lunedì 20 giugno 2022

Biblioteca Nazionale o scusa fraudolenta?

Mi sono sempre espresso duramente contro Franceschini e la sua sciagurata "politica culturale" che non è altro che un micidiale programma di distruzione ed annichilimento sistematico del nostro patrimonio culturale. Ad esempio vorrei solamente accennare allo sfascio delle Soprintendenze ed al rimaneggiamento organizzativo di Musei, Istituti, Biblioteche ed Archivi che ha portato un caos ed arbitrio tale, da mettere in grave pericolo gran parte dei beni culturali italiani. Molte persone purtroppo iniziano a svegliarsi solo ora e dopo che è stato annunciato lo spostamento della Biblioteca Nazionale di Napoli dal Palazzo Reale all'Albergo dei Poveri si inizia a sentire qualche protesta. Si dice che sia una "idea" di Franceschini. Non può essere, Franceschini non ha idee, ma vede solamente opportunità, possibilmente lucrose, che si offrono grazie ai beni culturali, insomma, non a favore dei detti beni.
Stiamo dunque assistendo ad una levata di scudi contraria a questo spostamento della Biblioteca Nazionale e nessuno si indigna per un prossimo spostamento, ormai deciso definitivamente, di un nucleo molto importante di quadri del Museo di Capodimonte al Louvre di Parigi per i prossimi tre o quattro anni a venire; questa demenziale proposta è stata fatta, a quanto si dice, dall'attuale direttore di Capodimonte, un francese nominato da Franceschini. Il Museo resterà chiuso per dei restauri, secondo la versione ufficiale. Sono proprio curioso di vedere questi lavori di restauro che cosa comporteranno; devono essere profondi e radicali se richiedono addirittura la chiusura totale di più anni. Io in passato ho visto restaurare fior di Musei, senza che fosse stata necessaria una chiusura totale.

Ma torniamo alla Biblioteca Nazionale. Io non credo, come già accennato, che sia un'idea di Franceschini. Si devono essere mossi degli interessi importanti che premono per fare "qualcosa" con cui tagliarsi una bella fetta della torta confezionata con la scusa del covid. Dei libri non gliene frega niente. Proprio questa mattina, durante un programma mattutino di Radio 3 RAI un esagitato ascoltatore ha tuonato contro il trasloco della biblioteca, ma con un argomento che mi ha stupito: il grande palazzo di Ferdinando Fuga non è adeguato per una Biblioteca e si trova in periferia rispetto alla sede centrale del Palazzo Reale. Come se non bastasse, ha anche aggiunto che semmai si dovrebbe fare come Parigi (arieccoli i francesi!) e costruire una sede completamente nuova sull'area abbandonata delle acciaierie di Bagnoli. In riva al mare.
Una sala della Biblioteca Nazionale di Napoli
A parte che il Palazzo di Piazza Carlo III sarebbe più che indicato per metterci non solo la Biblioteca Nazionale, ma anche una serie di altre importanti biblioteche che sono da salvare —glielo potrei spiegare benissimo ma ci vorrebbe troppo tempo per questo poco spazio— e poi dire che l'Albergo dei Poveri si trovi in periferia è una affermazione cui si può dare credito solamente se non si vive a Napoli. Il Palazzo Reale dista dall'Albergo dei Poveri in linea d'aria circa tre chilometri e sta ancora in pieno centro storico, ben collegato con i mezzi pubblici e raggiungibile anche con l'automobile e con qualche prospettiva in più di trovare facilmente un parcheggio. Demenziale l'idea di costruire una biblioteca in riva al mare; non credo neanche ci sia bisogno di spiegare perché.
Ma allora che fare? La prima urgenza in assoluto per la BNN è il personale. Gli ultimi concorsi regolari per assumere del personale furono fatti una quarantina di anni fa. Poi furono immessi (non subito assunti) giovani laureati e laureandi organizzati in cooperative (in molti casi noti, previa iscrizione al PSI) in base alla legge 285/77 la quale testualmente promuoveva: “incentivare l'impiego straordinario di giovani in agricoltura, artigianato, industria, commercio, servizi, svolto da imprese individuali, associate, cooperative o consorzi e enti pubblici economici”. Greg e Lillo direbbero automaticamente BRA (braccia rubate all'agricoltura). Gran parte, o meglio, quasi tutti, sono ormai andati in pensione, cosa che ha avuto effetti devastanti in quasi tutte le biblioteche pubbliche. A Napoli ha portato alla chiusura dei laboratori interni di restauro, un servizio fondamentale ed insostituibile per una grande biblioteca nazionale. Ma anche molti servizi non funzionano più, anche perché si è ricorso ai ripari chiamando a rimpiazzare i posti scoperti da "lavoratori socialmente utili", la cui competenza biblioteconomica ed archivistica è universalmente nota. Sia ben chiaro che proprio molti di questi mostrano buon senso e responsabilità, ma sempre per grandi biblioteche o archivi non basta. Va poi detto, e molti non sanno o fanno finta di non sapere, che la Biblioteca Nazionale si trasferì nel Palazzo Reale solamente nel 1922, con la benedizione di Benedetto Croce, per fare spazio nella sede del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Va detto che il Palazzo Reale era molto meno adeguato ad ospitare una biblioteca del genere rispetto all'Albergo dei Poveri.
A questo punto vorrei porre in discussione una mia proposta. La Biblioteca Nazionale può, e sarebbe un bene, spostarsi per la gran parte dei fondi nell'Albergo dei Poveri (dopo una adeguata ristrutturazione in base a criteri biblioteconomici e non fantasie astruse di architetti che odiano i libri, come si fa di solito in Italia). Nel Palazzo reale dovrebbero rimanere l'Officina dei Papiri Ercolanensi, i vari fondi farnesiani, la collezione dei manoscritti ed altri fondi di appartenenza reale che si trovavano nel palazzo già prima del 1861.
Nella nuova sede di Piazza Carlo III potrebbero trovare nuova e comoda sede, con un miglioramento notevole del servizio, non solo gli altri fondi qui non contemplati, ma vi si potrebbero sistemare in modo degno la Biblioteca di Gerardo Marotta, che sta languendo chiusa in cartoni di banane assieme ad altre raccolte librarie molto importanti che rischiano seriamente di andare perse. Questa divisione non manometterebbe più di tanto la BNN, dato che comunque i potenziali utenti appartengono a fasce d'interesse diverse e non ne avrebbero alcun danno.
Molte cose ancora si potrebbero dire, ma c'è un'ultimo fatto che non va assolutamente sottovalutato e che meriterebbe una attenta indagine da parte di un serio giornalismo (e poi anche un pochino della Magistratura): non si capisce bene quale sia la vera destinazione d'uso dell'edificio e cosa veramente ci si possa fare. Se non esistesse questo problema, già da anni l'Albergo dei Poveri sarebbe stato trasformato in Hotel di Lusso, condominio per vip, centro congressi con spa e sauna finlandese o addirittura centro commerciale con tanto di pub, fast food e venditori di stracci preziosi.
Io temo che si stia alzando questo polverone solamente per inciuciare qualcosa che con biblioteca e libri non ha nulla a che vedere.

giovedì 3 febbraio 2022

Fake civitano d'annata

L'anello d'Enea, fake trecentesco
 Più di venti anni fa, internet stava ancora in fasce, pubblicavo "Il Giornale Locale" che aveva la sua redazione in Via Stampiglia, nel cuore del centro storico medievale di Lanuvio; per Lanuvio
pubblicavamo anche una piccola edizione locale. La redazione era su strada e la porta era sempre aperta a tutti. Tra i tanti mi venne un giorno a trovare il mio amico di data arcaica Sergio Simonella e mi chiese se volevamo organizzare qualcosa per i suoi alunni. Per me era un invito a nozze e la mia adesione fu immediata ed invasiva, nel senso che arrivammo ad organizzare una lezione estemporanea di giornalismo e tecniche di informazione direttamente. Il lavoro si concluse con la produzione di un fake che fu pubblicato sul giornale e la cosa ebbe un epilogo sorprendente. Tre ragazzi sveglissimi ed intelligenti si misero ad uno dei computer della redazione ed in men che non si dica tirarono giù un appello del sedicente "Movimento per la liberazione degli alunni oppressi". Dissi loro tra le altre cose che il loro testo doveva essere di 1800 battute e loro lo fecero di 1795.

Nella lezione a scuola parlammo anche di bufale e notizie distorte o addirittura false e quanto fosse difficile per le persone "normali" riconoscerle. La conferma di quanto detto fu immediata e sconcertante. Un altro insegnante presso la stessa scuola prese per buono quanto scritto sul mio giornale e mi chiese perché non denunciassi il suo collega. I tempi che stiamo attraversando sono già confusi per conto loro, ma se consideriamo quanto sia facile gabbare tante persone, non ci possiamo più meravigliare di nulla.


Qui appresso il testo originale dei ragazzi, che è tutta farina del loro sacco.

Egregio Direttore. 
a scrivere questa lettera sono due ragazzi frequentanti la classe quinta c della Scuola Elementare "Marianna Dionigi". 
Siamo stati incaricati dal resto della classe a rimetterti queste nostre lamentele poiché siamo gli unici in grado di farlo.
La nostra esperienza scolastica è quanto di più avvilente e mortificante si possa immaginare. Quando con i nostri genitori proviamo a raccontare quel che avviene nella nostra scuola, essi ci rimproverano dicendo che tali fatti li abbiamo letti su "David Copperfield" e sono ricordi di film come "Senza famiglia" e cose del genere. E invece è tutto maledettamene vero.
In classe nostra vige un clima da ceserma o meglio da galera. I bambini vengono puniti per le cause più banali. E che punizioni! Pugni in sesta, calci nel sedere, fustigazioni pubbliche sono cose quotidiane. Terribili sono le punizioni per chi non si assoggetta alle sue assurde pretese. 
Non ci crederete ma spesso alcuni di noi sono obbligati a mangiare i rifiuti della mensa che le bidelle raccolgono per alimentare il cane del bidello (Elvino). Altri sono obbligati a stare per ore in ginocchio sui ceci o in mancanza di questi su mucchietti di brecciolino, oppure, sui gusci di noce. 
Noi siamo costretti, giornalmente, a subire le terribili torture dal nostro maestro, come ad esempio: 
1) Ci costringe a fare 5 minuti di "SELF CONTROL prima della ricreazione (naturalmente sottraendoli all'ora ricreativa); 
2) Se a mensa non ci piace qualcosa, ci dà terribili punizioni e affligge con lunghissime prediche riferite alla sua infanzia. Non ne possiamo più delle storia sul calcio giallo che lui dice di aver dovuto ingurgitare da bambino;
3) Quando andiamo al bagno, ci deve per forza accompagnare (tanto per farci fare brutta figura davanti a bidelli e bambini
4) Ci ripete sempre -io sono un somarone- oppure -io so di non sapere- (che è l'unica cosa esatta tra quelle che dice). 
La cosa comunque più grave è a nostro avviso e la sua proverbiale ignoranza. Siccome è di LANUVIO crede che a scuola si debba parlare in dialetto: immaginate la nostra sorpresa quando lo abbiamo conosciuto. Noi che venivamo da ambienti lontani e probabilmente più civili abbiamo dovuto rassegnarci al suo volere, dimenticando le buone cose apprese in scuole vere o nelle rispettive famiglie. 
L'Italiano è per lui una lingua straniera, ma, non basta! Pretende di insegnarci anche l'Inglese che lui parla con uno slang di una non meglio identificata provincia americana o inglese. Forse sarà Irlandese? Chissà… 
E la musica…  non ne parliamo: chi mai senza conoscere alcunché ha tentato di insegnare qualcosa a degli allievi? Ebbene l'avete trovato, È LUI! 
Per lui il tempo è una variabile indipendente. Il solfeggio è inutile. Insomma, è un grandissimo somaro. 
Ma nonostante le sue torture ha anche il suo lato buono: fare il contadino e tornarsene alla sua terra che secondo noi è la Mongolia.

