dai vari aderenti;
b) proventi derivanti dalla prestazione di servizi e dallo svolgimento di attività, anche di tipo commerciale;
c) beni mobili ed immobili, contributi, liberalità, sovvenzioni, finanziamenti, donazioni od elargizioni di qualunque natura comunque pervenuti al Tribunato da parte di soggetti pubblici o privati.
Gli utili, gli avanzi di gestione e le risorse del Tribunato devono essere impiegati esclusivamente per la realizzazione degli scopi di cui al presente Statuto.
È fatto espresso divieto di distribuire, anche in modo indiretto, utili ed avanzi di gestione nonché fondi, riserve o capitale durante il lustro di attività a meno che la destinazione o la distribuzione non siano imposte per legge.
Art. 31
Tutti gli aspetti finanziari sono gestiti dal Collegio dei Saturnali
Art. 32
Tutte la cariche sono gratuite e non sono previsti emolumenti o diarie, fatta eccezione per le spese vive documentate e strettamente necessarie per la funzionalità e le attività del Tribunato, che saranno anticipate o rimborsate a seconda delle disponibilità.

TITOLO: NORME FINALI E TRANSITORIE 
La durata è fissata per un lustro, il quale inizierà con il Concilio straordinario di fondazione e si chiuderà in data ravvicinata posteriore allo scioglimento del Consiglio Comunale eletto nel 2016.
Con lo scioglimento del Tribunato tutti gli eventuali beni rimanenti saranno devoluti per il restauro di un'opera d'arte, manufatto o reperto archeologico di proprietà municipale, da scegliersi in base alla disponibilità su segnalazione delle Sovrintendenze competenti. Beni mobili o immobili saranno ceduti al Comune.
Per quanto non previsto dal presente Statuto valgono le norme del Codice Civile che disciplinano le Associazioni non riconosciute.

L'eventuale sindaco del Tribunato, nel caso che questo nel 2021 fosse ancora vivo, appena rassegnate le dimissioni per fine mandato si recherà a piedi a Santiago De Compostela passando per Loreto.

lunedì 29 febbraio 2016

Il mio decalogo politico


Dieci parole caratterizzeranno la mia azione politica ed amministrativa per restituire a Roma la dignità ed il rispetto che merita:

Onestà
Legalità
Giustizia
Solidarietà
Buonsenso
Rispetto
Prudenza
Temperanza
Coraggio
Fantasia

Onestà
Già l'onestà da sola sanerebbe tanti mali, ma farla tornare in auge non sarà facile. Ormai da generazioni si invoca pubblicamente l'onestà, per poi praticare in segreto l'esatto contrario. Gli stessi genitori parlano ai propri figli di onestà, ma spiegando poi che comunque devono approfittare quando possono e prendersi anche quello che loro non spetterebbe con ogni mezzo, con la scusa che il mondo va così e che non conviene cambiarlo. Comunque la prima cosa da fare sarà una lotta concreta contro la corruzione, a tutti i livelli e sotto ogni forma si manifesti.

Legalità
Tutti la invocano ma pretendono che si applichi solo per gli altri. Roma è la culla della legalità e dunque qui è un dovere il rispetto di leggi e regolamenti.

Giustizia
La giustizia non deve essere uno strumento di potere e repressione, ma un diritto di tutti quanti, un modo di fare le scelte ed una pratica quotidiana.

Buonsenso
Dove non arrivano legalità e giustizia entra in gioco il buonsenso, una virtù che si basa su cultura, esperienza ed intelligenza.
Solidarietà

Senza solidarietà, comprensione, empatia e spirito di fratellanza ogni società e tessuto sociale è destinato ad una brutta fine.

Rispetto
Il livello di rispetto per persone e cose deve caratterizzare ogni forma di consesso ed organizzazione sociale. Pretendere il rispetto solo per se stessi mina le basi di ogni convivenza sociale. Questa virtù non va confusa con formalità esteriori, ma va praticata con convinzione.

Prudenza
Non essere prudenti significa affidare tutto al caso, senza riflettere su eventuali conseguenze esiziali. La fretta non è mai stata buona consigliera e l'avventatezza di solito porta in vicoli ciechi.

Temperanza
È più che mai giusto porsi grandi obbiettivi, ma sarebbe folle puntare all'impossibile. Un giusto passo porta molto più lontano di una corsa disperata.

Coraggio
L'avventatezza è una cosa, il coraggio invece tutt'altro e cioè quello stato d'animo di fermezza e chiarezza di pensiero che permette di trovare una soluzione anche ai problemi più difficili.

Fantasia
La cosa che forse ci distingue più di tutte dagli animali è la fantasia e per rimettere in carreggiata una città disastrata come Roma ce ne vuole molta.