PS: la lettera è anonima per evitare sicure ritorsioni.

mercoledì 28 luglio 2021

Il fantastico mondo dei virus e dei vaccini

Se ricordo bene quello che mi fu insegnato a scuola tanti anni fa in merito all'opera di Edward Jenner ed il suo vaccino contro il vaiolo, mi sembra di capire che sta succedendo qualcosa di veramente strano.
  La vaccinazione, ad ogni modo, non è una pratica medica europea inventata nel XVIII secolo, ma era già ben nota da tempo nelle pratiche mediche orientali, tanto che la descrizione più antica che si conosca si trova già in testi medici sanscriti (Wujastyk D (1995). "Medicine in India". Oriental Medicine: An Illustrated Guide to the Asian Arts of Healing. London: Serindia Publications. pp. 19–38, 29. ISBN 0-906026-36-9.). Durante la dinastia Ming in Cina la vaccinazione era ampiamente praticata e tramite la compagnia delle Indie questa tecnica giunse in Inghilterra agli inizi del settecento (Silverstein AM (2009). A History of Immunology (2nd ed.). Academic Press. p. 293. ISBN 978-0-08-091946-1.). Nel caso del vaccino contro il vaiolo la procedura era molto semplice: usando materiale biologico estratto dalle ulcere del vaiolo delle vacche, causato da un virus molto simile a quello mortale per l'uomo —in pratica una variante—, si provocava il sistema immunitario del soggetto, il quale non solo produceva anticorpi in seguito all'inoculazione, ma anche in futuro, nel caso in cui fosse infettato dal virus del vaiolo, quello mortale. Il sistema immunitario avrebbe riconosciuto il tipo di virus, annientandolo, senza andare troppo per il sottile se fosse quello attinente alle vacche o quello letale per gli esseri umani.

  Quello che mi fu chiaro, è che una volta che il sistema immunitario avesse riconosciuto, ed in un certo senso "registrato" un virus pericoloso, sia inoculato volutamente, sia preso incidentalmente, per tutta la vita si sarebbe stati al sicuro. Ora non capisco come sia possibile che dopo centinaia e centinaia di anni, se non addirittura milioni, il meccanismo immunitario, che naturalmente ci protegge quando attivato, abbia improvvisamente esaurito le sue funzioni e capacità. Sembrerebbe che da un paio di anni a questa parte improvvisamente, ed a quanto pare all'unisono, il sistema immunitario di tutta la popolazione mondiale abbia abdicato alle sue funzioni, lasciandoci come unica àncora di salvezza dei preparati medici, ottenuti in parte con delle manipolazioni genetiche, la cui sicurezza, ma qui dovrebbero parlare dei genetisti con le palle ottagonali, potrebbero anche essere in futuro foriere di spiacevoli effetti collaterali; in cose come queste anche un lieve dubbio andrebbe preso sul serio.
  C'è poi la questione degli anticorpi. Giornalisti che forse si intendono più di sport che di medicina, ripetono a macchinetta che gli anticorpi scompaiono dopo breve tempo. OK, questo è vero, perché una volta che siamo guariti, grazie ai nostri anticorpi e non grazie al vaccino (che ne ha solo sollecitato la produzione) questi, dal nostro corpo, vengono ritirati dalla circolazione. Detti giornalisti non aggiungono una frase che dovrebbe essere d'obbligo —sempre per come ho capito io questa storia di virus, vaccini ed anticorpi— e cioè che in caso di nuovo contatto il nostro sistema immunitario va immediatamente in allarme e non dà al virus neanche il tempo per rifiatare.
  Io il covid me lo sono beccato a gennaio del 2020, quando ancora andavamo in giro ignari ad assembrarci ed a sputacchiarci allegramente addosso. Ho passato alcuni mesi tremendi e ne porto ancora addosso fastidiosissime conseguenze; ovvio che io non posso in alcun modo essere negazionista: il virus esiste e fa un sacco male, ve lo garantisco io.
  In vari casi particolari ha effetti letali, anche questo è vero. Ma anche qui c'è un ma, ma guai a chi vi accenna soltanto. Con i cervelli passati in varecchina attraverso televisioni, radio e giornali è difficile esprimere in pubblico dei dubbi, anche se tenti di argomentare in modo preciso e pulito, portando documenti, bibliografie e quanto altro possibile. Uno studio statistico molto ampio fatto da un gruppo di università americane (cercate in rete), ha portato ad una conclusione molto interessante. Differentemente da "normali" virus influenzali, il covid-19 non attacca sistematicamente solo una parte o una funzione corporea. Avete presente le influenze che avete passato nella vostra vita? Una volta sembra un raffreddore, un'altra volta l'intestino fa di tutto e di più, qualche volta becca le ossa eccetera eccetera. Il covid-19, come è stato descritto nella relazione dello studio appena detto, praticamente entra dalla porta e poi apre porte, finestre, serrande ed abbaini a qualsiasi patogeno. A chi una, a chi due a chi tre e più sintomi danno un gran da fare, in prevalenza polmoni ed articolazioni, ma comunque con dolori e problemi sparsi, come ad esempio diverse infiammazioni. Chi non è perfettamente in salute ci può rimettere facilmente le penne. Questa cosa ha un significato ben preciso: una volta infettati non è il virus che va combattuto, ma bensì gli effetti delle singole affezioni facilitate dal virus. Questo significa che, detta in modo semplice semplice, si devono curare con anti-infiammatori, antisettici, antibatterici generici e quanto altro utile ed opportuno nei vari casi specifici. Potrebbero essere molto utili insomma, e non capisco perché i no-vax non lo dicano mai, anche gli sperimentati sistemi della nonna, tipo latte caldo col miele e simili oppure una bella aspirina.
  Dette queste cose, se le mie parole avessero un gran peso, mi sarei già guadagnato il plotone di esecuzione. Io resto convinto che essendomi già beccato il virus non ho bisogno (più) di un vaccino. Io vedo in giro molta isteria, grande confusione, bassi istinti in libera uscita ed affermazioni pubbliche molto discutibili da parte di alte cariche.

Spero che passi presto questa nottata.

martedì 14 luglio 2020

Per un Premio Göbbels

Sento da un paio di giorni ripetere con sospetta insistenza che, in un periodo non meglio specificato "migliaia di italiani" sarebbero stati uccisi dai "partigiani comunisti di Tito". Il linguaggio, ma oggi non se ne accorge più nessuno, è tipico delle peggiori osterie di una periferia degradata e non dovrebbe appartenere ad un servizio d'informazione pubblico. Comunque sia, ci sarebbero da chiarire alcuni punti.

1. Cosa si intende con la parola "migliaia"? Senza una ulteriore cifra che determini una quantità certa o perlomeno approssimativa, sempre nel semplice linguaggio da osteria, potrebbe essere un sinonimo di "molto" o "tanto". (es. "millenni di anni fa", dove "millenni" ha la funzione di rendere l'idea del gran tempo trascorso). Se però si vuole davvero indicare un numero preciso, la frase è evidentemente monca, dato che il numero delle vittime cui si fa riferimento oscillerebbe tra 999 e 999999, cioè più delle centinaia e meno di un milione. Per indicare un numero relativo a vittime, a quanto sembra di un evento bellico, di certo la cosa è strana, dato che di solito in casi consimili il computo è sempre il più preciso possibile.

2. Anche se, in base al comunicato ripetuto per più volte su di un gran numero di emittenti pubbliche e private, si capisce che il periodo non specificato è appunto bellico, ma non si dice in alcun modo se qui si intendano civili o militari; si indica solamente la nazionalità. Trattandosi di una guerra sarebbe il caso di chiarire quale fosse stata la posizione di queste vittime.

3. Chiarito che stiamo parlando di un conflitto armato tra due nazioni, risulta strano non solo il fatto che non venga indicato un numero quanto possibile esatto, ma non si riesce a reperire da nessuna parte un elenco con nomi e cognomi, se questi fossero noti. L'Ufficio del Ministero della Difesa "Onorcaduti" per anni dopo la fine della seconda guerra mondiale ha compilato lunghe liste di tutti i caduti e dispersi, ma non risulta, almeno a chi scrive, che l'Esercito di Liberazione Jugoslavo abbia fatto molte vittime tra le fila del Regio Esercito, ed anche se fosse si trattava di militari caduti in combattimento. Al contrario dopo l'otto settembre interi reparti italiani e migliaia di soldati ed ufficiali alla spicciolata entrarono tra le fila dell'Esercito di Liberazione e diedero un importante contributo alla liberazione da tedeschi e nazisti della Jugoslavia, cosa per la quale gli jugoslavi ancora oggi sono grati agli italiani. Non si capisce insomma chi, dove, come, quando e perché avrebbe fucilato migliaia di italiani. Se, ma non si dice chiaramente nella velina, si vuole fare riferimento alle cosiddette "foibe", anche le fonti ufficiali italiane (non le scomposte grida di scadenti rappresentanti politici), ci fanno sapere che in tutto nelle cavità carsiche furono recuperati i resti di non più di trecento salme, non tutte risalenti al periodo bellico e di cui diverse sicuramente non taliane; siamo dunque al disotto delle mille unità e non si capisce quali sarebbero queste "migliaia".

4. Visto che non esiste un elenco nominativo di queste migliaia di uccisi, potrebbe almeno esistere un monumento, una lapide, una croce, un qualcosa insomma che ricordi questo immane sacrificio. In tutte le città italiane, persino nei paesini e nelle frazioni più lontane esiste qualche ricordo dei propri caduti, indipendentemente dal fatto se la guerra fu vinta o persa. Da nessuna parte si trova il monumento delle migliaia di "Italiani uccisi dai partigiani comunisti di Tito". E qui le cose sono due: o l'erezione è stata impedita da stringenti motivi politici oppure semplicemente il fatto non sussiste. E poi, tutte queste salme dove sono state tumulate? Non si ha notizia di un sacrario realizzato allo scopo. Visto che sarebbero migliaia i caduti, dovrebbe essere anche un impianto di più ettari.

5. Nel martellante comunicato si sente ben scandita la sequenza di parole "italiani uccisi dai partigiani comunisti di Tito". Chi ha redatto questo ukaze evidentemente non è una persona serena. Già avevamo visto che la parola "italiani" da sola significa, nel contesto, ben poco, ma quel "partigiani comunisti di Tito" è una frase apparentemente precisa e specificante, ma in realtà, una volta contestualizzata nel periodo storico di cui si tratta, mostra solamente una grave confusione mentale. Genericamente si fa qui riferimento all'Esercito di Liberazione Jugoslavo il cui comandante in capo era Josip Broz, detto Tito. Tale esercito era riconosciuto dagli alleati, cioè Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione Sovietica. Si noti poi che dopo la fine della guerra divenne la forza armata del nuovo Stato Jugoslavo; dunque un esercito regolare. Per quanto appena detto il termine "partigiani", specialmente se usato ai nostri giorni, fa capire che a scrivere questo comunicato (sia ben chiaro che non proviene dalla Presidenza della Repubblica), è un simpatizzante nazista. Per i nazisti infatti il riconoscimento da parte degli alleati non significava nulla ed anche nei loro documenti ufficiali parlavano di banditi o, appunto, partigiani. Poi quello che denota le difficoltà mentali di chi scrive e di chi ripete acriticamente le cose è la specificazione "partigiani comunisti di Tito". Cosa vuole dire veramente? Quali terribili e paurose fantasie gli rimbalzano per la scatola cranica? Se specifica che i "partigiani" erano anche comunisti a cosa si riferisce esattamente? Forse al fatto che nell'Esercito di Liberazione militavano e combattevano anche individui che non erano comunisti? Perché specificare se è noto che non tutti i membri dell'Esercito di Liberazione erano membri del Partito Comunista? Forse intendeva dire che solo i membri comunisti dell'Esercito di Liberazione si sono macchiati di crimini contro degli italiani? Abbiamo visto che nello stesso esercito combattevano degli italiani. Quelli che tra di loro erano comunisti stavano a guardare? Resta anche quel "di Tito", come se l'Esercito di Liberazione jugoslavo fosse una sua proprietà privata; cosa che non ha senso. Forse l'autore del comunicato potrebbe aver sentito dire che in Jugoslavia esistevano anche altri "partigiani", ma non ne deve aver compreso probabilmente la natura. Questi, che si chiamavano per la cronaca Ustascia (filonazisti) o Cetnici (per fortuna pochi) potrebbero aver arbitrariamente giustiziato qualche italiano, ma di solito preferivano massacrare o antifascisti o appartenenti ad altre minoranze balcaniche. Si può dire serenamente che questi "partigiani comunisti di Tito" potranno anche aver fatto qualche sbaglio, ma di sicuro non hanno "ucciso migliaia di Italiani". Evidentemente chi ha redatto questo straccio di comunicato è anche un bell'ignorante, perché non sa (o forse non vuole dire?) che negli ultimi giorni della guerra di Liberazione in Jugoslavia apparvero anche bande irregolari, spesso e volentieri di civili, che colsero l'occasione del momento per vendette private, a volte pseudopolitiche, o comunque crimini per i quali erano certi di farla franca. Si tratta di un fenomeno avvenuto anche in Italia.

  Su questa storia triste vorrei fare anche una mia riflessione da giornalista. L'informazione relativa all'evento di Trieste diffusa dalla quasi totalità dei mezzi di comunicazione è degna del "Premio Göbbels". Sembra che esista una invisibile agenzia di stampa che riesce a usare, a quanto pare a loro insaputa, tutte le redazioni come un comodo megafono per propalare urbi et orbi qualsiasi falsità. Non sono un complottista, ma qui gatta ci cova.

domenica 26 aprile 2020

Ciao Bella Ciao

Ieri il canto di "Bella ciao" è risuonato per città, paesi, campagne, valli, montagne e pianure. Una canzone si sostituisce per un giorno all'inno nazionale, cosa neanche tanto grave, perché comunque si tratta di una canzone patriottica ed ha anche un testo più comprensibile dell'inno di Mameli. L'unica vera differenza sta nel fatto che se dell'inno conosciamo autore di testo e musica, di Bella ciao sappiamo poco, o meglio, sappiamo tanto, ma confuso ed anche abbastanza sbagliato.
  Si è detto e si continua a diffondere cose inesatte se non completamente inventate, fatti capiti male e riportati peggio, fanfaronate belle e buone e stupidaggini ridicole tanto per dire qualcosa di nuovo. Personalmente ho fatto ogni sforzo per sorvolare, per non farci caso, sopportando in solidale e complice silenzio le tante cavolate scritte in rete ed anche diffuse a voce. Ma quando ho sentito l'autorevole contributo di un esimio linguista addirittura su Radio 3 della RAI, che ho sempre ritenuto essere una rete seria ed attendibile, mi sono prima cadute le braccia e poi ha iniziato a salirmi dalle viscere una rabbia indomabile. Non so chi sia e non lo voglio nemmeno sapere, ma mi chiedo solo che senso abbia far parlare un, scusate il linguaggio marinaro, cazzaro del genere.
  Prima di fare osservazioni linguistiche totalmente inutili e fuori luogo, ha avuto la faccia di definire "Bella Ciao" un testo non divisivo.
  Si capisce chiaramente che questo chiacchierone, immagino che abbia addirittura una cattedra universitaria, non conosca, se non per informazioni di terza mano, il canzoniere partigiano. Ma andiamo per ordine.
  Innanzitutto oggi è facile spargere sciocchezze e falsare allegramente i fatti di 70/80 anni fa, visto che non c'è più nessun testimone, all'epoca adulto, capace oggi di rispondere per le rime a chi spara giudizi a posteriori. Se un partigiano avesse cantato quella canzone in una piazza dell'Italia occupata, sedicente Repubblica di Salò, durante l'ora dello struscio, come minimo sarebbe stato arrestato e portato nella più vicina caserma per essere pestato a sangue e poi, molto probabilmente, anche fucilato. Oggi la cantano tutti, pure le forze dell'ordine. Se uno invece oggi non la canta o ne parla male in pubblico, al massimo fa una brutta figura e in casi estremi, si becca una salva di pernacchi. Dunque anche Bella ciao, nel suo contesto originario, era altamente "divisiva", nonostante ricordasse più che altro una amorevole serenata o il lamento di una giovane amante tradita.
  Diceva Luigi Longo (personaggio troppo famoso per essere qui biografato), che nelle canzoni dei Partigiani combattenti:
"... non manca mai il ricordo dei caduti e il saluto alla mamma, commosso ed affettuoso, e quello alla fidanzata, allegro e fiducioso."
  Si trattava pur sempre di canzoni in uso in ambiente militare, anche se di una specie nuova. Lo sottolinea in modo molto chiaro l'etnomusicologo Roberto Leydi:
"Se gettiamo uno sguardo anche superficiale sui prodotti passati del nostro canto sociale a livello popolare vediamo che mai la guerra, prima della vicenda partigiana, trova eco positiva nella voce spontanea. Tutta la nostra storia è segnata dal doloroso lamento del soldato che un ordine del sovrano toglie alla casa, alla famiglia e al lavoro e comanda lontano verso un destino che non gli appartiene. Il contadino va a morire ma nessuno gli dice perché e per che cosa deve compiere questo sacrificio supremo. (...) Nelle canzoni del repertorio partigiano si afferma, per la prima volta, un sentimento nuovo, consapevole. È ancora la guerra, ma una guerra liberamente scelta, senza sovrani e senza generali."
  Tra le cose giuste e sensate dette sul nostro canto c'è l'evidente fatto che anche Bella ciao appartiene al filone di canzoni del folklore italiano riunite sotto al nome di "Fiore di tomba" nome ripreso da una diffusissima ballata le cui origini si perdono in tempi assai lontani. La cosa non deve stupire più di tanto, dato che gran parte delle canzoni militari spontanee, si intende qui quelle generate dalla truppa e non imposte dall'alta gerarchia, attingono a piene mani dalla tradizione popolare oppure riveste melodie di canzonette diffuse e famose con testi nuovi adattati alle contingenze della propria esperienza militare.
  Oggi Bella ciao è la più famosa canzone partigiana, diffusa addirittura a livello mondiale. All'estero è stata anche riciclata come canzone di protesta e viene elasticamente adattata ad ogni situazione di attrito sociale o malessere politico. Per un certo tipo di turisti tedeschi sulla Riviera riminese "Bella ciao" è anche la prima espressione messa in campo per tentare di rimorchiare una avvenente romagnola. Questo già si sa. Quello che non si sa è il giornalistico chi, dove e quando.
  Autore unico questa canzone non ne ha e non ne può avere, dato che è il risultato di un lungo processo di rimaneggiamento a cui hanno partecipato mille sconosciuti. Ne è anche prova il fatto che sono note versioni diverse nel testo, anche se di poco o punto conto. Si trova infatti "Una mattina mi son svegliato" oppure "Stamattina mi sono alzato". Un testo condiviso ed universalmente riconosciuto è quello dell'incisione fattane da Ives Montand all'inizio degli anni sessanta che poi diede il nome ad uno spettacolo presentato nel 1964 al Festival di Spoleto.
  Con Spoleto siamo arrivati anche al problema del dove. Ci sono degli estremisti che giurano che la canzone non sarebbe mai stata cantata durante gli anni della lotta, ma questa è un'affermazione che neanche merita una briciola di attenzione. Di certo era già nota e veniva già cantata da singoli gruppi di partigiani, ma non era di certo la canzone più diffusa delle centinaia facenti parte del repertorio partigiano. La canzone, si può dire l'inno, più diffuso era, piaccia o non piaccia, "Fischia il vento".
  Oltre "Fischia il vento", sempre secondo la testimonianza di Roberto Leydi, tra le canzoni più diffuse e cantate nei giorni della Lotta partigiana vi fu "Il partigiano" nel cui testo, con altre parole ed altre imagini, troviamo gli stessi elementi narrativi di Bella Ciao:.

Il bersagliere ha cento penne
e l'alpino ne ha una sola;
il partigiano ne ha nessuna,
e sta sui monti a guerreggiar.

Là sui monti vien giù la neve,
la tormenta dell'inverno,
ma se venisse anche l'inferno
il partigian riman lassù.

Quando scende la notte scura
Tutti dormono laggiù alla pieve,
ma camminando sopra la neve
il partigian scende in azion.

Quando poi ferito cade
non piangetelo dentro al cuore,
perché se libero uno muore
non importa di morir.

Ora ho il piacere di presentare qui una nuova prova incontrovertibile che questa canzone doveva essere per forza già conosciuta dai partigiani, specialmente da quelli che avevano alle spalle anche l'esperienza delle trincee della prima guerra mondiale. In quelle trincee confluì praticamente tutto il vasto repertorio dei canti popolari italiani, allora vivissimo e diffuso, ed avvenne un mirabile rimescolamento generale, un colossale remix, per dirla con una parola moderna. Molte di queste canzoni furono raccolte in un interessantissimo volume intitolato "Ta-Pum, canzoni in grigioverde". A pagina 114 troviamo "Stamattina mi sono alzata" di cui riporto qui la prima e le ultime due strofe:

Stamattina mi sono alzata
Un'ora prima che leva il sol
Che leva il sol
Stamattina mi sono alzata
Un'ora prima che leva il sol
(...)
E la gente che passeranno
dimanderanno cos'è quel fior
cos'è quel fior
tutta la gente che passeranno
dimanderanno cos'è quel fior

Quello è il fiore della Rosina
che l'è morta del troppo amor
del troppo amor
quello è il fiore della Rosina
che l'è morta del troppo amor.