venerdì 11 settembre 2015

Nihil sub sole novi

Dovremmo accogliere noi i tanti siriani che stanno fuggendo

  
Sarebbero almeno 300.000 i cristiani attualmente in fuga dalla Siria. Forse sono anche di più, ma la cosa, detta così, per gran parte dei giornalisti, o forse meglio, da parte della gente che diffonde notizie a modo suo, il fatto non è rilevante. Se la diffondessero, i razzisti pseudo-cristiani d'Europa, ben istruiti da consiglieri d'oltreoceano, non potrebbero paventare il pericolo di islamizzazione del nostro continente.
  Abbiamo visto tutti come una tipa, appartenente a questa schiera di giornalisti fasulli, prendere a calci famigliole Siriane in cerca di rifugio e soccorso dalle nostre parti. Nella sua confusione mentale magari sarà pure convinta di averlo fatto in difesa dei valori cristiani…
  Molti, persone che tecnicamente possono essere definite "ignoranti", si stupiscono sentendo dire che in un paese arabo possano esistere addirittura dei cristiani. Non rientra nel quadro tanto semplice che si sono fatti del mondo. Ma anche se lo sapessero, sarebbero nella loro ignoranza preoccupati anche solo del fatto stesso che siano in arrivo dei "diversi".
  Ciò che è diverso ed ignoto mette paura agli ignoranti e li fa sembrare dei perfetti idioti. Quando l'idiota vede in televisione i profughi, e glieli fanno vedere sempre in modo tale che percepisca chiaramente la diversità, soprattutto nell'abbigliamento e possibilmente nel colore della pelle, si sente minacciato. Se per sbaglio, invece di fargli vedere un bambino negro dilaniato da una mina (costruita in Italia, ma per fortuna non si vede) oppure dei bambini bianchi annegati, ma vestiti in modo chiaramente diverso dai bambini nostrani, non gli fa alcun effetto, al massimo un po' di schifo. Appena vede però il cadavere di un bambino bianco abbandonato sulla battigia, vestito come i bambini che gli sono familiari, allora il cuore gli si intenerisce e gli scappa la lacrimuccia, almeno fino all'inizio della rubrica sportiva del TG che sta guardando.
Se il nostro perfetto idiota fosse un minimo curioso, verrebbe a sapere di cose strabilianti, incredibili. Per sua fortuna resta lontano dal sapere e dalla conoscenza, altrimenti gli si intreccerebbe in modo pericoloso il cervello. (... come succede agli uomini verdi di "Mars attaks" quando sentono "indian summer love")

La nostra Siria

  La Siria è considerata universalmente la culla del cristianesimo e tanti sono ancora i cristiani che vi vivono, anche se negli attuali frangenti sono i primi a dover fuggire. Solo per questo è ridicolo mettere in collegamento l'arrivo dei siriani con un presunto pericolo di islamizzazione dell'Europa. Forse potrebbe succedere l'esatto contrario, e cioè che grazie ai siriani l'Europa torni ad essere un po' più consapevole delle proprie radici lontane.
  Prima di diventare vescovo di Roma, cioè Papa, San Pietro rimase circa sette anni ad Antiochia, dove diede inizio alla sua opera di evangelizzazione. Si tratta di una città siriana, anche se oggi compresa nello stato turco. Qui va ricordato incidentalmente, che le frontiere che troviamo sulle mappe del cosiddetto "medio oriente" (è questo un nome di fantasia dato dagli inglesi. Per logica il "vicino oriente" allora dovrebbe comprendere l'Italia…) non tengono minimamente conto di storia, popoli, religioni, nazioni, lingue. Furono tracciate a suo tempo solo per servire meglio gli interessi imperialistici britannici.
I santi Cosma e Damiano, protettori
dei medici e dei farmacisti.
Erano siriani
  E poi, a parte San Pietro, abbiamo anche avuto diversi Papi siriani: S. Sisinnio, S. Aniceto, Costantino, Sergio I, Gregorio III.
  Tra il sesto e l'ottavo secolo, per un periodo di almeno 250 anni, in Italia arrivarono incessantemente profughi dalla Siria e si insediarono stabilmente nel nostro paese, lasciando tracce evidenti, che però nessuno oggi percepisce più come provenienti da lontano, da posti sconosciuti e pericolosi. Tra l'altro erano in fuga a causa dell'espansione violenta dell'islam. Si tratta di cose afferenti le radici profonde della nostra cultura (cultura: roba di cui l'idiota non si occupa. Meglio il campionato di calcio).
  In Italia sono innumerevoli le chiese dedicate a santi siriaci e le parrocchie nate qui attorno a comunità provenienti da quella parte del mondo. Intere caterve monastiche si spostarono in Italia, dando vita a cenobi che ebbero una grande influenza, non solo religiosa o spirituale, ma anche politica e culturale.
  Di siriani, non solo cristiani, ma anche musulmani, ne sono approdati ai nostri lidi anche in tempi relativamente recenti. A Livorno ad esempio, la presenza di siriani, arabi, curdi si riscontra sin dal XVII secolo, dove si insediarono stabilmente, mantenendo di solito per generazioni la propria religione, sia cristiana sotto diverse specie, sia anche musulmana. L'importanza di questa variegata comunità crebbe notevolmente tanto che, nell'ottocento, persino il vescovo della città era discendente di una famiglia proveniente da Aleppo.
  Agli albori della diffusione della televisione nel nostro paese Ennio Flaiano disse: "l'Italia tra trent'anni sarà non come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la televisione." Una visione profetica, anche piuttosto ottimistica. Con Berlusconi è successo di peggio, essendo riuscito questo pregiudicato con il suo mix tossico di malgoverno e televisioni-monnezza a trasformare Italia ed italiani in un unico troiaio.
  Forse, invece che andarsene in Germania, dove rischiano di essere sfruttati dagli industriali tedeschi, lupi che perdono il pelo, dovrebbero venire da noi ad aiutarci a ritrovare il bandolo della matassa ingarbugliata che è oggi l'Italia.