  È evidente che la Bella ciao che oggi conosciamo fu ricalcata durante la Resistenza su questa canzone diffusa durante la prima guerra mondiale. Questo dimostra inequivocabilmente che non solo la canzone già era conosciuta durante la Resistenza, ma affossa anche la fantasiosa ipotesi che sarebbe stata mutuata da un canto di mondine.
  Questo blog qui è solamente uno sfogo e molte altre cose interessanti e poco note ci sarebbero da dire non solo su Bella ciao, ma anche su tante altre canzoni note e meno note.
Ringrazio per ora tutti coloro i quali sono arrivati fino a questa riga e li prego di condividere a più non posso.

venerdì 24 aprile 2020

W il 25 Aprile


Il Generale Nicolò Bozzo
Immagino che ben pochi ricordino più chi sia stato Nicolò Bozzo. Si tratta di un ufficiale dei Carabinieri, per l'esattezza di un Tenente Colonnello in servizio permanente effettivo, che faceva parte nel 1981 dello Stato maggiore della divisione Pastrengo di Milano. Bozzo si presentò spontaneamente ai giudici che stavano portando avanti la famosa inchiesta suSindona, che portò alla scoperta della loggia P2 di Licio Gelli.
  Furono allora momenti tra i più difficili per la nostra Repubblica, un periodo in cui veramente era a rischio la tenuta democratica del nostro paese, anche perché era in atto un tentativo massiccio di infiltrazione degli organi più delicati dello Stato al fine di far saltare le istituzioni repubblicane.
  Il bersaglio non furono solamente i servizi segreti, come molti pensano, ma tutto l'apparato dello stato era sotto attacco. Lo stesso generale Alberto Dalla Chiesa fu chiamato a testimoniare, dato che era stata trovata tra i documenti di Gelli una sua domanda di iscrizione alla loggia P2.
  Dalla Chiesa spiegò molto bene come andò la questione e dimostrò che intendeva scoprire cosa c'era dietro la P2. L'adesione fu sollecitata da parte di un suo collega, ma aveva capito subito che c'era qualche cosa di molto grosso e molto poco chiaro sotto.
  Ma torniamo a Nicolò Bozzo, il quale si presenta dunque spontaneamente e non solo risponde alle domande che gli fanno i giudici, ma dopo il suo interrogatorio consegna a Gherardo Colombo una memoria scritta di suo pugno nella quale spiega meglio perché è venuto. Lo scritto di 15 pagine è diviso in vari capitoli. Al numero quattro troviamo "accertamenti su attività massoniche", che svolse su indicazione del Generale Dalla Chiesa, per scoprire di più su quello che stava avvenendo tra Arma e massoneria. Lo stesso Bozzo, come dichiara, già si era accorto che c'era una specie di combriccola che era parallela alla struttura gerarchica e sembrava aver addirittura più poteri. Bozzo chiaramente mette a rischio non solo la sua carriera ma anche la propria vita, come si è visto in tanti altri casi. 
Queste le sue esatte parole:

  "Ho reso spontaneamente le deposizioni precedenti per i seguenti motivi:

a. scrupolosa osservanza dei doveri connessi alle mie attribuzioni di ufficiale di PG;

b. assoluta fede nella Costituzione della Repubblica e nel conseguente indissolubile sistema democratico, fede che non può coesistere con "consorterie" quali la "massoneria" in generale (che prevede per il "fratello" —fra l'altro— il giuramento di fedeltà al "Gran Maestro" incompatibile con quello prestato alla Costituzione; e la "copertura" di talune "attività") ed in particolare alla sedicente "loggia P2", vera e propria associazione segreta se non addirittura per delinquere;

c. necessità imprescindibile che all'interno delle forze armate della Repubblica in generale, e dell'Arma dei Carabinieri in particolare, i rapporti fra i singoli appartenenti —qualsiasi grado essi rivestano— siano regolati esclusivamente dalla legge e dai conseguenti regolamenti; e non sulla base di vincoli di "fratellanza" o di "camarilla";

d. dovere morale di evitare che la memoria dei caduti in sacrificio tangibile di mutilati e feriti dell'arma dei carabinieri della lotta alla criminalità sia infangata il reso vano dalla sfrenata lezione lo squallido d'appello di arrampicatori sociali, privi di qualsiasi scrupolo, protesi esclusivamente al raggiungimento di comode e sostanziose posizioni di carriera e di potere."

  Ebbene questa bella dichiarazione, che risale a trent'anni fa e non a 75, è in piena e perfetta armonia con lo spirito che ha animato la lotta antifascista e la Resistenza che ha liberato il nostro paese dal nazifascismo, restituendogli allo stesso tempo la dignità e reputazione che il fascismo aveva fatto perdere completamente. 
  Non posso che concludere con "Viva l'Italia!"

PS: Nicolò Bozzo, che fu congedato col Grado di generale, è morto nel 2018. Chi volesse saperne di più su questo interessantissimo personaggio, non deve far altro che ricercare in rete.

sabato 18 aprile 2020

La guerra totale, anzi, virale (VI)

Propaganda (VI - seguito della quinta puntata)
  Guerra o non guerra, vediamo che gli avvenimenti straordinari causati in qualche modo dal virus, questo sconosciuto, sono accompagnati da una tempesta propagandistica. Basta guardarsi attorno, soprattutto attraverso le possibilità informative e comunicative della rete, che non ci si capisce più niente. Chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, è peggio delle ordinazioni di una cena al ristorante di una nutrita comitiva di ex compagni di classe.
  Si va dal virus strapotente che fa tutto da solo, ad un organismo che non sarebbe la causa ma solo l'effetto di una malattia misteriosa. È il grande momento dei complottisti, che vedono eventi eterodiretti da parte di alieni, governi ombra, combriccole di avvocati lobbisti delle case farmaceutiche, multimiliardari diabolici che vogliono sottomettere il mondo e l'inquinamento, soprattutto quello elettromagnetico che è comunque causa di tutti i nostri mali.
  Impressionante poi il coro degli esperti veri, sedicenti o presunti tali, i quali con forbito eloquio, montagne di dati venuti da non si sa dove e dotte citazioni non sempre verificabili si mandano accademicamente affanculo uno con l'altro. Un assurdo caos.
  Ma ancora una volta, come dice la Bibbia (Qohelet, 1,9), niente di nuovo sotto il sole. Anche poco più di cento anni fa, a prima guerra iniziata, con l'Italia ancora alla finestra, la Germania scatenò una tempesta propagandistica antiitaliana, la cui eco sembra udibile ancora oggi. Nel settembre del 1914 ne scrisse in merito il Corriere della Sera e l'articolo fu ripreso dalla rivista satirica socialista "L'Asino" sotto il titolo Come i tedeschi credono di influire sull'Italia:

  “È incredibile l'opera di propaganda che svolgono i Tedeschi in Italia. Non bastano le agenzie giornalistiche tedesche impiantate a Roma per inventare e diffondere notizie a vantaggio della Germania; non bastano i fogli, opuscoli, libri che dalla Germania inondano l'Italia. Anche tutti i commercianti e industriali tedeschi si servono dei loro rapporti di affari con ditte italiane per tentare di influire sulla opinione pubblica del nostro paese e di falsare la verità.
  Qualunque ditta italiana, qualsiasi privato cliente che si trovi, o si sia trovato, altra volta in rapporti d'affari con una ditta Tedesca, riceve ogni giorno una circolare nella quale, press'a poco, è detto:
«A causa della guerra abbiamo dovuto sospendere i nostri affari; ma ben presto li riprenderemo poiché la guerra cesserà con la vittoria completa della Germania. Sappiamo che in Italia i nemici della Germania diffondono false notizie sulle vicende della guerra, per far credere che la Germania si trova militarmente ed economicamente in cattiva posizione. Non dovete credere a queste notizie. Invece la Germania ha vinto tutte le battaglie, ed è padrona dei mari e dei suoi commerci, ed infliggerà una terribile sconfitta ai nemici che hanno voluto trascinarla alla guerra mentre essa voleva la pace…»
  Eccetera su questo tono.
  Ma da qualche giorno è cambiato anche il tono delle circolari commerciali-politiche provenienti dalla Tedescheria. Per esempio, la ditta Otto Reinsford di Lipsia, manda al suo rappresentante di Milano, signor Cillario una circolare, nella quale dopo aver parlato della sospensione completa dell'attività nella propria fabbrica, scrive: «… Fa un'impressione di stupore il fatto che l'Italia, malgrado l'alleanza, non conclusa certo per divertimento, ora che si tratta di mantenere la parola d'onore si ritiri vigliaccamente con delle scuse non plausibili. Noi ora ce la caveremo indubbiamente senza l'aiuto di tali spergiuri e vigliacchi, e speriamo, qualora l'Italia non cambi idea a nostro favore, che il Governo saprà fare i conti con voi… Questi sono i sentimenti che troncano ogni simpatia verso la vile e abbietta Italia».”

  Il foglio satirico infine ci mette anche del pepe suo:
“Perché la gente di Tedescheria ci considera come servitori infedeli. Consigliamo ai commercianti che ricevono circolari insolenti come questa, di rispondere come segue:
  «Spettabile Ditta,
A riscontro vostra in data… siamo tenuti a pregarvi che se vorrete mandarci altre circolari del genere, farete bene a stamparle da un solo lato e su carta più consistente, in modo che possano essere utilizzate per l'uso domestico cui evidentemente sono destinate. Quanto alle vostre dichiarazioni minacciose, possiamo assicurarvi che non ce ne importa un Kaiser».”

Le bolle di sapone della propaganda tedesca durante
la prima guerra mondiale; caricatura tratta da l'Asino.

(VI - segue)

giovedì 16 aprile 2020

La guerra totale, anzi, virale (V)

No al Paperonismo! (V - seguito della quarta puntata)
  La questione del momento dunque è: Ma è guerra o non è guerra? Con tante similitudini si è effettivamente portati a rispondere affermativamente, ma tante altre domande resterebbero senza risposta. È il virus il vero nemico o dietro ad esso si cela qualcun altro? Chi sono i veri attori di questo conflitto? Chi sta dalla parte del virus? Per il momento non si capisce proprio.
  Torniamo dunque alle similitudini. Se ci troviamo in una guerra, allora di certo ci sarà un dopoguerra, ed i periodi postbellici sono tutti un programma. Prima constatazione: a pace fatta si rimischieranno le carte e tante cose cambieranno. Ma qua stiamo al primo problema: se una pace viene dopo che la parte vincente ha imposto a quella perdente un "trattato di pace", chi è chi?. Non riesco a vedere un microscopico organismo in grado di pagare i danni di guerra e terminare le proprie attività ostili. Da virus si sottrarrà abilmente dalla scena, scomparendo nel nulla come tanti altri suoi colleghi.
  Però, come mi pare inevitabile, qualcuno dovrà perdere ed altri dovranno vincere, altrimenti che guerra sarebbe? Donald Trump risolve splendidamente il problema e ci fa anche intuire come stiano veramente le cose. Ripete a spron battuto che siamo in guerra contro un nemico invisibile, cosa che gli offre la possibilità di attingere a strumenti politici che la costituzione americana prevede e concede solo, appunto, in guerra. Ma poi se la prende con la Cina e con l'Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbe a dire con le Nazioni Unite, alias ONU. Un fatto enorme, senza precedenti, perché eravamo sempre abituati a percepire l'ONU come un docile strumento degli interessi economico-politico-strategici degli Yankee; basta pensare a quello che è successo, ed ancora è in atto, a Cipro, un fatto tanto grave e vergognoso, che nessuno ne parla per non mettere in imbarazzo USA e NATO. Anche in Europa a chiacchiere c'è il virus da una parte e tutti gli altri paesi dall'altra, ma la difesa viene fatta in ordine sparso e le ipotesi che girano relativamente al dopo, vedono fronti interni contrapposti che ci rimandano a bruttissimi periodi della nostra storia che nessuno ricorda più tanto bene, se non per sentito dire.
  Questi fronti interni bisticciano su come "ricostruire" e tutto ruota attorno a cifre spaventose di denaro, senza che qualcuno neanche accenni a cosa e come si intenda ricostruire. Il problema allora è l'economia ed il potere, inteso nella sua più brutale manifestazione. Anche qui Trump ci indica di cosa si tratta. Come un mantra ripete che gli Stati Uniti rappresentano il più grande sistema economico mai esistito al mondo e che dopo la guerra al virus sarà, per dirla con Petrolini, più bella e più superba che pria (Bravo! Grazie!). Se penso che la grandezza americana si fonda su ogni tipo di feroce sfruttamento e prepotenza, sono un po' preoccupato.
  Il problema dunque è da un'altra parte. Una volta sparito il virus e dunque finita la sedicente guerra, vedremo chiaramente quali erano le parti in campo e quali erano i motivi del contendere. Il virus ha solamente offerto uno scenario, un pretesto, per una resa dei conti che era nell'aria da molto tempo. In gioco non è la vita di "soggetti comunque a rischio" ma la sopravvivenza del genere umano, elemento del quale la terra può fare splendidamente a meno, come abbiamo tutti potuto vedere in questi giorni di pace per la natura, con fiumi e mari limpidi, uccelli che cantano ed ogni tipo e specie di bestie che scorrazzano per le vie e strade un tempo degli esseri umani, ora in ritirata.
  A voler semplificare al massimo, a voler portare tutto questo bailamme all'osso, la guerra è tra chi se ne frega del futuro e dell'umanità e chi vorrebbe che un'umanità veramente libera e capace di vivere in armonia con la natura potesse iniziare un nuovo corso della storia. Se vincono i primi siamo finiti e addio sogni di gloria, se gli altri, allora abbiamo qualche possibilità ed opportunità per un futuro migliore. In fondo di questo si sta parlando quando si parla dei fantastigliardi che servirebbero per "far ripartire l'economia" e "tranquillizzare i mercati".
  Tutti questi soldi servirebbero solo per arricchire ancora di più chi è già troppo ricco e non ha ancora abbastanza. Cambiando sistema economico —qui non è il luogo e non c'è lo spazio per entrare nei particolari— sono fermamente convinto che con molto poco potremmo ripartire con le nostre proprie forze. Mi torna qui alla mente la catastrofe immane dell'alluvione di Firenze. Mentre economistoni ed espertoni favellavano di tanti soldi e tempi lunghi, il piccolo grande sindaco della città del giglio, Giorgio La Pira, fece appello al buonsenso dei Fiorentini e li animò a partecipare tutti coralmente alla ricostruzione e diede un consiglio in particolare: fate girare i soldi. In pratica invitò tutti a spendere quello che potevano, per togliere soldi alle banche e darle ad artigiani e commercianti della città. La città si riprese in tempi da record e sono certo che funzionerebbe anche per l'Italia intera.
(V - segue)

giovedì 9 aprile 2020

La guerra totale, anzi, virale (IV)

I Macchiavellari (IV - seguito della terza puntata)
  Quello che forse più assomiglia ad un periodo bellico è la grande trasformazione nella comunicazione. Diceva Macchiavelli, nel suo trattato della guerra, che chi vuole partecipare da protagonista in guerra: "… non solamente cangia abito, ma ancora ne' costumi, nelle usanze, nella voce e nella presenza da ogni civile uso si disforma."
  A parte i bollettini giornalieri, ai quali a volte si fa un po' di fatica a credere, i quali tendono, forse anche involontariamente, ad indorare pillole amare, ci sono personaggi che improvvisamente cambiano, oltre che abito, tono di voce e ritmo della parlata per sparare a raffica proclami, anatemi, ordini, grida, disposizioni, minacce, incitamenti, parole d'ordine (per riassumere: cazzate) quando non semplicemente sproloqui privi di senso, comunque sbagliati, se non addirittura dannosi e pericolosi.
  Esempio da parata il fenomeno di Rignano, il quale a nome del suo condominio rilascia interviste a raffica sui giornaloni, dipingendo a fosche tinte un futuro terribile per i suoi amici, evitabile solamente seguendo le sue fanfaronate. Giudica e condanna a piene mani e crede di avere davanti un palazzo dello sport stracolmo di uniformati applaudenti.
  Macchiavellico, anzi, macchiavellaro, il povero Salvini, con i suoi irrisolti guai etilici ed gli insolubili problemi di identità, che si esprimono con il continuo e vorticoso mutamento di casacche e divise. Visto che il momento storico che sta passando nella sua mente è molto grave, ora si veste in doppiopetto per dare un segno di serietà ed adeguatezza. Oltre all'abito (quando si metterà un saio?) resta quasi immutato il livello di follia delle sue esternazioni, anche perché aveva raggiunto il top con la sua richiesta di pieni poteri, tanto da far sembrare tutto quello che è andato dicendo dopo solamente un poco distante da una stravagante normalità.
  C'è poi la Meloni, poverina, che deve fare i conti probabilmente con i postumi di una infanzia difficile. Sembrerebbe che da piccola l'abbiano abbandonata davanti ad un televisore e le abbiano fatto vedere tutte le videocassette dei discorsi dei duce. Oramai parla come lui. Stessa cadenza, stesso vocabolario, stesso tono roboante, immarcescibile e vibrante. Ma va detto che riesce a dire cose più assurde di quelle che il figlio del fabbro di Predappio forgiava per le folle deliranti ed i poveri operai comunali che le dovevano scrivere a vernice sulle facciate delle case, palazzine e palazzi di paesi e città del fatidico stivale. La più bella che ho sentito ieri era: "Il governo non collabora con noi!" Ora bisogna spiegarle, che a differenza di quello che lei ha appreso dalle videocassette dell'Istituto Luce, attualmente in Italia esiste anche un'opposizione. Bisogna poi renderla cosciente del fatto, che lei stessa appartiene a tale opposizione. Essendo così, in caso di praticabilità, arrivando ad una collaborazione, sarà l'opposizione che collabora con il governo e non viceversa.
  Il massimo comunque lo ha raggiunto uno scatenato sindaco siciliano, il quale, non ostante la sua evidente dislogia, dovuta a scarsi successi scolastici ed una palese difficoltà a non esprimersi in dialetto, in perfetta posa mussoliniana urla frasi prive di senso, o che forse capisce solamente lui e quella poveraccia della sua segretaria, con sullo sfondo vigili urbani, carabinieri e poliziotti che fanno finta di non conoscerlo. Qualcuno gli avrebbe dovuto dire che prima di rilasciare delle dichiarazioni a qualche organo di stampa o televisione, dovrebbe evitare di pippare.
(IV - segue)

La guerra totale, anzi, virale (III)

La Bufera (III - seguito della seconda puntata)
   Abbiamo visto che, se la situazione attuale veramente fosse una guerra, una delle parti in campo, il virus, non sembra essere un gran genio militare. Eppure, nonostante ciò, una botta tattica gli è riuscita alla perfezione: l'effetto sorpresa. Nessuno aveva previsto che attaccasse, nessuno si aspettava di essere aggredito e si è anche potuto avvantaggiare della impreparazione degli avversari. Ma bisogna anche dire che ha avuto gioco facile. Prima dell'aggressione non c'erano state avvisaglie di nessun tipo, lo scoppio bellico non era stato preannunciato in nessun modo da segni premonitori, conflitti che si trascinavano senza prospettive di soluzione, rivendicazioni territoriali, pretese imperiali. Niente di tutto questo.
   Le guerre, tutte le guerre che abbiamo visto, dalle più antiche sino ad oggi, sono sempre state precedute da segnali, minacce, accuse, crisi economiche o politiche, rivendicazioni e sogni di vendetta o anche pura follia di qualche potentato. Prima di iniziare, le guerre sono già nell'aria e molti se ne accorgono prima degli altri. Un caso famoso è quello della canzoncina di Renato Rascel —indimenticabile attore, comico, ballerino e musicista— È arrivata la Bufera, che compose e presentò al pubblico d'avanspettacolo nel 1939, poco tempo prima dell'aggressione tedesca alla Polonia. Era una evidente allusione alla guerra e divenne subito popolarissima. Tutti la conoscevano e canticchiavano come incensurabile protesta pacifista. Le canzoni sul covid19 sono tutte posteriori e non tanto popolari.
Renato Rascel mentre interpreta la sua canzone
   Della canzone di Rascel si ripeteva a volte solo il ritornello:

È arrivata la bufera, 
è arrivato il temporale, 
chi sta bene e chi sta male, 
e chi sta come gli par.

   Quel "chi sta bene e chi sta male" sembrava il ritratto di chi con la guerra ci rimetteva assieme a chi ci guadagnava. Al riguardo mi torna in mente una storia che mi raccontò il Professor Riccardo Picchio, slavista e docente della Yale University, relativa ad un suo zio. Questi tutti i giorni leggeva il giornale; poco prima del cannoneggiamento tedesco di Danzica, che segna l'inizio della guerra, la sua attenzione cadde su di una notizia che gli fece capire che ormai il conflitto era prossimo. Chiuse il giornale, si alzò dalla poltrona ed uscì di casa senza dire dove intendesse andare. Dopo un'oretta tornò con un grosso sacco di pepe. Iniziata la guerra fini l'approvvigionamento regolare di pepe e quel sacco si trasformò praticamente in moneta corrente il cui valore cresceva di giorno in giorno.
   Ma prima delle guerre chi è meglio informato sono i governi, e tutti i governi aggrediti dal virus invece non sapevano nulla. Il bello è che non solo non si sono dunque preparati, ma da molto stavano smantellando le proprie difese, tanto da essere stati travolti dall'attacco, ritrovandosi in gravi difficoltà per mettere su qualche straccio di difesa.
   La cosa più grave è stato in Italia lo smantellamento del nostro Sistema Sanitario Nazionale, destrutturato, impoverito, denigrato e prostrato a favore di famelici ed immondi interessi privati.
(III-segue)

martedì 7 aprile 2020

La Guerra Totale, anzi virale (II)

La guerra totale (II - seguito della prima puntata)
  Ciò che fa credere, o vuol far credere, che ci troviamo veramente nel bel mezzo di una guerra guerreggiata è il linguaggio di gran parte dei mezzi di comunicazione di massa, dai giornali-carta-igienica alle paludate testate autorevoli, dai radio- e telegiornali di ogni risma e pacco fino alle fanfare elettroniche che rimbalzano da un angolo all'altro del mondo lungo la rete ormai completamente ingarbugliata di internet.
  Questo linguaggio ha delle preoccupanti assonanze con discorsi fatti da altri in altri tempi… ho quasi paura di fare nomi e rivelare date, ma non posso farne a meno. Sto infatti parlando del tristemente famoso "Discorso del Palazzo dello Sport di Berlino" del satana della propaganda fascisto-nazista Joseph Goebbels tenuto il 18 febbraio 1943, con il quale tentò di sminuire la portata della sonora batosta mortale di Stalingrado; tutti sapevano dell'annientamento della VI armata di Paulus, che tra l'altro si rifiutò di obbedire agli ordini folli di Hitler, ed era evidente a tutti che la guerra era ormai arrivata ad una svolta definitiva.
  Anche se singole voci avevano messo in guardia di fronte ad una aggressione contro l'Unione Sovietica, Hitler era convinto che bastasse conquistare Stalingrado, utilizzandola come trampolino per la conquista completa dell'Unione Sovietica. Pensava evidentemente che l'alone di invincibilità che inopinatamente era cresciuto attorno alla Wehrmacht intimorisse tutti i suoi avversari e potesse andare a colmare le ultime debolezze strutturali e materiali dei suoi eserciti: dove non arrivavano i cannoni arrivava il sacro terrore. Un grande abbaglio, evidentemente, visto che dal 1870 l'esercito tedesco aveva collezionato solo brucianti sconfitte e molti dei suoi generali erano gli stessi che avevano perso la prima guerra mondiale. Questo terrore poteva forse funzionare con la Polonia, ma non con l'Unione Sovietica.
 
Questo fu in effetti il secondo tragico errore del folle: la totale sottovalutazione di quello che era il suo grande avversario. Innanzitutto non aveva probabilmente un'idea esatta delle dimensioni del territorio da occupare. Oppure le carte geografiche a sua disposizione erano fatte molto male, o proprio non era in grado di capirle.
  Un reduce tedesco dalla Russia raccontò una volta che arrivato in Lettonia poco dopo l'inizio dell'operazione Barbarossa fu acquartierato in casa di una famiglia di lingua tedesca di Riga. Aveva la sensazione di aver fatto un tragitto lunghissimo fino a li e proclamò orgoglioso che ormai la Russia era nelle mani del vittorioso esercito del Reich. La coppia ospitante tacque, ma la figlia dodicenne prese da uno scaffale un atlante e lo aprì sotto al naso del prode guerriero teutonico. Col suo ditino indicò la Lettonia, una piccola macchia di colore su di una grande doppia pagina e poi con lo stesso dito fece un giro lungo i contorni del resto dell'Unione Sovietica. In quell'esatto momento capì che la guerra non poteva che essere persa.
  Ma come hanno fatto diversi capi di stato minimizzando il virus e non rendendosi conto del reale pericolo, Goebbels affermava con voce suadente che vi era stata una "crisi sul fronte orientale". Poi, contraddicendo se stesso, parla di un "forte grido d'allarme del destino rivolto alla nazione tedesca". Per elettrizzare il suo uditorio dice che sarebbe stato un pericolo esiziale se nel 1933 fosse nato un regime borghese o democratico in Germania, ed usando un'immagine medica, sosteneva che dieci anni di nazismo avevano dato alla Germania gli anticorpi necessari contro il bolscevismo.
Secondo la sua versione l'Unione Sovietica era l'aggressore, salvo aggiungere che fu il Führer nel 1941 ad aggredire l'Unione Sovietica.
  Sembra di stare a sentire le tante cavolate che circolano attualmente sul virus, la sua origine, i suoi "mandanti", i veri colpevoli, le necessità e le restrizioni.
Ma fa impressione in particolare: "Mi oppongo fermamente all'affermazione secondo cui le nostre misure mirano a smantellare la classe media o monopolizzare la nostra economia. Dopo la guerra, la classe media verrà immediatamente restaurata economicamente e socialmente nella massima misura possibile.
(2-segue)

sabato 4 aprile 2020

La guerra totale, anzi, virale (I)

Ma per davvero siamo in guerra?

Con insistenza dobbiamo sentire in questi giorni un linguaggio marziale, che fa diventare una grave emergenza sanitaria una vera e propria guerra. Visto che si tratta di una pandemia che ha fino ad oggi risparmiato solamente l'Antartide (e la ridente cittadina di Nemi), stiamo parlando di una guerra mondiale, che sarebbe dunque la terza.
  Ma questo paragone regge? È da prendere sul serio? Io credo che da prendere sul serio ci sia innanzitutto il belligerante virus, che contro ogni logica strategico-militare ha dichiarato guerra ed ha invaso tutte le nazioni, tutti gli stati attualmente esistenti al mondo. Incredibile il fatto che gli aggrediti, invece di coalizzarsi, continuino a battibeccare, a fare un po' gli scemi e tanto i furbetti; come se il virus potesse essere usato come comodo alleato contro qualche paese o continente concorrente.

L'armata Brancaleone
Ammesso e non concesso che si tratti realmente di una guerra, andiamo ad analizzare la questione più da vicino. In effetti le similitudini sono molte. Tante cose ritenute importanti sino a ieri e tante cose facili e semplici cui si era abituati, cambiano radicalmente. Abbiamo ad esempio notevoli restrizioni alla libertà di movimento ed una inevitabile modifica delle abitudini alimentari sul piano privato-personale, mentre per quanto attiene all'economia, un autentico scossone debilitante, che fa svanire tante certezze e comodità, mette in crisi tutto il sistema economico e getta sul lastrico un gran numero di persone. Sullo sfondo, infine, la morte di tante persone in più rispetto a tempi normali.
Una differenza sta nel fatto che questa guerra non è combattuta con armi usuali, cioè senza navi, aerei, carri armati, cannoni, razzi, missili, pistole, esplosivi, bombe, baionette, spade e pugnali. Questo però, probabilmente non vuol dire poi tanto, dato che negli ultimi 500 anni armi e strumenti di guerra in guerra sono sempre cambiati.
  La differenza più grossa sta nel fatto che sembra essere un conflitto privo di motivi. Che motivi avrebbe questo virus per aggredire il mondo intero? Non ha interessi economici o finanziari, non ha mire territoriali, non porta in seno sogni di glorie e trionfi imperiali; semplicemente si propaga, si moltiplica e si diffonde usando come mezzi quegli ammassi biologici viventi che sono gli esseri umani. Sembra pure che non abbia la precisa intenzione di uccidere, di sterminare tutti. Alcuni umani li usa senza alcuna conseguenza, solo come veicoli per diffondersi più facilmente e rapidamente, altri li mette fuori combattimento, ma solo per un po' e senza gravi conseguenze, altri invece li ammazza proprio, ma sembra quasi senza intenzione e premeditazione. Una guerra senza un obiettivo reale e con una tattica sconclusionata.
(1-segue)





mercoledì 7 agosto 2019

Lettera aperta a Nicola Zingaretti

Caro Nicola Zingaretti,
  già altre volte mi sono permesso di scriverti via posta elettronica in replica a tue missive non richieste a me indirizzate, ma risposta mai mi giunse. Non so se perché tu sia un po' maleducato, oberato di lavoro o circondato da collaboratori totalmente incapaci e non all'altezza dei compiti loro affidati.
  Questa volta dunque non ti scrivo direttamente, ma affido il mio messaggio alla loquace piazza di facebook, sperando in cuor mio che qualcuno prima o poi ti riporti quanto qui mi accingo a stilare nero su bianco.
  Ti premetto che pur essendo un vecchio comunista appartenente alla famosa frazione di Mario Brega di verdoniana memoria, non sono in nessun modo e maniera vicino, attratto o simpatizzante del PD, neanche per sbaglio. La cosa la espressi subito e senza peli sulla lingua nel 2007 in occasione della fondazione del PD stesso. (https://youtu.be/yCeogUZ0FuI); ma questo comunque non mi impedisce di operare nei tuoi confronti una cauta attenzione, presupponendo che tu sia in fondo in fondo una persona per bene. Ora, da che hai preso in pugno, almeno così si vuol far credere, le sorti di questo partito, o presunto tale, mi aspetto azioni capaci di mostrare concretamente che la drammatica e disgustosa parentesi della masnada fiorentina sia giunta al termine ed archiviata per sempre.
  Devo al contrario ora lamentare l'ennesimo caso in cui una grande occasione è stata sprecata, con conseguenti gravi danni non solo per il PD, della cui sorte sinceramente ben poco me ne cale, ma di tutto questo nostro disgraziato paese, ormai saldamente nelle stritolanti mani di una variopinta accolita di profittatori, mascalzoni, ladri, beffardi truffatori e ciurmaglia di deficienti assortiti al seguito.
  Innalzo ora ad un cupo cielo i miei lai disperati per l'ennesima grande occasione persa per riportare il nostro martoriato paese, non dico ai grandi splendori di cui per il nostro passato possiamo pur vantarci, ma almeno ad una dignitosa normalità, della quale tutti profitteremmo.
Non hai impedito al PD di votare compatto assieme ai nemici di sempre, alle combriccole laide ed immorali, ai relitti di un passato orrido dal quale ci siamo in passato liberati, almeno per un po' di tempo, anche grazie al tributo di sangue offerto dalla tua stessa famiglia. La tua imperdonabile mancanza è tanto più grave quanto più si considera che avresti potuto prendere due piccioni con una sola fava!
  Bastava che, come qualcuno aveva già proposto, il PD in occasione del voto sulla mozione del Movimento Cinque Stelle contro l'inutile scempio della Val di Susa, avesse abbandonato l'aula. L'effetto alla lunga sarebbe stato ad occhio e croce questo: la mozione sarebbe passata, si sarebbe aperto uno scenario in cui, in vista di nuove elezioni in seguito all'uscita dal governo della Lega, si sarebbe dischiusa la possibilità di una trattativa e possibile collaborazione col suddetto Movimento, in vista di una coalizione o alleanza, unica possibilità in positivo per il nostro futuro; allo stesso tempo sarebbe stato più facile espungere dallo scroto del PD le fastidiose zecche dalla 'c' aspirata.
  Non l'hai fatto così tanto per non farlo, non te l'hanno fatto fare o addirittura ti hanno costretto a non farlo? Sarei curioso di saperlo, ma tanto non mi hai mai risposto e sono sicuro che non mi risponderai neanche questa volta.
Fraterni saluti

giovedì 18 luglio 2019

Sulle antiche feste unitarie civitane

Dalle memorie inedite di un vecchio comunista:

"… nel 1971 cadeva un anniversario molto importante per il Partito: erano passati esattamente 50 anni dal Congresso di Livorno, durante il quale ebbe luogo la scissione all'intero del PSI, dalla quale nacque il nostro Partito Comunista Italiano. Per l'occasione il Partito chiedeva a tutti i quadri dirigenti e militanti uno sforzo particolare per onorare in modo degno la ricorrenza. Dalla Federazione di Roma, tramite il Comitato di Zona di Albano arrivò in Sezione una circolare ciclostilata nella quale si invitava tutte le sezioni ad organizzare una "Festa dell'Unità", grande momento propagandistico e di lotta per mobilitare le migliori forze del paese in un momento che sembrava propizio per un grande balzo in avanti del Partito sulla via Italiana al Socialismo.
La circolare me l'ero letta per primo, anche perché ero io che andavo regolarmente ad Albano per tenere i contatti con il comitato di Zona. In quel momento c'era una situazione un po' particolare in Sezione. Con un congresso il vecchio segretario di sezione, ex sindaco durante gli anni più duri dell'occupazione delle terre e della guerra fredda, era stato sconfitto da un giovane carpentiere metallico, il quale, dopo una intera gioventù molto lontana dalla politica, a parte la richiesta di raccomandazione al Parroco, -andata a buon fine con un bell'impiego come autista presso un'ambasciata latino-americana- sulla via di Damasco, o forse di San José (ma fa lo stesso), era caduto dall'automobile diplomatica e si rialzò da terra comunista.
Questo giovane segretario era dunque di primo pelo rosso e non conosceva, o meglio, non riteneva le feste dell'Unità cosa sufficientemente importante da perderci tempo e sentenziò che non era possibile organizzare così, su due piedi, una festa dell'Unità a Lanuvio.
La cosa mi sembrava alquanto strana, e chiesi lumi ad un compagno, Oreste Renzi, che sin dal primo momento in cui lo incontrai in sezione mi sembrò molto sincero ed affidabile (va detto che per fortuna non era l'unico), col quale discussi la questione apertamente ed alla fine decidemmo che se al segretario non fregava niente della festa, noi l'avremmo organizzata lo stesso!
Dal Comitato di zona ci arrivarono i tabelloni di una mostra che illustrava la storia dell'Unità, dai primi gloriosi inizi durante le lotte della classe operaia torinese, attraverso la clandestinità per le persecuzioni fasciste, la lotta della Resistenza per liberare l'Italia dal fascismo e dagli invasori nazisti fino alle battaglie politiche per affermare la Costituzione Repubblicana e la Democrazia.
Nelle nostre intenzioni volevamo organizzare una grande festa, con giochi, dibattiti e concerti, oltre naturalmente uno stand gastronomico, ma riuscimmo a malapena ad istallare la mostra dietro al fontanone.
Comunque il primo passo era fatto! A partire dal 1972 le Feste dell'Unità di Lanuvio ebbero un crescendo di successi, tanto che anche altri comuni vicinori (come li chiamava il Compagno Ruggero Michetti) tentarono di imitarla, con scarsi risultati.
Ricordo con sentimenti di tenerezza lo slancio di tante Compagne e Compagni, che sinceramente e con entusiasmo partecipavano all'organizzazione dell'evento, con in mente grandi obbiettivi ed ideali, i quali con pazienza aspettavano, ed oggi ancora, aspettano di essere realizzati.
Nel 1976 non potei organizzare la Festa a Lanuvio,
dato che stavo assolvendo il mio servizio militare, ma
feci una fuga a Napoli per non perdermi il comizio di
chiusura della grande Festa Nazionale. Io sono
quello indicato dalla freccia giallorossa.
Vorrei qui fare i nomi di tutte le persone che diedero il proprio contributo alle feste, mettendoci faccia e braccia, ma non li posso citare tutti quanti. Simbolicamente ne citerò due. Ricordo in particolare Emilia (Miliuccia) Paglia, una dirigente contadina, animatrice degli scioperi contadini del 1908. Tutte le domeniche mattina mi attendeva seduta accanto alla porta della sua casetta stringendo nelle mani le poche Lire che costava allora il giornale. Una mattina, preso da una straordinaria foga da agit-prop, le consigliai di leggere un determinato articolo a non so che pagina. Lei mi fece un sorriso e disse: "Compagnuccio, ma io nun saccio lègge". Quando le chiesi perché allora si comprava tutte le domeniche il giornale, mi disse: "'O faccio p'u partitu". Miliuccia era anche una "veterana" della Festa dell'Unità di Lanuvio, quando si festeggiava alla Curva delle Fontanelle. Fu purtroppo una stagione breve quella delle prime Feste dell'Unità, ma indimenticabili. Ogni volta Miliuccia, anno per anno, veniva chiamata a furor di popolo al palco e lei cantava l'Inno della Lega.
Una volta le chiesi pure delle parole della canzone, ma ricordava ormai solamente la prima strofa; aveva anche una certa età. Ma quando lei cantava alle Fontanelle c'era ad ascoltarla con attenzione un giovane Mario Martufi, ed un giorno mi recitò tutto il testo, ed aveva pure fretta a passarmelo "primma che me scordo pure io":

Il 15 gennaio
in Genzano de Roma
se riunivano i braccianti
cò gran volontà bbona
E tutti uniti dissero allor:
famo la lega per il lavò

E noi preghiamo a vvoi
Civitani e Nemesi
de mettese alla lega
coi vostri genzanesi
Non ci tradite sarebbe 'n'eror
ch'abbiam sofferto del gran dolor

Noi abbracciamo tutti
anche se so' frostieri
noi siamo dei fratelli
però quelli veri
Non ci tradite sarebbe 'n'eror
ch'abbiam sofferto del gran dolor

Ma i patronali uniti
dissero tra di loro:
sospendere il lavoro
per affamare il povero
Compagni unimoci, unimoci sì
ch'è ggiunta l'ora, venuto è quel dì.

Quinidici giorni intieri
senza trovà lavoro
sempre si confortavano
amandosi tra loro
Viva la lega! evviva il lavor!
compagni uniamoci di vero cuor

Dopo tanto soffrire
si ebbe un dì vittoria
e si ebbe poi l'onore
di scrivere la storia
Compagni unimoci, unimoci sì
ch'è ggiunta l'ora, venuto è quel dì.

Un altro nome che credo vada fatto è quello di Dante D'Alessio (Dante de Veleno), il quale non solo fu un fiero militante antifascista quando proprio non era comodo esserlo e fu poi segretario della Sezione Lanuvina. Tante storie su di lui si raccontavano, nel bene e nel meno bene (il male mai!) ma fu anche lui ad organizzare le primissime Feste dell'Unità civitane e fu durante una di queste che ebbe luogo al Pascolaro che declamò, stringendo fermamente in pugno il sanguigno labaro l'indimenticabile frase: "Alla luce di questa Bandiera Roscia semo riccotu pe' l'Unità qundicicentu lire!"
Dante, onorando il suo nome, era anche poeta e la eco dei suoi componimenti risuonava spesso nelle più moderne feste dell'Unità au tranvf, grazie alla possente e ferma voce di Lorenzo Pomponi; a furor di popolo doveva immancabilmente declamare l'ode di Dante (de Veleno) che iniziava con le parole "Fosti abbaututo di schianto nostro simbolo e guida!" alla fine della quale intonava il più antico inno del Partito Comunista Italiano, ed al ritornello sempre qualcuno gridava la domanda: "CHI È!!!" ed il coro, nonostante il fiume di vino già scorso con voce limpida ed in modo roboante rispondeva: "La Guardia Rossa che marcia alla Riscossa!".

giovedì 21 marzo 2019

Una vittoria inquietante

Postato il 23 giugno 2016, subito dopo la vittoria elettorale di Virginia Raggi.:

Non fatevi ingannare dal titolo. Non voglio sostenere -anche perché non lo penso- che il fatto che sia diventata sindaco una rappresentante del Movimento 5 stelle rappresenti un pericolo per Roma. La nostra cara città ha visto di peggio e questa vittoria di certo non è un pericolo. Non è un pericolo per la città, ma per la formazione politica trionfante lo è di certo.
Da ricercatore storico devo dire che in primo luogo non si vuole imparare dalla storia. A volte basta fare un'analisi attenta ed un confronto serio con esperienze passate, con i dovuti e necessari "se" e "ma", e si può capire come potrà evolvere la situazione.
Dunque procediamo. Il movimento di Beppe Grillo, pilotato da Casaleggio che ora non c'è più, è passato nell'arco di pochi anni di vittoria in vittoria. Solo due anni fa non ci si sarebbe potuto credere, mentre oggi assistiamo ad una battaglia vinta dopo l'altra (delle sconfitte, episodi minori, ancora nessuno pensa di dover parlare) Del resto sono importanti le vittorie, i momentanei arresti non contano.
Sembra di assistere all'espansione dell'Impero Romano ai tempi di Ottaviano Augusto. Tattica e strategia erano giuste, ed il resto del mondo sembrava a portata di mano.
Arminio, il traditore
All'apice della sua espansione -Roma sembrava ormai imbattibile- il grande imperatore fece un errore fatale, dalle conseguenze negative tragiche da cui non riuscì più a sottrarsi. Questo errore fu la nomina di un avvocato alla carica di comandante. Sto parlando di Publio Quintilio Varo, al quale, per essere un bravo avvocato, mancava totalmente il senso pratico e non era in grado di comprendere le persone, in modo particolare i suoi nemici.
Avrebbe dovuto mettere ordine nelle lande ad est del Reno, popolate da barbari, hooligans, banditi, cacciatori e mercanti di schiavi, ed invece portò ben tre intere legioni, compreso il personale civile e le famiglie dei legionari al massacro. Nessuno sopravvisse. Quel disastro fu la fine dell'espansione inarrestabile di Roma.
Cosa ci insegna dunque questo episodio storico? Prima di tutto che un avvocato in politica non è una scelta intelligente, secondariamente che nella foresta selvaggia che è attualmente il Comune di Roma, gli Armini sono già al lavoro e rappresentano un pericolo reale che gli avvocati tendono solitamente non solo a sottovalutare, ma addirittura a non vedere.
Già, dimenticavo: chi cavolo è 'sto Arminio? Questa la definizione che ne da wikipedia: Arminio (latino Gaius Iulius Arminius) … principe e condottiero della popolazione dei Germani Cherusci, ex prefetto di una coorte cherusca dell'esercito romano, nonché traditore del Senato e del Popolo di Roma.
Poi non dite che non vi avevo avvertito!

domenica 13 maggio 2018

La strage che non ci fu

Alcune considerazione sulla cosiddetta strage del "Ponte di Ferro", la quale probabilmente, anzi, sicuramente non è mai avvenuta.

1. La fucilazione
Questa fucilazione di dieci donne non è mai avvenuta e mai sarebbe potuta avvenire come raccontata nelle "testimonianze" che la dovrebbero avvalorare. Dai racconti non si capisce se si sia trattato di esercito (Wehrmacht) o SS. La Wehrmacht non può essere stata, dato che nell'area della "Città aperta" sarebbe dovuto intervenire il "Feldgericht" (Tribunale militare dell'Esercito) di Roma, il che significa che le dieci donne sarebbero comunque transitate nella "Wehrmachtshaftanstalt" (luogo di detenzione di competenza dell'esercito - alias Regina Coeli), per cui tra Polizia, Carabinieri, Comando di Roma Città Aperta e via elencando qualche pezzo di carta ci sarebbe rimasto. Non può essere stata la Wehrmacht anche in considerazione del fatto che un assalto al forno di regola era di competenza degli organi di polizia, sia italiani sia tedeschi, e sarebbe al massimo intervenuta la Ordnungspolizei e l'affare l'avrebbe trattato uno specifico ufficio di Via Tasso. Se così fosse stato, al più tardi in uno dei tanti processi tenutisi a Roma con accuse di collaborazionismo o comunque fatti legati all'occupazione della città sarebbe venuta a galla; non ultimo se ne sarebbe anche occupato il processo a Kappler e compari, nel quale non si trova traccia di questa clamorosa fucilazione. Va poi ancora considerato che la Wehrmacht arrestava e deferiva al Feldgericht chi veniva accusato di aggressione alla Wehrmacht, sabotaggio o altro, ma non di certo l'assalto di un forno, a meno che non si trattasse di uno stabilimento direttamente dipendente dall'esercito, che sarebbe stato però sorvegliato a tal punto, che nessuna donna di Roma avrebbe mai pensato di assaltarlo.
In Roma, nel perimetro di competenza della "Città Aperta" le uniche fucilazioni eseguite su sentenza ed ordine del Feldgericht sono quelle note di Forte Bravetta.
Nelle immediate vicinanze, verso Tivoli, ci fu la fucilazione di dieci uomini il 23 ottobre 1943 a Ponte Mammolo, da parte della divisione paracadutisti "Hermann Goering", episodio che a Roma rimase quasi completamente sconosciuto, essendosene occupata solamente "l'Unità" clandestina. Il fatto ebbe luogo dopo di che la popolazione di Pietralata aveva dato l'assalto al forte abbandonato dal quale i tedeschi e fascisti asportavano continuamente materiale bellico e viveri. Dal punto di vista dei Tedeschi si trattava di un attacco al proprio esercito. Quindici popolani catturati furono anche qui sottoposti a processo sul campo, per il quale restarono reclusi per una notte e vi fu anche l'intervento di un ufficiale della PAI. Dopo la guerra il fatto fu interamente chiarito, grazie alle testimonianze di numerosi testimoni diretti o indiretti. Va notato che la zona in cui accadde il fatto si trovava al di fuori del perimetro di competenza del comando tedesco di Roma, dunque era competente uno Standgericht e non il Feldgericht.

2. Il silenzio delle fonti
Il fatto del Ponte di Ferro non può essere avvenuto, dato che non esistono documenti diretti o comunque redatti a breve distanza dai fatti. Gli archivi italiani sono stati esaminati a sufficienza e non si è trovato neanche un appunto o qualche nota. Nessuna delle tante associazioni delle vittime o delle persone coinvolte in qualche modo direttamente nelle più tristi e cruente vicende romane dei "nove mesi" ha mai raccolto qualcosa che riguardasse il presunto eccidio del Ponte di Ferro. Su tutti i quotidiani romani, indipendentemente dal colore politico, a partire dal 5 giugno fino agli inizi del 1946, se non oltre, hanno pubblicato una quantità enorme di notizie relative ai nove mesi di occupazione. Gli episodi più importanti furono anche raccolti in un libro che ogni ricercatore, ma anche dilettante di storia moderna, non può non conoscere (Roma sotto il terrore nazi-fascista : 8 settembre 1943-4 giugno 1944 : documentario / Armando Troisio - Roma - (stampa 1944) - 206 p. ; 21 cm.). Silenzio totale, neanche un accenno. Un silenzio tale è impossibile, solo se si pensa quale clamore fece in città l'uccisione da parte di un ufficiale tedesco di Teresa Gullace, fatto fin troppo noto, perché vi spenda altre parole. Figuriamoci se la notizia dell'uccisione di 10 donne in un sol colpo non avesse fatto il giro della città in modo fulmineo.

3. La Resistenza Romana
C'è da chiedersi seriamente cosa si immagini ogni singola persona ogni qual volta pronunci o senta pronunciare le parole "Resistenza Romana". Questo fenomeno storico innegabile, apparentemente limitato al periodo dell'occupazione militare della città da parte della Wehrmacht, è stato estremamente complesso, variegato, difficile da definire con poche parole. Un fatto indiscutibile e fermo è che ha avuto un ruolo importantissimo per la città e per l'Italia, indipendentemente da quello che possono affermare singole persone o sprovveduti come qualche tempo addietro Pippo Baudo, che spara sentenze senza nemmeno conoscere i fatti di cui va parlando in televisione.
Forse, anche se sarebbe veramente ora, sulla Resistenza Romana manca ancora un'opera complessiva e definitiva, che ne spieghi chiaramente tutti gli aspetti, che metta ordine nelle tante versioni, alcune fantasiose se non false come abbiamo visto, che valuti le fonti esistenti in modo intelligente ed imparziale, che restituisca la dimensione e qualità effettiva di tutti gli elementi che concorsero a formarla.
Ci sono ad esempio diversi punti di vista di chi visse quei fatti, che non sempre combaciano e che a volte sembrano riferiti a fatti isolati. Per comprendere meglio, si può dire che esistono memorie parallele della Resistenza Romana che non sempre comunicano tra di loro. Esiste il filo politico della vicenda, estremamente complesso, perché si pone all'inizio di quel profondo processo attraverso il quale l'Italia transiterà dal 25 luglio 1943 al 25 Aprile 1945. In altre parole il difficile traghettamento della politica italiana dal fascismo regio alla democrazia repubblicana parte da Roma ed arriva a Milano, dove Roma è il luogo nel quale vengono poste molte premesse fondamentali per la rinascita democratica; accenno qui giusto al patto di unità sindacale del 4 giugno 1944.

4 - L'aspetto militare
Ci sono poi i due aspetti militari, quello del Fronte militare clandestino, con a Capo il Martire della Fosse Ardeatine Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, e quello delle formazioni militari dipendenti da organizzazioni politiche, sociali o religiose, un arcipelago variegato, con poche isole ragguardevoli e tanti isolotti o barriere coralline, a volte in concorrenza tra loro, ma tutti uniti contro l'invasore tedesco ed il traditore italiano (i fascisti) e quasi tutti in collegamento con il fronte militare, che rappresenta una sorta di struttura di coordinamento, comando ed informazione, la quale faceva da ponte con gli alleati e garantiva alla Resistenza italiana, a partire da Roma, anche un riconoscimento ed appoggio internazionale. Dopo l'insurrezione popolare di Napoli il primo vero atto della rinascita nazionale italiana con la quale l'esercito tedesco viene cacciato da una grande città europea, i comandi germanici capiscono definitivamente, riflettendo anche sulla battaglia persa a Stalingrado, che in una grande città ogni esercito occupante è condannato a perdere, e dunque le cose sono due: o si evacua tutta la popolazione, trasformando la città in un campo di battaglia qualsiasi, o si fa proseguire la guerra attorno alla città, cercando di garantirsi con ogni mezzo la tranquillità nella città stessa. Anche se furono stilati dei piani in merito, non si arrivò mai all'ordine di evacuazione, che era definitivamente impossibile ed impraticabile per un grande e complesso ordine di motivi. La stessa idea di città aperta per Roma gli alti comandi tedeschi se lo erano già posto molto prima di occupare la città, e gli scopi erano diversi. Uno degli scopi principali era quello di creare un retroterra tranquillo rispetto alla linea Gustav ed avere una zona sicura alle spalle di Cassino. Ufficialmente i tedeschi strombazzano ai quattro venti la loro adesione allo status di città aperta per Roma, tanto da far disattivare i sistemi di allarme antiaereo, da un lato, e non reagire apertamente alle azioni militari delle formazioni partigiane e vietare la divulgazione di notizie relative ad atti di Resistenza. Questo per coprire l'uso strategico che si faceva di Roma, facendovi transitare convogli militari, tenendovi lazzaretti, strutture di comando del fronte, casermaggio di truppe di riserva, magazzini al sicuro dai bombardamenti. A Roma esistevano addirittura uffici militari nei quali si preparava la rioccupazione dell'Africa, convinti come erano che l'alleanza anglo-russo-americana non sarebbe durata a lungo e le "armi segrete" avrebbero risolto ogni problema militare.
È noto e risaputo, che le azioni praticamente quotidiane compiute dalle diverse formazioni impegnate nella lotta, avevano tra gli scopi principali quello di dimostrare che i tedeschi, alla faccia della dichiarazione di città aperta, utilizzavano la città militarmente. Prova ne sia, che dopo l'azione dei GAP contro una colonna della Polizia Tedesca in Via Rasella, il comando tedesco fece mettere ai limiti della città grandi cartelli col divieto di ingresso a singoli o a formazioni militari, pubblicandone la fotografia su di un gran numero di testate, allora diffuse in tutta Europa. L'effetto dell'azione di Via Rasella fu un ulteriore rallentamento dei rifornimenti di uomini e mezzi verso Anzio e Cassino, aprendo praticamente le porte di Roma all'avanzata alleata.
Importante fu l'azione complessiva della Resistenza romana anche per il fatto che tutte le sue attività rallentavano il flusso dei rifornimenti verso il fronte di Cassino o il fronte di Nettuno, e quando si parla di Resistenza Romana, si deve anche tenere presenti come parte integrante della stessa le tante formazioni che agirono nella più ampia zona attorno a Roma e che ebbero un gran numero di caduti e fucilati, dei quali si tiene memoria solo localmente nei comuni attorno a Roma, nonostante essi praticamente erano parte integrante della Resistenza romana.
Da Roma partiva anche una fitta rete informativa, alla quale parteciparono centinaia di persone, le quali in silenzio raccoglievano dati ed informazioni di rilievo militare che venivano prontamente trasmesse al comando alleato a Caserta, contribuendo in modo poco appariscente, ma sicuramente di grande effetto, alla lotta contro gli invasori.

5 - Memorie private
Non è da oggi che mi occupo della storia della Resistenza Romana, ed ho avuto occasione di sentire molti testimoni diretti, dei quali ormai ce ne restano ben pochi. Ci sono ancora tantissimi testimoni secondari, persone nate nell'arco del primo decennio dopo i fatti, oppure parenti stretti dei protagonisti, delle vittime, delle persone che erano a conoscenza di fatti diretti e che hanno vissuto di persona quel periodo e ne possono parlare. Questi testimoni secondari tramandano di solito una visione molto ristretta di quel periodo, focalizzata su quello che accadde praticamente in casa propria. Quando si trattava di una visione generale dei fatti, allora tornano a galla le cose che in quel periodo si dicevano o si sentivano dire; in parte si sentono ripetere enormi falsità diffuse dalla propaganda fascista, mentre non si sente mai parlare di fatti che storicamente, almeno tra gli esperti, valgono per assodati. Il fatto è ovvio, dato che la gente comune, pur avendo una straordinaria avversione contro gli occupanti ed un sincero e fresco odio contro i fascisti, non conoscevano e non hanno mai sentito, prima della Liberazione, i nomi dei combattenti attivi in città. La loro possibilità diretta d'informazione era limitata al proprio caseggiato, alle poche persone di cui si fidava, all'ambito lavorativo. Per il resto solo radio e giornali, i quali spargevano falsità e menzogne di ogni genere da una posizione di monopolio quasi assoluto. Anche se in città vi era una grande diffusione di giornali clandestini o di volantini, solo una parte relativamente piccola della gran massa degli abitanti veniva raggiunta, avendo i giornali ed i volantini principalmente una funzione organizzativa e motivazionale. Aiuta molto a capire da un lato cosa successe veramente e cosa si racconta ancora oggi tra la gente la lettura del libro fondamentale di Sandro Portelli (L'ordine è già stato eseguito : Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria / Alessandro Portelli - Roma : Donzelli, \2001! - VII, 456 p. ; 22 cm.). Sia qui detto che in questo ottimo libro, dei tanti testimoni diretti ascoltati, nessuno accenna al ponte di ferro.

6 - Attentati alla memoria
È sin dai tempi dell'occupazione di Roma che si cerca di sminuire il valore, l'importanza ed il significato della Resistenza Romana. Periodicamente gli attacchi si intensificano e l'ultima occasione è stata il centesimo compleanno dell'ultimo volgare assassino nazista che operò a Roma ancora vivo. La sua stessa vicenda, con la tardiva "scoperta" in Argentina ed il ridicolo processo che in primissima istanza lo volle assolto, facevano parte di un piano ben orchestrato, che puntava direttamente alla delegittimazione della Resistenza Romana, e con essa, la delegittimazione delle basi della Costituzione Democratica, nata dalla Resistenza. Per nostra fortuna il progetto è fallito, ma le forze che vogliono cancellare la nostra Costituzione stanno riprendendo vigore ed il pericolo per le basi della nostra libertà e democrazia attualmente è più grave che mai. Ora l'episodio del Ponte di Ferro, intendo il fatto della sua genesi come legenda metropolitana che si trasforma in verità ufficiale, è solamente un episodio marginale, il quale presto o tardi sarà ed andrà a finire al massimo nelle noterelle a piè di pagina di qualche trattazione storica seria ed attendibile. Importante è che qualche sconsiderato non provi ad usare questa bazzecola come grimaldello per scardinare tutta la storia vera. Il pericolo è minimo, ma questo stillicidio continuo comunque provoca danni.

7 - Libri e carta straccia
Una ultima notazione meritano i tanti libri che vengono spesso chiamati in causa. Due già li ho citati, e vanno sicuramente consultati, ma ce ne sono molti altri che meritano di essere meglio conosciuti, magari tramite una ristampa oppure una antologia. Importante sarebbe promuovere una o più pubblicazioni che diano finalmente il quadro complessivo della storia della Resistenza Romana, finanziando ad esempio delle ricerche in merito, ma non affidate a case editrici che puntano solo al lucro e ripetono solo cavolate oppure a ricercatori superficiali, imprecisi e chiacchieroni, per non parlare di professorucoli, ignoranti loro stessi, che fanno fare "ricerche" a scolari e studenti ancora più ignoranti di loro. I soldi penso che si possano pure trovare, smettendo magari di finanziare cose veramente inutili o pagando stipendi o rimediando posti a persone che vendono solamente aria fritta.
Utile sarebbe anche una seria guida bibliografica, che aiuti le persone interessate a capire meglio quali libri conviene leggere per primi e quali non ha senso leggere, a meno che non si abbia tempo da perdere.

8. - La testimonianza di Carla Capponi
Ho conosciuto personalmente Carla Capponi, così come Bentivegna e tanti altri partigiani combattenti romani. Questa sua "testimonianza" sul ponte di ferro è molto tarda e per essere così tarda, mi chiedo subito due cose:  perché "Elena" (in nome di battaglia di Carla Capponi) non ne ha mai parlato prima di un episodio così grave? Come è possibile che dopo tanti decenni i dettagli del racconto siano così ricchi e dettagliati? Non dico altro e mantengo tutta la mia stima ed ammirazione per il coraggio di Carla Capponi e la ammiro per quello che ha fatti durante i nove mesi di occupazione tedesca di Roma.